26-27/06/13

Deerhunter

Dancity Festival, Palazzo Candiotti - Bolognetti Rocks, Foligno, Bologna


di Luca Stefanucci e Alex Poltronieri
Deerhunter
27/06/2013 Dancity Festival, Foligno

Acclamati quasi come messia dal popolo indie più elitario e intransigente i Deerhunter arrivano al Dancity Festival di Foligno a meno di due mesi da "Monomania", ultima fatica firmata Cox & soci. Un album solido e robusto che aggiorna il viaggio tenebroso ed esistenziale del leader ma che abbandona le venature psichedeliche e gli arrangiamenti fantasiosi di "Halcyon Digest", che rimane il miglior album della band. I Deerhunter versione 2013 hanno aggiunto muscoli e giacche di pelle al loro sound che profuma di America e garage notturni, lasciando solo un vago ricordo delle sperimentazioni ambientali passate. Intendiamoci, "Monomania" è un capitolo importante per la band di Atlanta e, per conto di chi scrive, è una delle migliori uscite discografiche dell'anno. Ma quando si parla di Deerhunter le aspettative sono sempre alte e, giunti al quinto album della loro carriera, dare alle stampe un bel disco forse non basta più. Tanti si aspettavano il capolavoro che ancora non è arrivato.

Piove e fa freddo a Foligno. L'estate è ancora un sogno da assaporare. I Deerhunter, vestiti casual, salgono sul palco e trovano solo pochi aficionados radunati nelle prime file ad attenderli. La fila c'è, ma solo per accaparrarsi un posto al riparo dal diluvio che incombe sulla città umbra. Sin dall'inizio si capisce che la serata sarà complicata. I muri di chitarra a volumi altissimi cancellano la voce di Cox e la batteria è solamente una eco lontana. Quando parte "Earthquake", salta l'elettricità e tutto si blocca. Ne approfitta Moses Archuleta che improvvisa uno spettacolo di tamburi per la gioia dei presenti che hanno così potuto constatare che è un signor batterista. L'attesa si prolunga e così anche Cox e il resto della band si armano di bacchette e tamburelli per un piccolo show nello show. Torna la luce e si riparte con rumori spaccatimpani. Persa la speranza di lasciarsi trascinare dagli umori e dai ritornelli empatici di Cox, ci troviamo di fronte a una vera e propria guitar-band. E, signori, la materia è di prima qualità. Lockett Pundt si conferma uno dei migliori chitarristi della sua generazione, confezionando arpeggi e code strumentali che sono un prezioso sussidiario di generi e stili diversi. È lui il vero protagonista musicale della serata, anche se l'attenzione è tutta per Cox. Bradford si muove bene sul palco e ammicca persino al pubblico rivelando una timida simpatia che sembrerebbe smentire ciò che si legge sul suo conto, anche se dal palco non si intravede l'affiatamento necessario tra le varie componenti del gruppo. Personalità troppo ingombranti? Forse sì. Cox scherza con la platea, Pundt alza il sopracciglio. Cox prende (sempre) iniziativa e i due guitars lo fulminano con lo sguardo. Vabbe'. "Desire Lines" rimette tutti in riga con quell'intro che sa tanto di Arcade Fire. Si pesca nelle track degli ultimi due Lp senza cadute di stile e con mestiere. Cox escluso, la band appare piuttosto statica e priva di umori.

"Sleepwalking" scalda la piazza con quella melodia bubblegum deliziosa e il ritornello liberatorio esaltato dai colori delle corde di Lockett Pundt. "Back To The Middle" sembra svegliare Frankie Broyles, prezioso per il ritmo ma soventemente assente dalle scene. Non si poga, non si canta, ma si assiste ipnotizzati e concentrati fino a quando Cox fa saltare in area la parrucca, "sorpresa, sorpresa!". Il gran finale è tutto per "Monomania", che metaforicamente è un sunto della poetica dei Deerhunter. Le chitarre volano in cielo, Cox attaccato al microfono grida "If you can’t send me an angel", ma nessuno lo sente. Però entra tutto quello che deve entrare: in quegli occhi tristi, nell'incomunicabilità che arriva dal palco, nei teneri e zuccherosi ritornelli pop che spezzano le angolature nervose delle chitarre, c'è un universo simbolico che ha la forza di un pugno in faccia. E in questo delirio, che per tanti aspetti è generazionale, la "Monomania" di Cox si perde in una coda strumentale lunghissima, che diventa caos allo stato puro prima di eclissarsi in un innocuo rumore di fondo.
Finisce così, con il pubblico che già si è tuffato nei ritmi della notte e Cox solo sul palco a riannodare i fili e smontare gli strumenti. A pochi metri di distanza la festa è già iniziata e i ritmi ossessivi di Shackleton esplodono tra le nubi di Foligno.

(Luca Stefanucci)

26/06/2013 Bolognetti Rocks, Bologna

Se è vero che certi concerti, per una data combinazione di fattori, risultano perfetti, indimenticabili, unici, per una sadica legge del karma, debbono esserci anche delle serate in cui “se qualcosa può andare storto, lo farà in triplice copia”. E' il caso, ahimè, della data bolognese degli americani Deerhunter, di ritorno nel capoluogo emiliano a due anni dall'incendiaria prova al Locomotiv. Chi c'era in quell'occasione potrà testimoniare di un set davvero memorabile e psichedelico, non solo perché il disco appena uscito era l'eccellente “Halcyon Digest” (mentre invece “Monomania” ci pare un episodio interlocutorio e “minore”), ma anche, e soprattutto, per lo stato di grazia di Bradford Cox & C., capaci di intrattenere il numeroso pubblico con una setlist di oltre due ore, indifferenti, ma anzi ancora più caricati, dal caldo soffocante del locale, che non ha risparmiato sorprese e lunghe, avvolgenti suite strumentali.

Torniamo al presente, a un umido martedì' sera al Bolognetti Rocks, Quella che sale sul palco, alle 22 e 10, con oltre mezz'ora di ritardo rispetto all'orario comunicato dallo staff, è una band visibilmente più timida rispetto a quello che ci si poteva aspettare. Tutti stanno parecchio sulle loro, forse stanchi, a partire dal chitarrista Lockett Pundt sino al nuovo bassista Josh McKay. Il live si apre con il garage-rock di “Neon Junkyard”, e prosegue sulle coordinate sregolate e chiassose dell'ultimo album in studio.
L'impasto dei suoni è spesso confuso e imperfetto: non è un problema, visto e considerato che “Monomania” è un lavoro improntato principalmente al distanziamento dalla ricerca formale e degli abbellimenti del mixing in post-produzione. No, il vero problema, come segnalato più volte dallo stesso Bradford Cox, è che alla band è stato imposto di suonare a volumi inferiori ai loro standard (come molti di voi sapranno, il cortile del vicolo Bolognetti è situato in pieno centro, dove un'ordinanza comunale impone un livello massimo di decibel): una limitazione che pare non essere stata presa di buon occhio da Cox, che ironizza in continuazione sulla cosa, invitando gli spettatori (a dire il vero non molti e un po' troppo freddi), ad avvicinarsi al palco per “bloccare il suono” ed evitare che i rumori della strada circostante disturbino l'esibizione. Forse solo per un capriccio del leader della band, che si vocifera fosse ubriaco sin dal primo pomeriggio, il concerto procede a corrente alternata, con i Deerhunter che spesso vanno avanti col pilota automatico, altre volte sprizzano scintille come in passato.

Cox, con camicetta a righe e parrucca “emo”, è in vena di cazzeggiare, sin troppo forse: annuncia la richiestissima “Nothing Ever Happened” e attacca invece con “Memory Boy” (nessun brano da un disco travolgente come “Microcastle”), stravolge la scaletta che un fan stava tentando di sbirciare, continua a lamentarsi e a scusarsi dell'acustica della location. Il meglio arriva dalla sezione centrale, dedicata allo psych-pop di “Halcyon Digest”, con “Don't Cry”, “Revival” e il crescendo epico della “Desire Lines” di Lockett Pundt.
Il resto non presenta molte sorprese, a parte una lunga, soffocante, cover degli Stereolab, “Blue Milk”, che si trascina per oltre dieci minuti: “Monomania” è saccheggiato in lungo e in largo, dal pop di “Back To The Middle”, al funk allucinato di “T.H.M” sino allo scatenato noise della title track (in cui con molta probabilità le limitazioni dei decibel sono state infrante senza ritegno!) che chiude un'esibizione frustrante e bizzarra proprio sul più bello. Poco prima, alle 23, un ragazzo dello staff urla a Cox e compagni “ten more minutes!”, segno che i giochi avranno vita breve.
Un live di un'oretta striminzita per una band che avrebbe potuto, e dovuto, fare ben di più, e che invece si è limitata al compitino senza infamia né lode.

Senza additare nessuno in particolare, l'organizzazione del Bolognetti Rocks o i Deerhunter stessi, ma con la certezza di aver assistito a un concerto che lascia l'amaro in bocca. Chi era al Locomotiv, quel focoso aprile di due anni fa, non potrà darmi torto.

(Alex Poltronieri)
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