22-26/05/2013

Primavera Sound Festival 2013

Parc del Forum, Barcellona


di Lorenzo Righetto, Maria Teresa Soldani
Primavera Sound Festival 2013

Finalmente, come provinciali col fardello in spalla, si va a scoprire come appare il mondo là dove le cose semplicemente avvengono, o almeno le cose che interessano la galassia indie, o piuttosto hipster, come vuole il neo-neologismo. Appena si prende la rampa che conduce all’ingresso del festival, un senso di anticipazione monta progressivamente, con quell’enorme pannello solare scenograficamente inclinato sul mare, come in un gesto plastico d’accoglienza, fino al palco della Ray-Ban, che completa la scenografia col suo anfiteatro da moderna Taormina.
Al Primavera suonano “tutti”, questo è il primo fatto incontrovertibile. Il che permette anche di prendere il polso, di trovare un po’ il baricentro della scena indipendente, suddivisa tra il severo diktat d’Oltreoceano di Pitchfork, che sponsorizza in parte il festival, e la severa selezione dei gruppi in reunion (quest’anno tocca a shoegaze e Blur), che mostra, più che un vuoto generazionale, la difficoltà oggi di organizzare festival generalisti.

Questo “tutto” si rivela poi, in realtà, un misto di “cavalleria leggera” (settore governato dagli onnipresenti Deerhunter e interprete del filone più frivolo e “Camden Town” del festival, che va dall’indefesso power-pop dei Duemila dei Vaccines al garage di Evans The Death e del simpaticissimo Mac DeMarco, passando per l'idolo del pop da cameretta, non proprio trascinante dal vivo, Wild Nothing) e di veterani più o meno navigati (Nick Cave, Swans, Grizzly Bear, Phoenix, Band Of Horses, questi ultimi non presenti per cancellazione del volo). Quelli che si “devono” vedere, insomma, in quel misto di passione per la musica e puro gossip che fa parte del gioco.
A proposito, tanto vale scoprire subito le carte: Phoenix trascinanti fino a quando, nelle prime 4-5 tracce, scaricano un bel po’ di pezzoni da “Wolfgang”, partendo da “Entertainment” e passando da “Long Distance Calling”. Poi il concerto mano a mano si spegne, sotterrato dalle inesistenti canzoni di “Bankrupt!” e da una incomprensibile riprosizione di “Love Like A Sunset”, seguita da una ruffianissima “Countdown” sussurrata tra la folla, voce e chitarra. I Blur? Arrivati a “Beetlebum”, mi rendo conto che i concerti nostalgici non fanno per me, neanche quelli di una grande band come i Blur, che sicuramente non suona come la brutta copia di sé stessa, ancora oggi. Francamente, però, di ascoltare il loro greatest hits quindici o vent’anni dopo alle tre di notte col raffreddore non ho voglia - anzi, non riesco proprio a tenere gli occhi aperti.

Ma al Primavera non c’è spazio per snobismi di sorta, perché, contrariamente a quanto si possa pensare, l’atmosfera che si respira è davvero positiva. Spiace fare gli anti-patriottici in trasferta, ma gli unici a tentare di rovinarla sono gli immancabili italiani, sempre pronti a far sapere di avere una canna fra le mani o di starsi scolando qualcosa di forte, soprattutto nel bel mezzo di un concerto... “Se lo sapessero al paese!”. L’edizione di quest’anno pare aver sfondato i record di presenze, eppure non si ha mai la sensazione della calca – le persone fluiscono in mezzo alla incomparabile scenografia del festival come in un enorme organismo; nessuno dei palchi è mai irraggiungibile perché troppo gremito; per evitare eccessive code agli ingressi e agli stand basta avere una minima accortezza.
I concerti si svolgono in sostanziale silenzio, o in stato di festosa euforia (i cori a Tracy Ann durante il concerto dei Camera Obscura) e a volte può capitare di vedere un concerto da headliner appena iniziata la giornata (senz’altro il caso dei pur monotoni Tame Impala). Non fosse per il vento gelido e la pessima programmazione dell’Adidas Pro, ci sarebbe anche la possibilità di godersi qualche brano spaparanzati a pochi metri dall’acqua sciabordante.

Certo, alla fine la sensazione è che non si porti a casa la musica, ma un più generale avvenimento di euforia collettiva, nel quale la bellezza del luogo e di Barcellona giocano ovviamente la loro parte – e questo non sminuisce affatto il potere ispiratore del festival, anche per chi, magari, musicalmente si sente un po’ fuori fase rispetto al segnale dominante della rassegna. Anche perché le uniche comparse del mondo che lo riguardano più da vicino sono assenti (Rodriguez) o pescati dall’ala mediamente più sciapa - come se l'adesione fedele ai canoni suonasse in realtà esotica in questo contesto (Julie Doiron, Phosphorescent, Matthew E White).
Questo non toglie che, in un festival così ampio, giochi un ruolo più importante la fortuna nella scelta dei nomi, per cui bisogna veramente godersi il tutto senza fretta, sondando dalla distanza le nuove sensazioni (l’acerba e anche un po’ antipatica Daughter) e facendo il fan un po’ nerd attaccato alle transenne durante le esibizioni di vecchi eroi, quelli che fanno capire la differenza tra veterani ancora sulla breccia e musicisti di repertorio per villeggianti (lo straordinario concerto dei Sea and Cake, un flusso sonoro plasmato da veri artisti, un divario con le altre band non solo tecnico; i rinati Camera Obscura, loro invece un po’ presi dall’ansia della grande folla al Ray-Ban).

Insomma, per il festival più importante dell’Europa continentale vale sicuramente il detto “Vedi il Primavera e poi muori”. Col che vuol dire anche che, forse, non è proprio il festival a cui smani di tornare: un’esperienza (detta alla hippie) da fare, ma non più di una volta.

Piccola nota a margine: da non perdere anche il party domenicale nel parco della Ciutadella, e la chiusura alla Barts/Apollo.

Primavera Best Act di Maria Teresa Soldani

Tra i nomi che ho atteso di più in questa edizione del festival ci sono i canadesi Do Make Say Think, che raramente si ha la possibilità di ascoltare dal vivo in Italia. Band post-rock di Toronto della scuderia Constellation (Godspeed You! Black Emperor, A Silver Mt. Zion, Fly Pan Am), ne condividono una ricerca tutt’altro che banale su nuove forme di post-rock contaminate con diversi generi.
Ricerca che, nel caso dei Do Make Say Think, spazia dal jazz alla musica da camera, fino all’elettronica – con tanto di synth, fiati e archi – avvicinando il loro sound a quello di band come Jaga Jazzist e Dirty Three.

Durante il festival, il loro concerto si svolgeva (quasi) in contemporanea con quello dei Dinosaur Jr, cosa che sicuramente ha fatto perdere loro potenziali spettatori. Nonostante questo, i Do Make Say Think sono stati una vera ‘macchina da live’. Sul palco, postazioni doppie di tutto tranne che di basso – doppia batteria, doppi sintetizzatori, doppie chitarre – occupate dai cinque membri del gruppo a comporre una sezione ritmica compatta e uno strato armonico-melodico di drone, cavalcate di riff e arpeggi raffinato e variegato.
Quarantacinque minuti circa di trascinante musica strumentale fatta di ritmiche incalzanti e sincopate, fraseggi di chitarra sapientemente cesellati in strutture compositive diversificate rispetto allo schema ‘ripetizione/stratificazione/crescendo’ tipico del post-rock ‘chitarristico’ dei primi Mogwai e degli Explosions in the Sky. Né drammatici né cupi, a volte ironici e con un mood alla Broken Social Scene (“Do” e “Fredericia”), a volte impressionistici piuttosto che epici, con brani dal sapore cinematografico (“Auberge le Mouton Noir”).  Peccato solo per l’assenza dei fiati (sassofono e tromba in particolare), peculiari nelle registrazioni della band.

Vedere i Do Make Say Think dal vivo dopo sei album (da “Do Make Say Think”del 1998 a “Other Truths” del 2009) ti fa sentire affamato di musica, appagato dal live ma mai sazio. Di fronte hai una band di polistrumentisti che non si è accontentata di ciò che ha prodotto in ogni disco e che costantemente prosegue la sua ricerca, no matter what. E dal vivo tutto questo c’è.

Una piccola nota conclusiva a margine su un festival che offre sempre un sacco di bella musica: Bob Mould e Nick Cave in stato di grazia, anche per merito di due grandi band che li accompagnano; Swans, Neurosis, The Sea & Cake strepitosi; Metz e Thee Oh Sees migliori rock band; “You Made Me Realize” dei My Bloody Valentine il finale perfetto del festival.

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