30/11/2013

Fleshtones

United Club, Torino


di Stefano Ferreri
Fleshtones

E anche quest’anno la serata Fleshtones l’abbiamo portata a casa.

Si è dovuto aspettare l’autunno avanzato invece che la solita primavera, ma, grazie a quelli dello United Club, uno dei pochi appuntamenti fissi nella nostra agenda musicale si è concretizzato, ancora una volta. Il grosso del merito, va detto, deve essere comunque attribuito all’inossidabile formazione newyorkese, trentasette anni di carriera e lo stesso entusiasmo del primo giorno, la medesima quantità di sudore a imperlare le fronti, gli identici bonari eccessi a corredo del solito show felicemente delirante. Tutto già visto. Tutto già raccontato. Eppure è difficile dire basta quando si entra nel vortice vizioso degli adepti. E allora ci si perdoni, con il generalizzato tono da amnistia, anche il ricorso massivo al copia e incolla da precedenti cronache già affidate alla rete. Quello dei Fleshtones è un culto a tutti gli effetti, con i suoi rituali codificati, il suo vangelo rigorosamente apocrifo e la genuina isteria di seguaci tanto devoti quanto improbabili. Una liturgia sopravvissuta nella propria serafica indifferenza a un tourbillon di mode e di infinite nuove sensazioni presto avvizzite. Sopravvissuta forse persino a se stessa, come potrebbero far notare gli incauti detrattori limitando le loro critiche alle sole fattezze dei protagonisti in scena: un leader incontrastato ma non tiranno – Peter Zaremba – che ha sotto gli occhi un naso che fa provincia, dei borsoni in stile Basset Hound e guance cadenti degne di un San Bernardo, eppure appare in forma scintillante; il suo scudiero Keith Streng, con ogni probabilità l’inconsapevole inventore del look emo, che sfodera l’immancabile frangetta di un tempo appiccicata alla bell’e meglio sopra un volto da Gollum rugoso; il non meno disturbante contrasto tra l’abbigliamento giovanile e i solchi da cariatide del batterista Bill Milhizer, sessantacinque primavere; e poi l’unica parziale eccezione, il bassista Ken Fox, davvero in grande spolvero per quanto di gran lunga agevolato sul piano anagrafico con i suoi (appena) cinquantadue anni, praticamente un pupetto. A guardarli con occhio cinico potrebbero sembrare patetici ma è vero l’esatto contrario: questi vandali garage-rock sono veterani stoici e appassionati, un bene dell’umanità da tenere sotto perenne tutela.

fleshtones270x220_iLi ritroviamo così nello stesso posto dove li avevamo lasciati l’ultima volta (le ultime due in realtà) e, dettagli decorativi a parte, nulla sembra essere cambiato. La distanza siderale dal nostro primo appuntamento sotto il loro palco – quindici anni fa, in un locale molto più ampio e in fondo meno intimo – è destinata a svanire nel vuoto di un eterno presente, replicato a oltranza. Rischiantati così senza colpo ferire nei nostri giorni da adolescenti non proprio terribili (ma anche nel 1983, in un certo senso), nell’attesa pre-concerto ci lasciamo ipnotizzare come sempre dagli orrori calzati da uno Streng che sorseggia birra incurante della nostra presenza osservatrice: non più gli stivaletti in vernice rossa da piccola vecchia Dorothy coi capelli tinti, persa nella sua adorabile Oz revivalista, bensì un paio di ributtanti scarpe zebrate e scamosciate, troppo brutte per essere vere. Lo stile, comunque sia, è tutto e ne sa qualcosa un inarrivabile Fox, con tanto di gessato pure impegnativo e due mostri sbrilluccicanti color ciclamino ai piedi. Al di là del glamour da vecchie zie pacchianissime, non è però da meno la spiazzante umanità di queste consumate rockstar che seguono spalla a spalla con noi l’esibizione dei gruppi-antipasto. Zaremba stavolta si fa vedere tardi, arriva trafelato ma non si sottrae al rito degli abbracci (vistosi) e a un rapido scambio di battute (in italiano) con uno stuolo di vecchi fan che avranno sì e no l’età dei nostri genitori, e che lui ha tutta l’aria di conoscere da anni. Piacevole conferma, questa, a un aneddoto che per i suddetti maldicenti non potrà che rimarcare l’aspetto un po’ pietoso di tutta la faccenda, ma che a noi lascia addosso un’innata sensazione di buon umore. E poi “vecchi fan”, si diceva. La definizione è corretta. Col riempirsi del locale si certifica un’età media che va ben sopra i quaranta, scongiurando il rischio di frenetica attività pogatoria nel salone paurosamente angusto dello United. Ma ci sono anche bambini, tre o quattro almeno, e un buon numero di donzelle in età non esattamente senile: nuove orecchie e nuove voci per il verbo di questa band di glorie stagionate, ormai prossime (con ogni probabilità) al traguardo dei cinquemila concerti suonati.

fleshtones270x220_iiE poi si comincia, vivaddio. Curiosa l’abolizione del loro celeberrimo trenino ritmato, impeccabile questua per applausi, ma anche degli improponibili camicioni sgargianti del frontman, che per l’occasione indossa una sobria camicia scura impreziosita però da un pataccone di medaglia al collo. Nonostante il doppio sfregio inferto al copione dei fedelissimi, il pubblico non si fa pregare per andare in visibilio. Il valore fidelizzante resta elemento imprescindibile in ogni live dei Fleshtones che si rispetti. E ogni live dei Fleshtones che si rispetti deve tramutarsi da subito in una festa sguaiata, goliardica, diversa da tutto il resto in circolazione e proiettata in una dimensione altra, del tutto fuori dal tempo per quanto saldamente ancorata a un mitologico passato americano. “Tonight this is not Torino” – urla Zaremba con enfasi tenebrosa – “This is Hitsburg, U.S.A.!”. Il confine è varcato, ancora una volta. Per un paio di ore la nostra anima è affittata a questi chiassosi diavolacci e la baraonda impazza, su e giù dal palco. Difficile dire cosa faccia più presa, se il sudiciume punk-rock o l’ininterrotta messinscena dei quattro redivivi protagonisti davanti a noi. Di certo, oltre a una formula impeccabilmente rodata, il gruppo del Queens sa offrire a occhi profani scampoli d’imprevedibilità come si è soliti raccoglierne solo in un’intera stagione di concerti. La barriera di separazione ideale tra palco e spettatori è annullata in partenza, per cui diventano frequenti le scorribande dei musicisti in mezzo a un pubblico entusiasta. Solo l’età avanzata del leader e dei suoi fan trattiene Peter dalla tentazione di esercitarsi nella pratica dello stage diving, anche se il suo guizzante andirivieni testimonia una tenuta atletica di tutto rispetto. Peccato per la presenza pleonastica di un ansioso e attempato gorilla che non potrebbe essere più fuori contesto, e che visibilmente patisce l’ebbrezza della serata non riuscendo a coglierne le più elementari sfumature: vorrebbe mantenere il controllo sino al più infimo dei dettagli su una cerimonia che non ha nulla di violento o pericoloso per la sicurezza dei presenti. Inutili le rassicurazioni di Zaremba, che ogni tanto gli fa il verso con bonaria ironia e gli presenta il microfono per invitarlo a cantare il coro in “Feels Good To Feel”, invano.

fleshtones270x220_iiiL’apparente sregolatezza è sovrana, ma le canzoni restano comunque sacre e non vengono interrotte solo per lasciare spazio alle fantastiche spacconate dei maturi yankee: se Pete non rinuncia a fare il galante con le signorine presenti nelle prime file, riservando ai loro accompagnatori buffetti in viso e ritornelli urlati a non più di dieci centimetri dalla faccia, Streng e Fox “calano” tra gli spettatori portandosi dietro chitarra e basso senza smettere di suonare, aprendosi varchi in stile “Mosé sul Mar Rosso” e lanciandosi in una sorta di tenzone cavalleresca nel lungo corridoio vuoto appena materializzatosi tra due ali di folla. Non meno esilarante l’immancabile siparietto che i due inscenano sulle note di quella “The Dreg” che apriva il loro Lp d’esordio, “Roman Gods”: il più esaltante dei momenti auto-celebrativi in scaletta è una vera burla, con Keith e Ken intenti a suonare sia il proprio che l’altrui strumento intrecciati a mo’ di chiasmo, esibendosi al contempo in una sorta di piroetta, col cantante nei panni del maestro di cerimonie issato sulla più alta delle casse, gentilissimo nel consigliare ai nostri obiettivi di rivolgere il proprio fuoco ai due funamboli a centro palco. Dischi nuovi da promuovere non ce ne sono (“Wheel Of Talent” è in calendario per il 2014), e allora può far brodo anche la raccolta tra rockabilly e power-pop dedicata all’immaginario di Halloween (“Mondo Zombie Boogaloo”, uscita quest’anno su Yep Roc), cui i Fleshtones hanno partecipato con cinque inediti e che hanno recentemente portato in tour negli Stati Uniti: una sola scoppiettante ripresa (“Haunted Hipster”) affidata al notevole canto di Streng, idealmente congiunta alla sempreverde “I Was a Teenage Zombie” proposta in seguito. Se Keith ha modo di mettersi in luce in questo e in un paio di altri casi, il motore della spettacolarizzazione guascona e un po’ bruciata del quartetto rimane senza dubbio uno Zaremba anguillesco, strafottente e particolarmente rinvigorito, almeno sul piano fisico.

fleshtones270x220_ivE’ lui a lanciarsi baldanzoso in duetti quantomeno improbabili, da portare avanti con voce sempre più biascicata e senza un apparente filo logico. Dirige il traffico rotatorio dei compagni urlando motti farneticanti o soffiando in un fischietto argentato come un vigile o un arbitro in una gag slapstick. Si dedica al suo Farfisa in maniera del tutto occasionale, con una parsimonia degna di un minimalista giapponese ma anche con il vigore folle di un Tom Waits ancora più trasandato, prima di alzare a piacimento gli standard etilici dei brani rispolverando una vecchia armonica. Il canovaccio si ripete con infinite variazioni sino al finale – o, meglio, “ai finali”, visto il paio di encore proposti – divenendo via via più contagioso anche per i sensi dello sprovveduto critico e della sua almeno teorica impassibilità. Difficile in fondo restare imperturbabili quando ci si trova gomito a gomito con ultrasessantenni che si comportano come quindicenni, urlano, pigiano, acclamano, scalano gli amplificatori e si sbracciano in un quadro di delirio condiviso. Difficile non lasciarsi andare quando si fa da sostegno per la risalita sul palco di un corpulento cantante, quando un chitarrista si mette a suonare come un pazzo in cima alla piramide umana dei suoi compari, un bassista passa più tempo in ginocchio che in piedi e le svisate di organo ti martellano il cervello. La colonna sonora di tutto questo brioso bailamme è la musica dei Fleshtones. Non i trionfanti ed epocali motivetti degli esordi però, come sarebbe lecito attendersi da una band seduta sugli allori e intenzionata a vivere di rendita, bensì il rock-blues più tirato e sudicio degli ultimi dischi pubblicati, con qualche recupero dal repertorio di metà anni ottanta, un affettuoso omaggio ai Ramones e un paio di cover, dai coevi Teenage Head e dai Beatles di “Day Tripper”. Finisce in gloria come ogni santa volta, con i quattro mattacchioni che si fanno largo in mezzo al pubblico, escono dalla porta in fondo alla sala e se la chiudono alle spalle, il tutto senza smettere di suonare.

Anche oggi niente “American Beat”, maledetti Fleshtones! Ma come il mugnaio lillipuziano innamorato della sua Clementina, in quelle pubblicità di quando eravamo piccoli e altrove vedevano la luce “Roman Gods” o “Hexbreaker!”, insisteremo a provarci con ostinazione, entusiasti anche nella sconfitta. Una buona scusa per non mancare il prossimo appuntamento, che non dista più di qualche mese da questo gelido dicembre, ne siamo certi. 

Setlist
  1. Hitsburg U.S.A.
  2. Feels Good To Feel
  3. Haunted Hipster
  4. Serious
  5. Laugh It Off
  6. You Give Me Nothing To Go On
  7. Pretty Pretty Pretty
  8. Way Down South
  9. Alright
  10. Day Tripper
  11. Screaming Skull
  12. I Was a Teenage Zombie
  13. Remember The Ramones
  14. The Dreg
  15. You’re Tearing Me Apart (Teenage Head)
  16. My Kinda Lovin’
  17. The Crossroads Are Coming
  18. I Wish You Would
  19. Shiney Heinie
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