12-13-14/09/2013

Supercrawl Festival

James Street, Hamilton, Canada


di Raffaele Teodonno
Supercrawl Festival

Quanti di noi old timers ricordano, e magari usano ancora, l’espressione “fare lo struscio” in centro? Ecco, questo è il concetto su cui si basa il Supercrawl Festival di Hamilton, Ontario, Canada, nato cinque anni fa come sfida della Sonic Unyon Record, etichetta indie cittadina: portare decine di migliaia di persone a «strusciare» per James Street North, in pieno centro.

Sfida impervia, considerata la reputazione di Hamilton, città industriale, popolare, senza particolari attrazioni, oscurata dalla vicina Toronto. Recuperare edifici abbandonati o decadenti, ristrutturarli, trasformarli in locali underground, gallerie d’arte, pub, pittoreschi negozi d’epoca, club di vario genere, dove giovani e meno giovani, specie se appassionati di musica ed arti figurative, potessero trovare il loro luogo di riferimento.

 

L’idea di chiudere l’intera James Street per circa due chilometri, piazzando due palchi alle estremità ed un altro al centro, sembrava quantomeno pretenziosa. E dopo la prima edizione, avvenuta nel 2008, che attirò appena tremila impavidi, gli organizzatori parvero degli insensati. Ma si sa com’è il cuore del rock indipendente: batte a prescindere dal mercato.

Cosi, against all odds, il festival è cresciuto anno dopo anno, fino alle oltre centomila presenze nelle tre giornate alle quali abbiamo assistito, con il piccorealizzato in quella di chiusura, che ha visto protagonisti il synth-pop dei Passion Pit, la crème del punk torontoniano Fucked Up e Metz, più le perle nascoste locali, ancora misconosciute oltre confine, Lee Harvey Osmond, Joel Plaskett e Dinner Belles, nonchè l’attrazione principale, una tra la più riverite band undergound americane degli ultimi trent’anni, Yo La Tengo.

 

Ma il Supercrawl non si limita ai tre palchi: art galore ad ogni angolo, orde di artisti di strada, cartomanti, pittori e caricaturisti, acrobati dell’Orange Circus (una sorta di Cirque du Soleil versione anglofona), e centinaia di performance improvvisate ed opere d’arte in divenire, tipo la staccionata dove ad ogni passante viene dato modo di aggiungere il proprio graffito a migliaia di altri.

Il tutto per il divertimento di giovani universitari e vecchi fanatici alt-rock, proletari delle molte industrie locali e figli di papà in trasferta dai ricchi sobborghi metropolitani.

 

La terza serata è stata quella musicalmente più clamorosa: con il calar della sera, dopo decine di band “minori”, almeno come seguito e fama, salgono sul palco i Metz, con i loro oramai proverbiali spietati assalti di chitarre elettriche rozze, pesanti, dal suono fragoroso e martellante. Un’ora di performance senza tregua, come se il trio volesse lasciare fino all’ultima energia sul palco.

Alex Edkins, chitarra e voce della band, finisce esausto, sudatissimo, nonostante la temperatura fresca, quasi si fosse esibito in un basement piuttosto che all’aperto. Sezione ritmica devastante ed un set che fila via come un treno, costruito intorno alle composizioni del loro album d’esordio. L’intensità del suono dei Metz ha trascinato le migliaia di presenti in un immaginario scantinato, gomito a gomito, salto dopo salto: questo è il vero spirito garage.

 

Prima ancora che i Metz terminino di martoriare i propri strumenti, sul palco opposto inizia il sound check dei signori Yo La Tengo. In molti quindi si spostano per garantirsi i posti migliori al cospetto di Ira Kaplan, Georgia Hudley e James Mc New, la band di Hoboken che da quasi trent’anni si conferma tra le più amate dalla critica musicale a stelle e strisce e dal popolo underground della tri-state area.

Il trio dimostra da subito di trovarsi a proprio agio nello scenario urbano post-industriale e post-decadente che funge da contorno, e parte con un poker di brani tra i loro migliori: fra i quali i nuovi “Stupid Thing” e “Paddle Forward”, “Stockholm Syndrome” e la grandiosa “Big Day Coming”, tutti in versione abnormalmente distorta, oltre ogni limite, in un tripudio noise-rock degno dei loro grandi amici d’oltre Hudson Sonic Youth. Qualche giovincello abbandona repentinamente il sottopalco, poco attratte dall’impressionante pedaliera di Kaplan, dalla bontà dei brani e dalla tecnica del trio, ma almeno ventimila persone si lasciano trasportare da un sound che nella seconda parte del set tende a farsi più tranquillo, in una sequenza di brani semi acustici che vedono la voce di Georgia in grande spolvero, almeno tanto quanto il suo dinamismo alla batteria.

 

Dopo oltre un’ora di grande musica, arriva la sequenza finale, aperta da “Ohm”, il brano che apre e caratterizza il recente “Fade”, e chiusa dai quindici apocalittici minuti di “Pass The Hatchett, I Think I’m Goodkind”, con il suo ossessivo giro di basso, il crescendo ritmico ed i violenti passaggi di Ira, che si esibisce nel suo fantomatico assolo con chitarra roteata sopra la testa. L’ovazione è di quelle che raramente si ascoltano a nord del confine americano.

Alla fine ci scappa anche un rapido saluto e quattro chiacchiere fra i tre musicisti ed un piccolo gruppo di hardcore fans, ancora una riprova, qualora ce ne fosse bisogno, di quanto Ira e Georgia siano two of a kind: mai presuntuosi, sempre disponibili, amabili come pochi altri nell’universo alt-rock.

 

Ma non è finita, pochi minuti di pausa e giù di nuovo ad ascoltare i Fucked Up, che chiudono le esibizioni sul palco nord. Introdotti da Vish Kanna (un notissimo FM radio host canadese) come “la migliore punk-rock band canadese, se non del globo”, i Fucked Up partono con “Queen Of Hearts”, dirompenti, incalzanti, Damian Abraham sugli scudi, ancora vestito (per poco) prima di tuffarsi già dal secondo pezzo tra la folla.Damian passa per tutta l’area sottostante il palco, scambiando sorrisi, carezze e baci con i propri fan. Anche per questo a Toronto lo adorano come pochi altri artisti. All’apice dell’esibizione arriva “The Other Shoe”, con il pubblico che intona all’unisono il “dying on the inside” del controcanto. Energia ed entusiasmo alle stelle.

Chiudono la serata sul palco principale i Passion Pit, ma francamente il loro synth- pop, pur reduce da un gran successo negli States lo scorso anno, con un singolo arrivato sino al numero 3 delle chart 2012 di Rolling Stone, non regge al confronto con i giganti che li hanno preceduti. Prima della fine del set ci allontaniamo dalla zona, per battere sul tempo il traffico in uscita dalla città, non senza prima aver dato un ultimo colpo d’occhio allo straordinario spettacolo di James Street e del Supercrawl. Until next year
Setlist

Setlist Yo La Tengo:

Stupid thing

Stockholm Syndrome

Big Day Coming

Autumn Sweater

Paddle Forward

Cornelia And Jane

Nothing To Hide

Before We Run

I’ll Be Around

Ohm

Flying Lesson

Double Dare

The Point Of It

Pass The Hatchet, I Think I’m Goodkind
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