28/05/2013

Grizzly Bear

Alcatraz, Milano


di Guia Cortassa
Grizzly Bear

Chiunque abbia ascoltato (o letto) qualcosa proveniente dalle mani dei quattro Grizzly Bear conosce bene la precisione quasi maniacale con cui il gruppo di Brooklyn sia solito agire. Per questo quando, lo scorso settembre, il loro set, previsto come headliner all'End of the Road Festival, si era bruscamente interrotto per un errore di calcolo dei tempi della scaletta – paradossalmente, troppo breve rispetto allo slot a loro dedicato – lasciando i musicisti sul palco in palese imbarazzo a cercare una soluzione al problema e una degna conclusione al concerto (ovvero una versione ancora più lunga e dilatata di "Colorado", preceduta dall'invito di Ed Droste ad accendere qualsiasi cosa il pubblico avesse avuto da fumare), a prendere il sopravvento sulle mie impressioni era stato lo stupore per una tale ingenuità. Un vero peccato, conoscendo l'estrema capacità, non solo tecnica, di Droste, Bear, Rossen e Taylor.

Anche per questo le aspettative riposte nella data milanese della band erano altissime – oltre a sei anni e mezzo di assenza dai palchi italiani, come precisato da Droste, e due dischi come "Veckatimest" e "Shields" usciti nel frattempo. Ad attenderli c'è un Alcatraz non sold out, ma con uno dei pubblici migliori visti negli ultimi tempi: silenzioso, rispettoso e partecipativo, tanto da meritarsi i complimenti dalla stessa band.
A Milano, i Grizzly Bear portano a termine la magia che si era infranta tra la pioggia del Dorset. Dal vivo, il suono preciso e studiato che contraddistingue il lavoro in studio della band perde parte della patina di perfezione di cui è ricoperto per lasciare spazio al coinvolgimento empatico tra i musicisti, diventando ancora più complesso e completo.

Come prevedibile, il set ruota intorno agli ultimi due album, senza però risparmiare incursioni che risalgono fino a "Horn Of Plenty" per un'incredibile "Shift" e a "Yellow House" per l'encore con "Knife". Non c'è gerarchia all'interno della band, piuttosto una struttura rizomatica: lo si capisce già dalla disposizione scelta sul palco, ma anche dalla naturalezza con cui Droste (i cui contributi sono per lo più vocali) si muove nei momenti in cui è Rossen impegnato alle voci, o la disinvoltura del polistrumentismo di Chris Taylor.
Per chi assiste, la sensazione è quella di trovarsi su una nuvola. L'illuminazione bassa e radente sulla scena, il fumo, le lanterne appese che sembrano volare rendono l'atmosfera soffusa e sospesa, avvolgente. Il concerto è lungo, i suoni pieni, a tratti noiosi, ma il risultato è di assoluta meraviglia. Impossibile distrarsi o distogliersi, da ciò che accade sul palco e che giunge alle proprie orecchie. Poco importa se, a tratti, la ricerca del "fare bene" vince ancora sul lasciarsi andare – come su "Knife", la cui psichedelia rimane intrappolata nella legnosità della scansione ritmica – il risultato è comunque magnetico e ipnotico.

Questa volta, l'incantesimo si rompe solo al riaccendersi delle luci in sala, un'ora e mezza dopo il suo inizio.

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