24/09/2014

Tim Hecker

Basilica di San Giovanni Maggiore, Napoli


di Salvatore Setola, Giuliano Delli Paoli
Tim Hecker
La basilica di San Giovanni Maggiore è ubicata nel cuore del centro storico di Napoli. Fu fondata in epoca paleocristiana sulle vestigia di un tempio pagano ed è stata poi rimaneggiata pesantemente nel corso dei secoli. Oggi - dopo una serie di restauri occorsi al seguito dei tanti terremoti che l’hanno tormentata durante gli ultimi tre secoli – la chiesa appare come una delle massime testimonianze del tardo barocco napoletano. È in questa suggestiva location che Tim Hecker ha voluto presentare al pubblico partenopeo il suo ultimo lavoro “Virgins”, che l’anno scorso ha raccolto miriadi di consensi, anche nelle nostre classifiche redazionali.
 
L’evento – organizzato dall’associazione Wakeupandream in collaborazione con l’Ordine degli ingegneri di Napoli che nel 2012 ha restaurato la basilica – si è aperto tra le aspersioni di fumo bianco che hanno accompagnato la performance di Dave Saved. Al contrario delle premesse, il ragazzo ha ampiamente deluso le aspettative, ponendosi su territori elettronici insipidi e mal sfruttando l’armonia di un contesto a suo modo unico. Gracili variazioni glitch sparse qua e là a caratterizzare un impianto elettronico pseudo-cosmico, a metà strada tra lo Schulze peggio ispirato e un Nosaj Thing qualunque, hanno evidenziato una carenza di idee francamente evitabile data l’importanza, ma soprattutto la particolarità dell’evento. Insomma, la noia ha preso il sopravvento prima dell’ingresso di sua maestà Hecker. E la breve pausa è parsa dunque tanto necessaria, quanto estremamente salvifica.
 
Messa da parte cotanta pochezza, Hecker è salito finalmente sul presbiterio, i fumi scenografici si sono dissolti, le luci si sono spente e la penombra ha ingoiato la navata centrale dove erano accomodati gli spettatori. Il flusso creato dal ginepraio di liquami ambient-drone, gliaciali fruscii noise, vibrazioni glitch in grado di scuotere il suolo e solenni partiture di tastiera (tanto camaleontiche nel loro passare dall’organo al synth al piano, quanto sacrali nella loro avvolgente diramazione) hanno trasformato – nonostante la gradevole temperatura partenopea – la cupola della basilica nell'atrio di una grotta. I suoni prodotti dal musicista canadese sembravano occupare gradualmente l’ambiente circostante, stratificandosi e addensandosi in maniera tridimensionale, quasi a voler attagliarsi allo spazio che li ospitava con l’intento di erigere un’architettura sonora dentro l’architettura religiosa. Il muro di suono generato dall’incessante flusso di droni e dalle improvvise bordate a bassa frequenza ha letteralmente devastato i sensi per cinquanta minuti esatti (non uno in più, data la tipologia di musica proposta a duro assorbimento).
 
La capacità di trasformare gli ambienti – la loro abituale percezione spaziale e relazionale - attraverso il suono è una prerogativa della Sound Art; con la sua performance, Hecker ha dimostrato di collocarsi in una posizione intermedia tra l’arte dei puri suoni e l’organizzazione degli stessi in forme riconducibili alla sintassi musicale. La concretezza dell’impianto sonoro allestito dal produttore canadese è parsa tanto organica quanto clamorosamente esoterica, in un coacervo di luci e ombre atte a delineare un climax al contempo sepolcrale e celestiale.
 
La sensazione è che i cinquanta minuti di magma sonoro che Hecker propone nei suoi live aderiscano a un’estetica del sublime che nel passato meno recente ha attecchito, più che su altri musicisti, sugli astrattisti della scuola di New York degli anni Cinquanta. Il pittore americano Barnett Newman – per esempio - esortava gli artisti a non “costruire cattedrali su Cristo, sull’uomo o sulla vita”, ma a trarle “da noi stessi, dai nostri stessi sentimenti”. In modo analogo, ascoltare Hecker dal vivo, in una chiesa, amplifica la suggestione - già pienamente avvertibile in cuffia – di una musica atta a manifestare forme acustiche capaci di mostrare l’invisibile, rivelare ciò che è immensamente più grande di noi, ciò che possiamo sapere e dire ma non vedere, e nemmeno ascoltare. Una rivelazione profetica e salvifica, palesata con estrema maestria e con una sensibilità delle “macchine” decisamente fuori dal coro attuale.

Chi ha avuto il privilegio di esserci, ha dovuto fare i conti con la terrificante ed eccitante consapevolezza di trovarsi di fronte a un vuoto sovrastante: incommensurabile, intangibile e nondimeno in grado di riempire una chiesa. Una forza che è oltre l’uomo, irraggiungibile, ma è anche dentro l’uomo. Siamo nulla e siamo tutto: è terribile. È meraviglioso. In un luogo adibito al culto di Dio, Hecker ci ha forse mostrato ciò che gli umani chiamano appunto Dio. Qualche miscredente - che era venuto lì per curiosità - ha lasciato la chiesa anzitempo, senza attendere la fine della performance. Gli altri che sono restati fino all’ultimo secondo hanno continuato a pregare. Probabilmente come non avevano mai fatto prima.
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