13/10/2013

Fates Warning

Colony Club, Brescia


di Michele Bordi
Fates Warning

Il mondo della musica non ha mai risparmiato alcuni paradossi. I Fates Warning, considerati tra i padri fondatori del considetto metal-progressive degli anni 90, nonché tra i contributori più positivi e costanti nel corso della loro lunga carriera, sono sicuramente uno di questi. Sì, perché è francamente bizzarro come una band con una tale storia, che debuttò nel lontano 1984 con “Night On Bröcken”, sia arrivata quest’anno in Italia per la sola quinta volta nella sua carriera.
Infatti, per risalire all’ultima comparsata della band del Connecticut nel nostro paese bisogna fare un salto nel 2007, in occasione dell’Evolution Festival. Ma se sei anni non sono poi un’eternità, fa davvero impressione pensare che molti dei fan ritrovatisi la sera del 13 ottobre al Colony Club di Brescia aspettavano questo giorno dal remoto show di Biella del 1998.

Sicuramente il lungo silenzio in studio, interrotto da pochissimo con l’ottimo “Darkness In A Different Light” dopo nove anni dal predecessore “FWX”, ha influito decisivamente su quest’astinenza, ma le numerose date negli ultimi anni in terra teutonica, per non parlare dell’area balcanica e della Grecia, non possono non dare un indizio su come l’Italia non rientri esattamente nelle mete live preferite dei cinque (in compagnia di Francia, Inghilterra e Spagna, ad onor del vero). A fine concerto il disponibilissimo Joey Vera non mancherà di parlarci di questo, tra le altre cose.

Appena entrati nel Colony Club, locale da poco trasferitosi nella periferia di Brescia, notiamo una venue insolita: un palco, assai bassino, sullo sfondo di un ampio salone disseminato di divanetti, con un soffitto alto non più di tre metri a rendere il tutto un po’ claustrofobico. La capienza del Colony non è sicuramente esagerata - lascia intuire a occhio un massimo di 500 o 600 persone - e sarebbe ragionevole pensare che un sold-out possa essere alla portata degli attesi ospiti.
Purtroppo, invece, le aspettative sono fortemente deluse e gli organizzatori ci comunicheranno un modesto score di 230 anime presenti, un numero che azzera tristemente ogni ipotetica velleità di tornare a essere un target di primo interesse per il quintetto americano. Si augurava sinceramente maggior gloria a un club così coraggioso da proporre una selezione musicale di tale livello, tra l’altro ottimamente organizzata.

Con buona puntualità apre la serata la band reggiana Master Experience, che propone un prog-rock/metal di discreta qualità, alternato a qualche eccesso di troppo da parte dell’eccentrico frontman. A seguire, i norvegesi Divided Multitude, che vantano diversi ammiratori nell’ambiente (tra i quali gli Shadow Gallery, come hanno confessato nel recente show in Ancona): l’esecuzione tecnica è impeccabile e l’impatto nei primi minuti devastante, tuttavia la tensione è gradualmente scemata col passare dei minuti, complici delle soluzioni stilistiche che tendono a mostrarsi ridondanti e a tratti addirittura blande.

Ma, come è giusto che sia, l’attenzione è tutta rivolta agli headliner, che fanno il loro ingresso scuotendo la serata con “One Thousand Fires”, uno dei migliori brani del nuovo album, il quale rispetta dal vivo le promesse fatte in studio. La scaletta, come prevedibile, è incentrata sull’opera degli ultimi 25 anni, tralasciando gli albori heavy metal ottantiani, ormai remoto ricordo dei camaleontici statunitensi.
I brani si alternano quindi da frammenti del concept-album capolavoro “A Pleasant Shade Of Gray” alle più lontane digressioni vagamente hair-metal  di “Through Different Eyes” e “Point of View”, del duo “Perfect Symmetry” e “Parallels”.

La risposta del pubblico è notevole in tutti i brani, con l’unica eccezione di “Another Perfect Day”, pezzo non indimenticabile che smorza per un po’ gli entusiasmi e non rende giustizia al bistrattato “FWX” del 2004, dignitoso album con la sfortuna di chi deve esibirsi dopo il trionfo dei maestri.
L’esecuzione dello show è degna del nome che porta il gruppo: Bobby Jazormbek alle pelli porta nuova linfa alla band, colmando in buona parte la voragine lasciata dall’addio di Mark Zonder, un autentico fenomeno nel trasmettere la sua grande personalità senza risultare invadente. L’apporto dato dall’esecutore di origini polacche è notevolmente differente dal suo predecessore, più spostato verso il lato metal della band, senza però risparmiare colpi di classe, e sostiene con maggior energia l’eccezionale groove di Joey Vera, uno che con l’heavy metal è sempre andato d’accordo.

L’assenza di Aresti non è stata troppo penalizzante, visto che il ragazzotto che risponde al nome di Michael Abdow sorprende, pur con discrezione, per la facilità con la quale si carica sulle spalle la sezione solistica, lasciando al boss Jim Matheos il suo tipico riffing sporco e ruvido, vero trademark della band.
Per ultimo lasciamo Ray Alder, come con i campioni: il texano (di probabili origini colombiane, come suggerirebbe il suo vero cognome Valderrama) non avrà più l’estensione di “No Exit”, ma è cresciuto in modo impressionante negli anni, catturando l’attenzione del pubblico come un magnete. La già esigua distanza del palco dalle transenne si annulla mentre allunga le sue lunghe braccia verso la folla, come volesse farla sua e ringraziarla per essere ancora lì, dopo tanti anni, a offrirgli il suo caldo abbraccio.

Tra un brano e l’altro del nuovo “Darkness In A Different Light”, il top viene toccato con una “Eleventh Hour” davvero suggestiva, con tutto il pubblico a intonare il coro del ritornello, mentre i brani presi da “Disconnected” (le travolgenti “One” e “Pieces Of Me”) sono quelli che trasmettono più sferzate di energia. L’unica macchia dell’esecuzione avviene proprio in occasione di uno dei loro brani migliori, tratto sempre da “Disconnected”: “Still Remains” parte inconcepibilmente amputata della sua evocativa introduzione, mentre il resto dell’esecuzione è sì puntuale e preciso ma appare come incompleto, forse per l’assenza di un vero tastierista ad arricchire il suono con quelle atmosfere quasi industrial che pervadevano l'asfissiante album di origine.

Nonostante ciò, uno show di livello molto elevato seguito da un “meet & greet” in cui i cinque hanno dimostrato tutta la loro generosità e pazienza, nella speranza che questa bella serata di musica sia solo un arrivederci, magari a presto.

Setlist
  1. One Thousand Fires
  2. Life in Still Water
  3. One
  4. A Pleasant Shade of Gray: part III
  5. Another Perfect Day
  6. Down to the Wire
  7. A Pleasant Shade of Gray: part VI
  8. Pieces of Me
  9. I Am
  10. The Eleventh Hour
  11. Point of View
  12. Firefly
  13. Through Different Eyes
  14. A Pleasant Shade of Gray: part XI
  15. Monument
  16. Still Remains
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