16/11/2013

Scout Niblett

BlahBlah, Torino


di Stefano Ferreri
Scout Niblett

Strano personaggio, Scout Niblett. Uno di quelli che incuriosiscono quasi per deformazione, che viaggiano con l’immancabile corredo di miti buoni più che altro per essere sfatati, ma non sempre. Una ragazza ormai quarantenne che in Inghilterra ha lasciato poco più che un certificato di nascita, trovando poi l’America oltreoceano, appunto. Le chitarre di Cobain e Steve Turner, l’immaginario grunge e quell’aggressività anche tenera della prima Courtney Love, negli anni dell’adolescenza. Quindi una santa trinità di padrini venerabili, tra canzone d’autore e fervore rock: Jason Molina, Steve Albini, Will Oldham, di fatto un lasciapassare per l’Olimpo degli indipendenti come poche potrebbero spingersi a vantarne, oggi come oggi. E infine una nuova casa, là nella sempre vivacissima Portland, Oregon, anche se – immaginiamo – in posizione defilata rispetto alle residenze dei Meloy o dei Mercer. E’ una questione di indole: Emma Louise Niblett non da certo l’idea dell’artista gioviale e modaiola, tutt’altro, e questo lo raccontano i sei LP sin qui pubblicati tra Secretly Canadian, Too Pure e Drag City – un curriculum di tutto rispetto – prima che le sue immagini da streghetta bislacca di cui è piena la rete. Mancava nel nostro paese da quattro anni, dalla non proprio fortunatissima esperienza a rimorchio dei Black Heart Procession, ma negli anni precedenti la si era potuta ammirare da sola come in apertura per gli amici Magnolia Electric Co. (o erano ancora i Songs: Ohia?). C’è, questa sera, chi la ricorda ancora semi-esordiente proprio come antipasto per la band del compianto Molina, vistosa parrucca platinata in testa ed esibizione ampiamente sopra le righe, gli isterismi bizzosi di una Cat Power ma anche un’interpretazione magnetica, di quelle che ti inchiodano gli occhi al centro del palco.

scoutniblett270x220_02Si presenta così con quest’aura di magica imprevedibilità la ritrovata Scout, ma non ci si mette molto a realizzare che di acqua sotto i ponti deve esserne passata davvero tanta, nel frattempo. Niente maschere vistose, niente abbigliamento freak, niente piedi scalzi. Accompagnata da un paio di colleghi barbuti, la cantante fende a fatica l’affollato assembramento in fondo al salone del BlahBlah, venue eletta per la prima di queste quattro nuove date italiane. Tocca ammettere di aver visto poche volte così stipato il locale di via Po, ma è anche vero che la scelta di rendere gratuito l’evento di stasera – felicissima, considerati i risultati – non può non aver pesato con un simile pienone. La Niblett è sorridente ma appare intimidita, sorprendentemente compassata. L’avvio del suo concerto orienta in tal senso le impressioni, visto che il primo brano in scaletta (una cover che trasfigura nell’austerità folk l’originale reggae di Althea & Donna) non si avvale di alcun accompagnamento per la voce e la Fender Mustang della piccola inglese, pure caute oltre l’immaginabile. Un’austerità rispettabile ma non proprio di buon auspicio, per chiunque alla vigilia chiedesse un po’ di pepe e di irruenza allo show. Ma c’è da ricredersi presto, per fortuna. Bastano i primi interventi dei compagni in scena, essenziali quanto preziosi, per dare tutta un’altra profondità alla sua esibizione. Che si fa via via meno timida quando Scout comincia a osare e a lasciare libera di rappresentarla quella voce esile ma vibrante, che si alza come un vento caldo e irretisce, che “arriva”, come direbbe l’esperto di luoghi comuni.

scoutniblett270x220_iiUna rosa rossa fermaglio tra i capelli, composti solo fin quando la testa non comincia a ondeggiare e quel po’ di sudore non fa capolino; gli adesivi di una rana e delle scarpette pure rosse di Dorothy: sono le uniche vezzose concessioni al colore per una Niblett altrimenti persino seriosa, non fosse per quei generosi sorrisetti da bambina pestifera che non manca di regalare, con puntualità svizzera, nelle brevi pause tra un brano e l’altro. Battute con il pubblico poche, a dire il vero, e forse ha ragione chi la racconterà poi come provata da condizioni di salute non ottimali. Sia come sia, lo show non sembra risentirne. Sono i pezzi forti del recente “It’s Up To Emma” – sostanziale conferma qualitativa ed espressiva del precedente “The Calcination Of Scout Niblett” – a incantare e conquistarsi i primi applausi convinti di un pubblico che in prevalenza, sospettiamo, non la conosce affatto. L’intensità e la fermezza colpiscono. La moliniana “My Man”, per dire, riesce affilata ma non priva di un suo controllo impeccabile, così da lasciar fuori ogni ipotesi di scoria lirica o formale, dal rumore alla maniera. Il contributo di un drumming scarnificato, a mimare l’impostazione ritmica del disco, si conferma funzionale alla linearità di una prova refrattaria agli orpelli. Non meno pregevole è quello puramente decorativo della seconda chitarra, i cui brillanti ricami si offrono solo a intermittenza e senza mai prevaricare. Presenze poco più che trasparenti entrambe, accorgimenti minimi ma quanto mai opportuni per evitare di circoscrivere la performance nella pura claustrofobia slowcore, facendo affidamento, piuttosto, sulla necessaria tempra rock (emblematica “Second Chance Dream”) che la rende simile alla miglior Shannon Wright.

scoutniblett270x220_iiiMentre va svuotandosi l’alto calice di vino rosso ai piedi della cantante, si fanno via via più ragguardevoli gli spigoli, il volume e le finestre di isteria controllata che l’umore le detta. I recuperi dal memorabile “This Fool Can Die Now” (a fine serata saranno ben quattro) spingono proprio in questa direzione, infiammano di febbrile euforia l’elettricità in quei quaranta centimetri scarsi tra Scout e la prima fila di spettatori, e questa scarica si propaga in tutta la sala come un’onda. Anche se quel filo di follia tende a far breccia come un annebbiamento temporaneo. Anche se i testi sono impregnati di malinconia e l’approccio resta lunare. Non per nulla la Niblett è drogata di astrologia, e si sente. “Canta qualcosa di un po’ più positivo”, le urla in inglese una ragazza dalle retrovie dopo l’immancabile raccolta di applausi. “Qualcosa di un po’ più positivo?”, chiosa lei con una falce di denti sul viso, “penso che faresti proprio bene ad andartene”. “Un jingle natalizio?” interviene allora il chitarrista che fa centro, con il chiaro intento di stemperare al meglio la tensione. Ma anche una battuta caustica e maligna fa brodo, stasera. La sintesi sublime di dolcezza clamorosa e fragori tellurici di “Could This Possibly Be?” varrebbe da sola come il miglior biglietto da visita possibile per un’artista non convenzionale ma sempre genuina. Varrebbe il prezzo dell’ingresso, se si pagasse. Ma questa volta ci va davvero di lusso: un bel concerto e pure gratis.

La strada per il bancone è una sorta di via crucis, appena si inizia a sfollare. Ma mai come in questo caso canticchiare i Future Bible Heroes di “A Drink Is Just The Thing” diventa un capriccio irresistibile.

Setlist
  1. Uptown Top Ranking
  2. All Night Long
  3. Gun
  4. Can’t Fool Me Now
  5. My Man
  6. Second Chance Dream
  7. Your Last Chariot
  8. Nevada
  9. Let Thine Heart Be Warmed
  10. Could This Possibly Be?
  11. Yummy   
Scout Niblett su OndaRock
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