06/10/2014

Anathema

Alcatraz, Milano


di Matteo Meda
Anathema

"Ma a quarant'anni ti vedi uguale a come ti vedevi quand'eri un ragazzino? No, eppure sei sempre tu. Ecco, questo è quanto, oggi noi siamo quel che suoniamo. E infatti stasera faremo anche 'Fragile Dreams' perché alla gente continua a piacere, ma non potrà andare avanti così. Sarà la prossima ad uscire dalle scalette e non si dovrà aspettare la fine di questo tour perché accada"


Incassato questo anticipo dell'intervista concessaci prima del concerto da Vincent Cavanagh, vediamo di affrontare subito la piaga dolorante, rimandando il racconto puro a qualche riga più in là. Gli Anathema sono in tour per promuovere “Distant Satellites” e da ormai più di dieci anni hanno salutato senza possibilità di ritorno quel sound di cui lo zoccolo duro dei fan non riesce (giustamente) a disamorarsi. E questo è un elemento che non può essere trascurato nel parlare della loro performance milanese, unica tappa della tournée concessa a un paese che, nella fase centrale della loro carriera, li ha amati alla follia. E che però oggi sembra averli abbandonati, a causa di una comprensibile nostalgia che a Vincent e compagni fa venire (per loro stessa ammissione) il voltastomaco.

Per una delle band protagoniste assolute del panorama rock contemporaneo, l'Alcatraz apre il “palco piccolo”, quello laterale, quello che si apre generalmente per i gruppi che non superano i mille paganti. Giusto per capirsi: stante alle voci, gli Opeth il mese prossimo suoneranno sul palco principale. Insomma, il succo è che la fanbase italiana degli Anathema non è certo corsa in massa per raggiungere Milano e godersi solo quella “Fragile Dreams” che nel frattempo i Nostri hanno già in programma di eliminare dalle scalette. E pensare che i concerti di quest'estate avevano riacceso una speranza nel cuore dei nostalgici, spentasi però già dalla prima data di questo lungo tour mondiale. “Quest'estate stavamo facendo le prove generali per capire che pezzi mettere nella scaletta del tour, eseguivamo più pezzi vecchi in una stessa serata per vedere un po' come reagiva il pubblico, coscienti che ne avremmo scelto al massimo uno”, ci avrebbe spiegato Vincent.

Il riassunto di tutto ciò potrebbe limitarsi a un: gli Anathema del 2014 non sono gli Anathema che piacciono in Italia. E il pubblico italiano li ha accolti all'Alcatraz con prevedibile freddezza (piace pensare che almeno qualcuno fosse “stregato” dalla musica), scatenandosi solo ed esclusivamente sulla già citata “Fragile Dreams”, battendo le mani e agitandosi per il resto solo su precisa e ripetuta chiamata. “Perdendosi”, paradossalmente, la performance di una band presentatasi in uno stato di forma con pochissimi precedenti, addirittura ancor migliore di quella apprezzata sul bellissimo “Universal” l'anno scorso. Non è bastato questo a far scattare un'alchimia un minimo diffusa, né sono serviti troppo il coro di auguri a Danny Cavanagh, la grinta irrefrenabile di Vincent, l'inedito impegno profuso da un ottimo Jamie, un Daniel Cardoso in versione metronomo e l'ugola da brividi di Lee, tale da rubare potenzialmente la scena agli altri.

A finire per primi triturati dalla tagliola silenziosa del pubblico sono stati i Mother's Cake, curiosa formazione chiamata ad aprire la serata all'insegna di un blues-rock tra psichedelia e progressive (con palesi riferimenti a Jimi Hendrix). Letteralmente ignorati dalla maggioranza dei presenti, i tre austriaci non si perdono d'animo e si rendono comunque protagonisti di un set intenso, dove i loro pezzi riescono a guadagnare in personalità ed energia rispetto alle versioni in studio (e non è un caso che la band sia letteralmente nata sul palco, con più di cento concerti negli ultimi cinque anni a fronte dell'esiguo bottino discografico di un Ep e un album). Il tutto “rovinato” dall'immancabile chiacchiericcio tipicamente italico e protrattosi per tutta l'ora dello show, in una serata contraddistinta anche da un inusuale rispetto degli orari.

Quando gli Anathema salgono sul palco sono dunque le 21 in punto: attaccano con le prime due parti di “The Lost Song”, rispettando il copione della tracklist di “Distant Satellites”. Due pezzi non del tutto convincenti su disco che dal vivo risultano letteralmente revitalizzati, grazie anche al superbo benvenuto firmato Lee sulla “Part 2”. Sulle due metà di “Untouchable” a seguire il pubblico pare sentirsi più coinvolto, per quanto un errore nel settaggio dei volumi rischi di minare l'epico crescendo della prima parte; il riscatto avviene nella seconda, con Lee di nuovo protagonista indiscussa e la chitarra di Danny che passa con lode la prova del primo assolo. La sferzante “Thin Air” è il primo pezzo a suscitare autentici consensi, ma anche il momento della conferma di alcuni importanti interrogativi riguardo l'apporto di John Douglas.

Sono infatti parecchie le novità che i sei presentano nello spartirsi gli strumenti: la prima vede Danny nascosto dietro le tastiere per gran parte dei brani, pronto a impugnare la chitarra solo al momento degli assoli; la seconda, e più opinabile, è l'elezione di Daniel Cardoso a batterista fisso, con Douglas intento a percuotere senza troppa attenzione un paio di piatti e una grancassa elettronica. Un rafforzamento che contribuisce sicuramente a sviluppare in potenza la terza parte di “The Lost Song” - che a differenza delle prime due si conferma piuttosto fuori luogo - ma risulta a dir poco ingiustificato su un pezzo dolce come “Ariel”, forse la prova vocale più brillante di una Lee in serata di grazia.

L'esecuzione dell'autobiografica “Anathema” è invece il paradigma dell'andamento dell'intero show: Danny sembra arrivare al punto di commuoversi sull'assolo, Vincent sfodera una prestazione vocale talmente potente da sconfiggere un microfono tenuto troppo basso, e per contro il pubblico fatica ad animarsi pure dopo i ripetuti incitamenti dei due. L'intensità di “The Beginning And The End” è tale invece da smuovere anche i più scettici, confermando l'impressione che il capolavoro “Weather Systems” sia di gran lunga il disco accettato con meno fatica dallo zoccolo duro del periodo Nineties. Si tratta di un'eccezione alla regola confermata dalla sinfonia di “Universal”, il pezzo più pittoresco e oscuro in scaletta penalizzato di nuovo pure da qualche scelta fonica sbagliata (le tastiere alzate al punto tale da sovrastare gli altri strumenti).

Siamo alla fine del “tempo regolamentare” e il vocoder di “Closer” riesce finalmente a rianimare del tutto la folla, che intona in coro strofe e ritornello sfoderando pure un battimani irrefrenabile e, fino a qualche minuto prima, impensabile. Prima che la band si allontani per la prima volta dal palco, Danny si ritaglia uno spazio in solitaria per eseguire con la sola chitarra acustica (e dunque nella versione di “Hindsight”) una toccante “Are You There?”, accolta di nuovo con estremo favore al punto da strappare pure qualche lacrima. La stupenda e incompresa title track di “Distant Satellites” inaugura il successivo e immediato rientro sul palco dei sei, anticipata dall'altrettanto suggestiva prefazione strumentale di “Firelight”: John Douglas torna finalmente a sedere dietro la batteria, sfoderando una prestazione notevole pronta a ripetersi nell'altrettanto splendida “Take Shelter”.

Nel mezzo, Lee saluta la scena concedendo gli ultimi brividi sulla title track di “A Natural Disaster”, proprio mentre Danny chiede al pubblico di “alzare al cielo i telefoni cellulari” (in sostituzione dei classici accendini) rispettando una sorta di rituale che si ripete dall'esibizione all'anfiteatro di Plovdiv. La partecipazione è anche qui decisamente scarsa: le energie paiono essere tutte da parte per il gran finale, sul quale sembra davvero di trovarsi in un altro luogo con un altro pubblico. Della chiusura di “Fragile Dreams” abbiamo già detto, e non si può che ripetere di un tripudio totale, quasi uno “sfogo” da parte di chi non ha probabilmente mai davvero accettato la mutazione ultima della band di Liverpool.

Volge al termine un concerto intensissimo e memorabile per pochi e (probabilmente) noioso e portatore di rimpianti per molti. Come d'altronde voluto dalla stessa band: “Chi ci ama davvero, ci ama per come siamo oggi; chi ama il nostro passato, semplicemente non ci ama più”, è un'altra delle impietose sentenze di Vincent. Una posizione coraggiosa, per taluni addirittura irrispettosa di un pubblico in parte rimasto fedele nonostante il disappunto per un sound così lontano da quello di cui molti si erano innamorati. Una posizione che, in ogni caso, rispecchia appieno la natura di una band incapace di smettere di cercare nuove vie, di fermarsi in un punto, di scendere a compromessi con la propria creatività. Un eterno enigma che oggi si rivela in tutta la sua portata, ma il cui annuncio si celava già nel titolo di un capolavoro che i detrattori del sound odierno portano ancora nel cuore.

Photo by: Monica Andrei
Setlist
  1. The Lost Song, Part 1
  2. The Lost Song, Part 2
  3. Untouchable Part 1
  4. Untouchable Part 2
  5. Thin Air
  6. Ariel
  7. The Lost Song, Part 3
  8. Anathema
  9. The Beginning And The End
  10. Universal
  11. Closer
  12. Are You There? (acoustic)
  13. Firelight (encore 1)
  14. Distant Satellites (encore 1)
  15. A Natural Disaste (encore 1)
  16. Take Shelter (encore 1)
  17. Fragile Dreams (encore 2)
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