26/07/2014

Laura Mvula

Piazza Aldo Moro, Locorotondo(Ba)


di Gioele Sforza
Laura Mvula

Ogni anno il Locus Festival è un’occasione per ascoltare buona musica in modo assolutamente gratuito e in un’atmosfera fresca e accogliente. Mentre nella stessa sera a Lecce, allo stadio Via del Mare, migliaia di fan isterici accorrono per il concerto di una band di dubbia qualità come i Negramaro, in quel di Locorotondo si esibisce - per la prima volta in Italia - Laura Mvula.

La cantante inglese è balzata agli onori della critica con il debutto dello scorso anno, “Sing To The Moon”, disco forse un po’ di maniera e talvolta forzatamente arty, ma con buoni spunti come i bellissimi singoli “She” e “Green Garden”. Musica lontana da quello che è stato il cuore del nuovo r’n’b inglese, espresso ad esempio da Jessie Ware, e più vicina invece a fascinazioni esotiche e afro, che si traducono in un’estetica dalle pose originali e stravaganti. Basti vedere l’enorme chioma con cui l’artista si presenta sul palco, avvolta in una veste drappeggiata combinata con vivaci pattern geometrici. Un ingresso quasi in stile Janelle Monae (all’inizio ho pensato pure a Solange Knowles). E pensare che fino a poco tempo fa esibiva il suo capo sfrontatamente nudo. Forse si sarà resa conto della scarsa sensualità di una simile acconciatura…

Ad aprire il concerto è un’artista salentina che risponde al nome di Carolina Bubbico, fresca di diploma al conservatorio ma per nulla vincolata ai suoi rigidi standard. La giovane leccese suona il piano con grande verve, si destreggia in ogni sorta di ritmo, riprodotto vocalmente e mandato in loop via laptop; magari le canzoni non saprà ancora farle memorabili, e a volte esagera con l’essere freak a ogni costo, ma segnalo una bellissima interpretazione del classico brasiliano “Aguas de Marco”. Da tenere d’occhio, sperando che non si adegui ai mediocri standard delle cantanti italiane attuali.

Laura Mvula si presenta con un seguito di 5 musicisti, di cui due uomini (contrabbasso e batteria), e tre (belle) donne a suonare arpa, violino e violoncello. Con questa formazione vengono riproposti più o meno tutti i brani del disco, che guadagnano molto dalla resa live in termini di coinvolgimento.
I brani intimisti, come “Diamonds”, “She”, “Father, Father” colpiscono al cuore grazie alla sentita performance della cantante, meno seriosa, più sciolta e persino simpatica dal palco. Dice “grazie mille” col suo accento che è più africano che inglese, si preoccupa che la platea non cada in un sonno profondo, un po’ timida, un po’ imbarazzata, ma sempre sorridente. In realtà, per quanto mi riguarda, la sua esibizione non è stata affatto soporifera, direi anzi quasi toccante in certi punti. E “Green Garden”, con la sua lunga coda condotta a mo’ di jam, dal vivo è ancora più irresistibile che su album.

Parliamo di un’artista dalle indubbie qualità, che è arrivata al panorama che conta forse con qualche anno di ritardo, ma ora c’è e il suo contributo può ancora essere significativo. Questa ora scarsa di concerto lo ha dimostrato in modo pieno e convincente.



Setlist
  1. Like The Morning Dew
  2. She
  3. Diamonds
  4. Father, Father
  5. Is There Anybody Out There?
  6. Flying Without You
  7. Sing To The Moon
  8. That's Alright
  9. Green Garden
  10. Can't Make Me Lovely
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