1/2/2013

Fennesz, Schnitt, Gea Brown

Museo Marino Marini, Firenze


di Michele Guerrini
Fennesz, Schnitt, Gea Brown

Ecco arrivata la seconda edizione dell’International Feel che l’anno scorso aveva regalato un’ottima scelta di musica elettronica e sperimentale, tra performance di Nurse With Wound, Alva Noto e l’austriaco Fennesz che è stato preso in considerazione anche per la nuova line-up del festival fiorentino.

Insieme all’autore di “Endless Summer” e del più recente “Aun”, troviamo in scaletta altri due progetti: Gea Brown e gli Schnitt: quello che si avrà di fronte sarà una serata dominata dalla mutazione, dall’alterazione cerebrale e da un artigiano minimale del suono elettronico.


Tra le statue deformi e geometriche del Museo Marini, tra nuovo e antico, tra vetro, acciaio e legno, in una scenografia elegantemente spoglia, la sera inizia relativamente presto, verso le 22 l’atmosfera e lo spazio cominciano a chiudersi, e concentrarsi attorno al djing dronico di Gea Brown.
Qui suoni granulosi e minimali si sommano lentamente in un cucito lisergico a più strati. Una trama di riverberi che farà da culla onirica inquieta a quello che poco dopo si rivelerà una micidiale esplosione ritmica, un’implosione magnetica totalizzante che risucchierà nel suo centro ogni forma, immagine, visione attorno a sé.

È il set degli Schnitt, progetto nato nel 2007 per mano di Amelie Duchow e Marco Monfardini, dedito a una nuclearizzazione degli schemi attraverso massicce dosi di Idm, techno e influenze post-industriali in un corpo nuovo di infiniti interlacciamenti. Un’esperienza che si spiega dentro una formula audio-visuale completa, attraverso la loro release “Syncropath” (uscita in solo Dvd per Site Sync nel 2011) che a Firenze viene riproposta in maniera egregia.
Il duo rimane nell’oscurità più totale mentre sopra di loro, sull’unica parete spoglia del museo vengono proiettate figure in continua trasformazione, grafiche nate da una visione schematica e splendidamente cibernetica della realtà, in un flusso di coscienza caotico, fra cut up televisivi, loop di pattern geometrici ossessivi e visioni dall’interno di una mente artificiale.


Un’immersione sinestetica che non lascia nessuno spazio di ripresa o di riflessione, e che al suo termine ha lasciato tutti noi felicemente stremati. 
L’inserimento del set di Fennesz, dopo un’esperienza così totalizzante come quella degli Schnitt, non è stato difficoltoso.
Dopo pochi secondi, gli scenari ambient e dronici dell’artista austriaco si sono spiegati. Una rugiada sensibile si è depositata sulle luminose scie di suono tanto care a “Black Sea” o “Venice”, mentre piccole strutture celliformi si accumulavano a costruire sempre nuovi scenari. Niente chitarra, solo tablet e una concentrazione spasmodica che non ha lasciato Fennesz fino alla fine dell'esibizione, che purtroppo è durata solo circa mezz’ora.
Una durata che non ha compromesso la bellezza emotiva ma che avrebbe desiderato un approfondimento maggiore. Un difetto che comunque si trova in solitudine mentre l’International Feel si riconferma capace di unire eleganza, una scelta artistica mai scontata e capace di percepire e analizzare i sintomi della migliore musica elettronica.

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