13/11/2014

Black Bananas

Samo, Torino


di Stefano Ferreri
Black Bananas

Questo è un live report che non si doveva scrivere. Mai per l’anticamera del cervello l’avevamo visualizzato tra le più remote ipotesi-passatempo di un venerdì pomeriggio in cassa integrazione. Avremmo tanta altra musica di cui parlare, e avremmo avuto anche altra musica da vedere la sera in questione, con l’amico di turno che ci serviva su un piatto d’argento un set intimista della nuova sensazione kiwi, i French For Rabbits. Ma noi niente, ché c’era modo di incrociare finalmente la tizia dei Royal Trux con quella sua aria “da attrice bruciata” che, diceva qualcuno sul web, sarebbe piombata in zona alla guida dei suoi Black Bananas per – testuale – “rivoltare la città”. Questo è un live report che non esiste, per quanto ci riguarda, e che magari si autodistruggerà quando arriverete al fondo della lettura, sempre che abbiate davvero intenzione di buttare quella che sarebbe giusto una briciola del tempo da noi dilapidato all’inseguimento della “valchiria” Jennifer Herrema. Inseguimento cauto, sia chiaro, abbastanza disinteressato. Scettico dinnanzi ai proclami della stampa che fa promozione e teso più che altro a saggiare lo status psicofisico (e solo secondariamente quello artistico) di un’autrice da sempre poco incline alla vita morigerata di tante più austere colleghe, una abituata più ai colpi di testa che a quelli di classe. Peccato arrivarci solo ora: la storica formazione evaporata da più di un decennio, il tempo che minaccia di aver fatto disastri, anche se le foto recenti su Google non tradiscono particolari cedimenti. E’ più una sensazione la nostra, destinata tuttavia a trovare presto riscontri.

blackbananas_iLa prima impressione, quando la band entra nel salone del Samo, non è proprio delle più confortanti. Sotto un poncho a tinte vivaci la quarantaduenne di Washington pare appesantita e poco curata, molto lontana dalle pose di modella pure agguerrita che in rete fanno ancora la loro porca figura. Nella sua mise freak abbondantemente fuori tempo massimo non si può dire però che la ragazzona yankee non faccia tenerezza. Un sentimento destinato a sfumare empaticamente in pena, quando la vediamo consumare le stesse pietanze servite un’ora prima anche a noi, due tavoli più in là, o seguire con aria sbattuta e birrozzo del discount in mano il post-punk poppettaro dei nostri concittadini Jumpin’ Quails (tra parentesi, due aperitivi niente male entrambi – rancio e opener – con menzione speciale per lo show trascinante di questi ultimi, anche se fruito a un volume semplicemente sanguinoso). I
l locale è alquanto carino, una vecchia fabbrica ripensata come centro polifunzionale e piena di bei graffiti eclettici, ma le tempistiche lunghe non ci consentono di apprezzarne fino in fondo le suggestioni artistiche. Che il gruppo spalla attacchi a suonare quando mancano quaranta minuti alla mezzanotte di un giorno feriale non è mai stata prospettiva esaltante per chi scrive, almeno da quando la tirannia della sveglia è tornata a essere cruda realtà quotidiana come negli anni della scuola.

Così per ingannare l’attesa ci ritroviamo a pensare ancora alla parabola della Herrema, una abituata a viaggiare a velocità supersonica e a indulgere in eccessi anche pericolosi. Una che ha confuso spesso scelleratezza e coraggio e che ora è nel camerino qui dietro, una risistemata e poi si va in scena. Confidiamo di ritrovarle addosso lo smalto da fatalona che quel look di prima, da povera disgraziata, ha annullato nella nostra mente. Conoscendo il tipo, siamo più che pronti alle sorprese: in ambito musicale la Nostra ne ha riservate diverse negli ultimi tempi, tra cui un 45 giri condiviso con Kurt Vile appena due anni fa. Anche se non esalta che l’oscuro coacervo di blues destrutturato e trash-rock seminale dei giorni ruggenti si sia involuto nell’electro-soul mutante e pacchianissimo della nuova incarnazione, rimane comunque un fondo latente di curiosità, stimolato dalla promessa delle infezioni funky e dei detournement hard-rock appannaggio delle elettriche marcissime della ditta, dal ritorno di Neil Hagerty anche se molto dietro le quinte (coautore di un paio di brani nel recente “Electric Brick Wall”) oltreché dal sigillo di garanzia a certificazione Drag City che non è mai venuto meno.
Anche se siamo rimasti spiazzati dal macchinoso metabolismo di una pletora di riferimenti cui siamo poco avvezzi, gli anni Ottanta di Prince e i Novanta di Mariah Carey rivomitati come corpi estranei al termine di una difficile assimilazione stilistica, il disco nuovo ci è piaciucchiato. Della storica esperienza con i Royal Trux rimane la fede cieca nel caos, oltre al gusto per le provocazioni destabilizzanti. La furia di allora tuttavia è solo un ricordo, ma siamo fiduciosi che dal vivo tornerà a farsi apprezzare.

blackbananas_iiPoi a mezzanotte e venti, quando ormai siamo stufi di arrovellarci con futili ragionamenti di questa fatta, l’ora delle speculazioni finisce. I Black Bananas salgono sul palco di travi sbilenche e mentre i due scudieri danno il via alle danze, armeggiando con i rispettivi strumenti, non ci occorrono molti secondi per realizzare che un cambiamento in Jennifer c’è stato sì, ma in peggio. Ha addosso una felpa che definire grossolana è ancora un complimento, oltre agli immancabili jeans laceri, stivaletti arditi e un cappellino da baseball calcato in testa a rendere irraggiungibili gli occhi. Da hippie a sciattona nel breve tempo di una sosta ai box, in cui qualcos’altro deve essere capitato oltre al cambio d’abito. Se prima l’avevamo vista loquace e quantomeno sveglia, ora sembra persa in un mondo tutto suo, rallentata, svanita.
La penombra richiesta dai musicisti per dare spazio alle lisergiche clip promozionali dell’album, qui proiettate in loop come se non ci fosse un domani, non aiuta certo. Ma non può bastare la semioscurità a rendere tanto impacciate le movenze di una donna di quarant’anni. Fingiamo di ignorare il dettaglio, per dedicarci un attimo ai coprotagonisti: il non meno sfuggente Brian McKinley, sorta di Nash Kato dei poveri con abbigliamento da squatter, e il sempre coloratissimo Kurt Midness, entrambi in squadra con la Herrema dagli albori dell’avventura RTX.

Bene, ci sono gli interpreti ma manca tutto il resto. Il pubblico per cominciare, diradatosi in maniera impressionante, vuoi per l’ora tarda, vuoi perché in tanti – sospettiamo – si erano presentati al Samo in qualità di sodali dei Jumpin’ Quails, quindi per spendersi in un tifo che adesso non ha più ragion d’essere, a quanto pare. A pesare di più è però l’assenza dei Black Bananas, presenti solo nominalmente davanti allo sparuto drappello di sventurati superstiti. “Creeping The Line” introduce i fantasmi fumosi e invertebrati dei musicisti che eravamo venuti a vedere ma stentiamo a riconoscerla, così inquinata da impasti di synth limacciosi da renderla solo un fastidioso rumore di fondo. Dovrebbero esserci anche i vocalismi della Herrema ma alle nostre orecchie proprio non arrivano. Vediamo l’enorme bocca della cantante muoversi pigramente, mentre lei si sdraia con flemma insopportabile, manda giù sorsate di birra come l’ultima delle sciroccate o ammicca con una resa plastica da novantenne, ma non c’è voce di sorta.
Con l’andar dei minuti, le cose non migliorano affatto, anzi. Jennifer insiste ad appartarsi a centro palco, culo a terra e gingillo elettronico tra le mani, dimenticandosi anche solo di fingere di cantare. Poi, senza alcun preavviso, prima Brian, poi lei scompaiono. La chitarra pitonata ha bisogno di una corda nuova, supponiamo, anche perché nessuno si degna di spiegare alcunché. Kurt lascia andare da solo il proprio marchingegno poi si siede sconsolato pure lui, e per dieci minuti buoni non ci sono che fiacchi gorgheggi in sottofondo e frammenti visuali nonsense più irritanti ogni secondo che passa.

blackbananas_iiiE’ senza alcuna legenda parlata anche il ritorno dei due fuggiaschi. Che non vale per giunta come strappo all’inerzia della prova del trio, moscia e sconcertante esattamente come prima. La sbandierata vena kraut si traduce in un’accozzaglia ritmica sbrindellata e narcotica, mentre i ricami elettrici restano quasi invisibili e la bionda statunitense continua a tenere tutti col fiato sospeso ciondolando instabile sulle assi incurvate, aggrappandosi all’asta del microfono come un’ubriaca, dispensando cinguettii con la sua macchinetta e biascicando liriche regolarmente non pervenute.
In uno stato di apatia incondizionata cerchiamo sostegno nei volti degli altri astanti, solo per ricevere in cambio la nostra immagine allo specchio: un sorrisetto disorientato quando va bene, una faccia allibita altrimenti. Non vi è la minima traccia della scintillante paranoia di “Eve’s Child” svilita a spenta amalgama sintetica, né del brio urticante del singolone “Powder 8 Eeeeeeeeight” o dell’inesorabile lamiera elettrica di “Hey Rockin’”, entrambi abbruttiti dalla squallida moviola autistica che li rende irricevibili per chiunque non sia impasticcato. Persino l’effrazione dance di “Physical Emotions langue sotto la stessa rumenta, un pastone mortificante. Ci viene concesso il privilegio di un pur blando simulacro della forma-canzone solo quando riconosciamo, non senza fatica, il refrain di “It’s Cool”, unico recupero dal disco precedente, decorato per giunta da un flebile surrogato di canto che il vocoder ha cura di drogare con risultati grotteschi.

Ma è solo un lampo di apparente normalità, se così si può dire. Quando la Herrema esce di nuovo lateralmente nel bel mezzo di una canzone, solo per andarsi a rifornire di persona al frigo del bar, decidiamo che ne abbiamo avuto abbastanza e che forse la serata andrà raccontata anche se i termini non saranno lusinghieri. Ci lasciamo dietro un deserto, una barzelletta che non fa ridere e che è anche stata venduta malissimo. Abbastanza per far guadagnare ai Black Bananas di stasera il non proprio invidiabile titolo di band più deprimente in cui abbiamo avuto la sventura di imbatterci. D’altronde, provate a chiedervelo anche voi: siete stati a molti concerti in cui non si è sentito mezzo applauso, nemmeno per sbaglio?

Setlist

Creeping The Line
Highway Down
Powder 8 Eeeeeeeeight
Eve’s Child
Hey Rockin’
Ride The Chump
Physical Emotions
It’s Cool
Give It To Me

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