22-23/01/2013

Marillion

Milano, Alcatraz


di Michele Bordi


Marillion Notevole era l'attesa per il doppio live dei Marillion da parte dei loro fan. Ad accendere gli animi sicuramente la curiosità di ascoltare la resa dal vivo dell’ultimo, riuscito lavoro, quel “Sounds That Can’t Be Made” che ha finalmente retto degnamente il confronto con capolavori come “Marbles” e “Afraid Of Sunlight”, oltre a un’effettiva carenza di incursioni marilliche recenti nel territorio italiano, con l’ultima apparizione in formazione completa risalente alla data dell’estate 2010 a Mogliano Veneto.

A dire il vero, l’impatto della band nella nostra nazione si è gradualmente stemperato nel corso degli ultimi anni: lontani sono i tempi delle quattro date sparse per mezza Italia nel tour del 2007, al punto che da allora solo date uniche si sono alternate e pure stavolta è la sola Milano ad avere l’onore di ospitare un loro spettacolo, per di più in una scomodissima e sciagurata doppia data infrasettimanale.
Conscia delle difficoltà logistiche, unite alla consapevolezza sulla tipica pigrizia del “progster italiano medio”, una massiccia iniziativa sul web partita dal fan club italiano, “The Web Italy”, ha sicuramente contribuito a quello che è un piccolo miracolo per questa band di nicchia: nientemento che il sold-out di entrambe le date, per un totale di spettatori che supera ampiamente le 2.000 presenze.

Gli spettacoli hanno, tra l’altro, permesso di conoscere l’interessante cantautore Marco Machera, un esordiente di lusso nel mondo della musica visto il background non indifferente che può vantare, nonostante la minuscola discografia proposta. L’impacciata ironia dell’artista, visibilmente onorato di aprire lo show degli inglesi, ha piacevolmente introdotto i due set, prevedibilmente incentrati sul repertorio del nuovo disco, ma per il resto completamente differenti nelle due serate, come promesso.

Si può dire subito una cosa: “Gaza”, ambiziosa suite di apertura di “Sounds...” rende decisamente meglio dal vivo di quanto già non faccia da disco. Sarà l’impatto live che aiuta ad apprezzare in pieno l’aggressività della prima parte, saranno alcuni arrangiamenti della sezione centrale che dal vivo si liberano di alcune incertezze, acquisendo la giusta cattiveria, oppure l’interpretazione drammatica del frontman Steve “H” Hogarth; fatto sta che funziona, e pure parecchio.

La prima grossa sopresa sta nella scaletta della prima serata. Sarebbe lecito aspettarsi qualche brano disimpegnato dopo il colosso “Gaza”, ed invece ecco l’acclamata quanto rara maratona “Ocean Cloud”, accolta con piacere tra il pubblico, in verità ancora stordito dalla massiccia opener. Del resto, si parla pur sempre di mezz’ora di musica spalmata in due soli brani.
La performance dei cinque nella prima serata è impeccabile: forse solo qualche leggera sbavatura in alcuni cambi di ritmo presenti nel nuovo repertorio, in particolare da parte del flemmatico Kelly, evitano l'en plein, ma per tutto lo scorrere del resto del set ci si può stupire di tanta perfezione acustica.

Gli altri brani dell’ultimo nato in casa Marillion hanno comunque fortuna alterna: “Pour My Love” si giova leggermente della carica impressa dalla band, ma resta un brano sostanzialmente trascurabile, mentre la frizzante “Power” terrà fede al suo “wall of sound” decisamente meglio nella serata successiva. Dopo una “Neverland” a livelli stratosferici, collaudatissimo pezzo da novanta degli albionici, si rimane stupefatti dal silenzio irreale che cade in sala al risuonare delle gocce di piano che introducono uno dei migliori brani dell’ultima fatica della band: “The Sky Above the Rain” stringe una morsa al cuore anche ai più rudi uomini da concerto, portando alle lacrime con il suo struggente testo diverse giovani fanciulle accorse all’Alcatraz.

Sorprende in effetti anche il vasto range di età presente nelle due serate. Sebbene il target predominante di un concerto marillico sia tipicamente composto di quarantenni, stavolta la presenza di giovani e giovanissimi è ben al di sopra del consueto, per non parlare del lato opposto: diversi over 60, opportunamente stazionati nelle tranquille retrovie, ci dimostrano che dopo 30 anni le frecce nell’arco della band inglese sono tutt’altro che finite.
Detto ciò, lo zenith del primo spettacolo arriva comunque nella seconda metà, con “The Great Escape”. Non è un caso che “Brave” sia il disco più acclamato sin dall’ingresso di Steve Hogarth nella band; la folla prosegue il suo rispettoso silenzio mentre ammira ipnotizzata la teatralità del frontman mentre grida i violenti versi del finale, per poi esplodere in un tripudio finale. Esultanza bissata all’echeggiare degli accordi di “Warm Wet Circles”, seguita da “That Time of The Night”, un momento concesso alla nostalgia che riporta negli anni 80, per tornare gradualmente ai giorni nostri con “Easter” e “Three Minute Boy”.

Fin qui sembrerebbe il solito, eccellente spettacolo che i Marillion regalano sempre dal vivo, e invece si scoprirà che il meglio doveva ancora arrivare. Venti ore dopo, intervallate da un incontro pomeridiano con i fan nel locale “Frida”, si assiste a quella che entra di diritto nelle migliori performance italiane mai sfoggiate dalla band.
“Gaza”, se possibile, ha ancor più energia della sera precedente, ma si nota come Hogarth sia stavolta in leggero affanno con la voce, probabilmente ancora affaticato dalla performance ravvicinata. La setlist si snoda su brani classici e orecchiabili, da “Beautiful” a “You’re Gone”, alla sempre piacevole “Fantastic Place”. Composizioni piacevoli, seppur un po’ troppo abusate dalla band negli ultimi anni, giusto per muovere una dovuta critica. Poi, qualcosa accade.

Forse la risposta del pubblico, ancor più calorosa della serata precedente (molti dei presenti erano già arrivati la sera prima, sfruttando lo sconto abbonamento per entrambe le serate) ha fatto scattare qualcosa, ma un “C’mon...” sbuffato, sibilato da un Hogarth spiritato, poco prima di intonare i primi accordi di “Sounds That Can’t Be Made”, fa presagire un fuoco sacro latente che di lì a poco sarebbe esploso nel minuto uomo di Kendal.
Tutta la band inizia a decollare con un’intensità fino a quel momento ancora non toccata, al punto che il pubblico inizia addirittura a “cantare” il melodico assolo della chitarra di Rothery nel crescendo finale del brano, con evidente stupore misto a divertimento impresso nel gran faccione di quest’ultimo. Un’inaspettata alchimia si scatena tra la band e il pubblico il quale, in delirio di onnipotenza, inizia a reclamare a gran voce l’esecuzione di “Montreal”, il massimo gioiello dell’ultimo album dei Marillion, purtroppo “riservata a un’occasione particolare...” (sic!). Facile ipotizzare che stia parlando del prossimo “Marillion Weekend” canadese.

“Somewhere Else” è la sorpresa della scaletta, eseguita alla perfezione e seguita da una “Power” con una potenza (si perdoni la facile battuta) sconosciuta alla serata precedente. Ma il meglio arriva con uno dei massimi brani live dei cinque inglesi: “King” tuona fuoriosa nella sala per salire impetiosa fino alle vertigini, in un crescendo tirato all’estremo per cadere fragorosamente nel finale, come da copione.
Da lì in poi Steve Hogarth sale definitivamente in cattedra e ruba la scena a tutti: prima si abbandona ai dolci ricordi narrati in “This Strange Engine”, rilasciandosi sul suolo del palco dell’Alcatraz, totalmente preda della sua musica e in un coinvolgimento così profondo e sincero da commuovere lo spettatore, per venir poi posseduto dal “demonio” dell’“uomo invisibile”. “Invisible Man” diventa un puro spettacolo teatrale, musica e la tecnica passano assolutamente in secondo piano, mentre di fronte al palco si inscena la disperazione di un uomo invisibile in preda al panico: abbraccia il vuoto, si scaglia verso la folla, grida folle la sua insopportabile misera condizione. L’interpretazione è talmente intensa e meravigliosamente scomposta da far gelare il sangue e quando il “wall of sound” finale esplode, lo stesso Hogarth è ancora talmente immedesimato nel ruolo da far fatica a rientrare subito nei ranghi, a uscire dal suo personaggio, lasciando la sala con ancora impressa nel volto una maschera di straziato dolore. E’ incredibile come un frontman di tale livello, ben lontano dall’impacciato ragazzotto che mosse i primi passi nel lontano 1989, sia sconosciuto, lui e il suo purissimo talento, alla maggioranza del grande pubblico della musica.

Dopo la straripante prestazione, il finale viene concesso nuovamente a “Neverland”, salutando con affetto quelle che lo stesso singer definirà: “Un pubblico incredibile, le migliori date mai fatte in Italia”.
Non possiamo che essere d’accordo con lui.

Foto su gentile concessione di Roby Maestrini
Playlist
22/01/2013

  1. Gaza
  2. Ocean Cloud
  3. Pour My Love
  4. Neverland
  5. Power
  6. Sounds That Can't Be Made (for Fabio)
  7. The Sky Above The Rain
  8. The Great Escape
  9. Man of a Thousand Faces
  10. Warm Wet Circles (encore 1)
  11. That Time of the Night (The Short Straw) (encore 1)
  12. Easter (encore 2)
  13. Three Minute Boy (encore 2)


23/01/2013

  1. Gaza
  2. Beautiful
  3. The Sky Above The Rain
  4. You're Gone
  5. Fantastic Place
  6. Pour My Love
  7. Sounds That Can't Be Made
  8. Somewhere Else
  9. Power
  10. King
  11. This Strange Engine
  12. The Invisible Man (encore 1)
  13. Neverland (encore 2)
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