28/5/2014 - 1/6/2014

Primavera Sound 2014

Parc del Forum, Barcellona


di Luca Pasi e Francesco Pandini
Primavera Sound 2014
Accucciato sull'Heineken Stage nell'ultimo giorno di festival, il giovane californiano Kendrick Lamar, talento dell'ultima ondata hip-hop americana, sta coverizzando "Hail Mary" di 2pac, prima di attaccare con l'esplosiva "m.A.A.d City". Qualche centinaio di metri più in là, su un ATP buio illuminato solo da video che accompagnano la performance, ci sono i Godspeed You! Black Emperor, intenti a edificare un perfetto soundscape per l'Apocalisse.



L'eterogeneità del Primavera Sound, giunto alla sua quattordicesima edizione, continua a essere uno dei principali punti di forza di un festival che va ben oltre la semplice tre-giorni al Parc del Forum. Più di 300 concerti distribuiti sulla settimana per un pubblico totale di circa 200.000 persone, elevano il Primavera ad essere non più solo un ritrovo per appassionati, ma una capitale della musica a tutti gli effetti per l'intero arco della sua durata. Ed è grazie alla sua internazionalità (40% di pubblico straniero) che il Coachella europeo ha gettato le basi per costruire la propria leadership, senza però vergognarsi della forte identità spagnola testimoniata sempre di più attraverso i numerosi artisti locali della kermesse. Un monito necessario per chiunque abbia intenzione anche solo di strutturare un festival simile dalle nostre parti.





E oltre a essere cresciuto di anno in anno in simbiosi con il suo pubblico, il Primavera ha fatto anche tesoro dei vari piccoli problemi sapendosi rimodellare ogni anno attraverso miglioramenti a livello organizzativo, in primis la sistemazione dei palchi. I vecchi palchi affiancati Heineken e ATP messi ora uno di fronte all'altro (a questo giro Heineken e Sony) hanno risolto innanzitutto il problema dello spazio generandone di nuovo, e, in seconda battuta, la sovrapposizione sonora dello scorso anno, diventando così i principali stage insieme all'ex-San Miguel (ora ATP). Uno stratagemma fatto anche per "isolare" chiunque sia andato al Primavera per assistere quasi esclusivamente ai concerti di maggior richiamo e limitando la circolazione frenetica negli spazi stretti. Non sono mai state un grosso problema (a parte nell'anno degli sciagurati pagamenti via card), ma le code sono praticamente sparite: anche in zona ristoro ce la si cava con 5 minuti massimi di attesa. Per non parlare del festival nel festival per chiunque avesse acquistato il pacchetto VIP: accessi facilitati e postazioni privilegiate per assistere a tutto un altro festival (ma anche il trattamento per Press/Pro è migliorato, con la distribuzione di zainetti dedicati). Il Primavera ha saputo crescere un passo alla volta, senza esporsi eccessivamente come i festival la cui vita è già segnata in partenza, e costruire un brand che non avrebbe nemmeno più bisogno di pubblicità lungo le vie di Barna.


Mercoledì 28 e giovedì 29 maggio



Nota negativa di quest'edizione è stato, come l'anno scorso, il clima. Un diluvio trasversale battezza la prima sera al Parc del Forum, con i Temples che hanno comunque fatto valere la loro scuola psichedelica davanti a un pubblico temerario. Da rivedere invece l'esibizione di Sky Ferreira, che, oltre a dimenticarsi i pezzi, attacca ripetutamente lo stesso brano per poi stopparsi di colpo. Pessima. Quello che ci preoccupa invece il giovedì (dopo un'ottima esibizione, forse eccessivamente composta, dei Real Estate) sono i suoni del Sony, con volumi bassissimi che inficiano la performance dei Midlake. Ma i nostri timori scemano solo qualche ora più tardi. Sorprendono invece le Warpaint al cui live non avremmo dato un centesimo: le ragazze sanno suonare e jammano anche.
Si prosegue all’ATP con uno degli eventi veri di quest’edizione di Primavera: il concerto full-band dei Neutral Milk Hotel di Jeff Mangum, che già avevamo visto in solitaria due anni fa all’Auditori. Inutile dire che l’attesa è grande: il nome NMH si è fatto culto e poi moda nei quindici anni dall’uscita di un vero classico contemporaneo come "In The Aeroplane Over The Sea", uno di quegli album capaci di creare un mondo a parte. Per dire dell’affollamento, dalle retrovie finiamo catapultati sotto il palco all’altezza dell’ingresso dell’harmonium in "The King Of Carrot Flowers pt. One", scelta piuttosto prevedibilmente come apertura e seguita poi dalle altre due parti, che rendono Mangum l’unico uomo al mondo in grado di farci cantare a pieni polmoni “I love you Jesus Christ” e simili.

L’esecuzione è circense quanto e più che su disco, l’impatto scenico di polistrumentisti variamente barbuti/baffuti è notevolissimo, mentre praticamente tutti i pezzi vengono ribassati di molto nella tonalità per consentire a Mangum un maggiore agio nel cantato. Il momento più alto della serata rimane l’esecuzione di "Two-Headed Boy", gioiosa malinconia acustica folk-punk, il volume che sale e scende in maniera magistrale e ti lascia senza fiato. “And in the dark we will take off our clothes”.
 Ci si sposta al Pitchfork per un concentrato di adrenalina via CHVRCHES. Il disco dello scorso anno è davvero una gran collezione di ritornelli istantanei e Lauren Mayberry è un’esca perfetta per innamorarsene.



Il pubblico è quello delle grandi occasioni, nonostante la contemporanea presenza dei Queens Of The Stone Age sul main stage, cosa su cui la stessa Mayberry avrà occasione di scherzare un paio di volte, invitando il pubblico a non andarsene; ma l'abbandono all'attacco di hit come "Gun", "Recover" o "The Mother We Share" sarebbe alquanto discutibile e infatti scegliamo di rimanere fino all'ultimo secondo. Alle 00.30 tocca agli Arcade Fire.

Sarà la posizione non proprio felicissima (arrivare al Sony con soli venti minuti d’anticipo per un concerto che si svolge di fronte all’altro main stage dove hanno appena finito i QOTSA è qualcosa che può mettere davvero a rischio la vita), sarà che "Reflektor" è un album per chi scrive incomprensibile e, a parte un paio di notevolissime eccezioni, pieno di canzoni irrimediabilmente brutte, il concerto è stato un continuo saliscendi qualitativo. "Joan Of Arc", suonata nell’occasione, è un gigantesco punto di domanda che impallidisce di fronte al trittico "Laika"/"No Cars Go"/"Haiti", senza contare l’isteria a stento sopportabile dei fan della band. Non ci si fraintenda: non parliamo di un brutto concerto, perché i canadesi ormai sanno benissimo come stare sul palco e come creare un grande show: se non li avete mai visti all'alba del 2014, il consiglio è di non perderveli. Ma noi, probabilmente durante un picco di minimo, ce ne andiamo a tre quarti di concerto.
Meglio concludere la giornata con il ciclone Touché Amoré, che si abbatte sul Vice con potenza devastante per la gioia della folla che si abbandona al primo vero crowd surfing del festival e ci dà l’occasione per vedere finalmente all’opera una band notevolissima.



Venerdì 30 maggio



Il nostro giovedì inizia presto: alle 16 è in programma il concerto di Julia Holter all'Auditori. Sul palco, oltre a Julia (voce e tastiere), altri quattro musicisti (sassofono, violoncello, violino e batteria) per un impasto sonoro fascinosissimo, che mischia art-pop, elettronica, torch song, atmosfere jazzy e sperimentazione, senza mai perdere di vista l’accessibilità: il suo ultimo disco, "Loud City Song", è davvero splendido e anche dal vivo conferma tutte le proprie doti, nelle memorabili esecuzioni di "Hello Stranger" e "This Is A True Heart". Ma anche i vecchi pezzi brillano e lo spettacolo è in toto da ricordare, nonostante un’apparente nervosa timidezza della Holter, che ben poche parole regala ai presenti.

Si ritorna all’aria aperta, ma il cielo minaccia pioggia, che puntualmente arriva durante John Grant, e s’intensifica fino a farsi battente e a punteggiare fastidiosamente un momento importante del festival; seminascosti alla bell’e meglio sotto improbabili tele cerate, cerchiamo di godere della musica di uno dei migliori autori di canzoni degli ultimi anni, artista di due splendidi album diversi nelle forme, ma molto simili per sostanza e qualità: il primo, "Queen Of Denmark", meraviglioso esempio di scrittura pop anni 70; il secondo, "Pale Green Ghosts", dedito a svisate electro. Eppure i pezzi di due dischi apparentemente così distanti si fondono alla perfezione in una scaletta notevolissima, con picchi assoluti nella "GMF" dedicata al pubblico (grazie, John), in "Glacier", "Where Dreams Go To Die" e nella conclusiva "Queen Of Denmark", che nella sua (auto)ironica dolcezza sembra accogliere il sereno che torna a riscaldarci almeno un poco, dopo decine di minuti di vero diluvio.

Alle 19.40 ci attendono i Loop, vera istituzione del rock indipendente della seconda metà degli 80, che si ripresentano sul palco nella formazione di "A Gilded Eternity", per poco meno di un’ora di psichedelia chitarristica distorta e frastornante; ogni pezzo è un riff ripetutto alla nausea, vera violenza psicologica che non fa prigionieri. Impatto sonico impressionante, fin dall’apertura con lo storico manifesto Soundhead.
Stupiscono le HAIM, la cui presenza scenica è accentuata dalle improbabili smorfie facciali di Este. Le tre sorelle evidentemente non sono solo fumo: sanno suonare per davvero con gran classe, lasciando di stucco con improvvisazioni che mai si sarebbero sospettate nelle loro corde.




Torniamo al Sony, dove pazientemente ci appostiamo per una mezz’ora buona prima della reunion degli Slowdive, uno degli eventi più attesi di questo Primavera 2014.

Tendenzialmente questi ritorni non sono una cosa che apprezzi particolarmente, ma c’è qualcosa in questa band, qualcosa che va dalla musica fino ai volti dei suoi interpreti – forse, semplicemente, una meravigliosa e incontaminata purezza – che non permette di trattare tutto ciò con distacco.
 Il concerto è stellare, come si poteva ben sperare, e tra le cose più belle viste attualmente: le chitarre e la ritmica si intrecciano lievi, con gli incastri perfetti di composizioni nate per essere classiche; anche i momenti più noise sono percepibili come totalmente funzionali alla riuscita del brano e non fanno mai perdere di vista il centro di tutto. Cosa ancora più sconvolgente, poi, è pensare che queste meraviglie siano state composte da ragazzi in un’età compresa tra i 18 e i 24 anni circa. 
La scaletta pesca piuttosto democraticamente dalle release del gruppo: tre pezzi da "Souvlaki", due ciascuno da "Just For A Day" e "Pygmalion"; l’apertura è dedicata al commovente Ep d’esordio, "Slowdive/Avalyn", la chiusura a "Golden Hair", angelica cover barrettiana.

Slowdive


Le voci di Neil Halstead e Rachel Goswell suonano miracolosamente immacolate e per un’ora si respira un’aria unica e particolare, come se il pubblico, per un attimo dimentico della frenesia del festival, si rendesse conto di trovarsi di fronte a un incanto di perfezione assoluta, da custodire per sempre nel cuore. E quando "When The Sun Hits" si spegne, per un attimo ti trovi a pensare che non sarebbe poi male chiudere gli occhi per sempre proprio in quel momento.

I War on Drugs, però, chiamano e ci spostiamo frettolosamente al Pitchfork per goderci gli autori di uno dei dischi dell’anno, il prezioso "Lost In The Dream". Il concerto inizia con circa 20 minuti di ritardo a causa dei soliti problemi tecnici del palco (già in passato sperimentati per Grimes, The Weeknd, Black Angels e altri) che vanno anche a intaccare una performance che speravamo differente. Chitarre spente che li fanno sembrare troppo mosci. Ci riserviamo di vederli in altro contesto.




Nonostante sia ormai la sesta volta, il concerto dei National impressiona come sempre. Al Primavera non possono vantare il migliore dei suoni, Matt ha avuto problemi di microfono, e non so se hanno consapevolmente deciso di utilizzare un sound da grande stadio per alcuni pezzi, di quelli che inghiottono le sottigliezze, ma anche in questa versione fragorosa restano comunque difficili da eguagliare. "Abel" è un'esplosione punk, "Squalor Victoria" e "Sea Of Love" interpretate di pancia, mentre "Afraid Of Everyone" e "Conversation 16" sono inarrestabili. Ma con l’impatto di queste arriva anche il mal di cuore e veste i panni di "I Should Live In Salt", "This Is The Last Time" e dell'unanimamente preferita "About Today". Serve altro? Allora diciamo che, essendo avvezzi a ospitate (nel 2011 sempre al Primavera fecero salire Sufjan Stevens), introducono prima Justin Vernon per il climax di "Slow Show" e poi Hamilton Leithauser e Paul Maroon dei Walkmen su "Mr November" durante il consueto bagno di folla di Matt.

Sabato 31 maggio

Il terzo e ultimo giorno di festival inizia dal retromaniaco Jonathan Wilson, ma la nostra sosta dura ben poco: non che sia musica brutta, tutt’altro – ben scritta e suonata nonostante, di nuovo, il palco Heineken si confermi una location abbastanza disastrosa; ma quei modi così totalmente 70’s non suonano alle nostre orecchie come classici e senza tempo, sembrano solo vecchi.

Non c’è tempo per indugiare, però, dato che alle 19.20 tocca agli amatissimi Superchunk.
Il concerto è strepitoso e un must per chiunque ami il genere, il greatest hits di un universo parallelo in cui i pezzi di venti-venticinque anni fa ("Slack Motherfucker", "Skip Steps 1 & 3", "Precision Auto", "Driveway To Driveway") si mischiano alla perfezione con nuovi classici ("Digging For Something", "Crossed Wires", "Me & You & Jackie Mittoo"); un suono unico per tutti i cinquanta minuti dello show, un cambio di chitarra dovuto probabilmente a una minima variazione di accordatura. E poi riff power-pop, cori da cantare a squarciagola, solo noise melodici come se piovesse e Mac con la carica di un ragazzino, nonostante le quarantasette primavere. Da lasciarci il cuore.

Caetano Veloso

Al Ray-Ban si esibisce invece Caetano Veloso. Di lui conosciamo davvero poco (cose sparse di fine 60-inizio 70, qualcosa dell’ultimo decennio), ma il concerto è bellissimo, musica che fluisce con una naturalezza impressionante anche a orecchie non educate. Tutto il pubblico ondeggia rapito e la voce di Veloso è puro velluto, perfettamente intatta nonostante l’età avanzata (fraseggio sciolto, timbro cristallino). Quasi in chiusura, dopo tanto dolce ballare, la classicissima "O Leãozinho" pare messa apposta lì per scioglierci in un tenero abbraccio.

Ma non c’è tempo di cincischiare nemmeno ora perché, di nuovo all’ATP, ci si prepara a qualcosa di imponente. Sul palco, buio e illuminato solo da video che accompagnano la performance, ci sono i canadesi Godspeed You! Black Emperor, fermi per un decennio e ritornati poi nel 2012 con l’immenso "Allelujah! Don’t Bend! Ascend!". Il post-rock non è mai stato un genere particolarmente apprezzato da queste parti (e lo confermeranno i tre monotoni pezzi dei Mogwai visti più tardi), ma con loro è diverso: perché ogni nota, nella loro musica, sembra necessaria alla costruzione di una visione più alta e di un’emozione non riferibile a parole; perché il loro suono non è la semplice reiterazione di arpeggi o l’alternanza di pieni e vuoti, ma può vantare pure influenze ritmiche etniche e violenti riff dal sapore stoner, con la grandezza delle composizioni classiche; perché s’insinuano nella mente ma scuotono fin nelle viscere.
Mastodontici, insomma, nel fare di maratone da oltre venti minuti (cinque brani in quasi due ore di concerto, e tra questi "Mladic" e "Moya") un perfetto soundscape per l’Apocalisse, come detto in apertura. E ci si ritrova, spesso, con gli occhi chiusi, a non aver bisogno d’altro che di quel suono. "Gathering Storm", ecco.



Quasi in contemporanea con il gruppo canadese troviamo poi i Volcano Choir al Sony. Un concerto atmosferico per chiunque sia ancora nostalgico del capitolo di Justin Vernon. In chiusura c’è anche spazio per "Woods", tratta da "Blood Bank Ep" e sentita mentre ci avviamo all’Heineken per Kendrick Lamar. Ed è proprio l'artista californiano il nome che non ti aspetteresti in questa line-up di Primavera, forse tra i più mainstream del cartellone, insieme a Stromae e pochi altri: ma l'eterogeneità del festival e la risposta del pubblico di fronte a un'esibizione come quella di Kendrick fanno capire che le barriere e i confini che separano le diverse proposte all'interno del festival si stanno facendo sempre più labili. E la performance del californiano risulta anche essere una delle migliori interpretazioni pure per il sottoscritto, poco avvezzo al genere.

Kendrick Lamar

In preda a una singolare esaltazione, non ci resta che tuffarci nell’insano pogo che accompagna i cinquanta minuti dei Cloud Nothings. Che potrebbero tranquillamente aver suonato cinque volte lo stesso pezzo, ma ciò non toglie che sia stato il delirio più divertente e pericoloso del festival, con gente che pareva sbucare da ogni dove e ragazzi e ragazze che volavano continuamente sopra le nostre teste.
Poi, ignorando completamente Mogwai e Nine Inch Nails, ci dirigiamo allo sperduto Adidas Originals Stage, per goderci con pochi altri i bravissimi Junkfood, una delle tre band italiane a esibirsi quest’anno. Il loro "The Cold Summer Of The Dead" è album splendido e il quartetto (interamente strumentale, con basso, batteria, chitarra, tromba ed effetti vari) si conferma anche dal vivo, nonostante una platea non proprio numerosa, come una realtà di valore internazionale: jazz, post-rock, psichedelia e tirate devastanti, sebbene forse mancante ancora di qualcosa che permetta di agganciare davvero il pubblico. Ma rende felici avviarsi alla chiusura del cerchio del festival facendosi travolgere da pezzi incendiari come "Aging Hippie Liberal Douche" o "Days Are Numbered". 

Ed è lo scoppiettante concerto dei Cut Copy all'ATP alle 3.30 del mattino a condurre a una magnifica conclusione questo Primavera Sound: un’esibizione capace di cogliere simultaneamente le mille sfaccettature del festival e di chiuderlo inevitabilmente con la loro malinconia amplificata. "Lights & Music" è il giusto arrivederci a coloro che, ancora una volta, si sono riuniti sulle rive del Mediterraneo.

Vi lasciamo comunque alle immagini del video report che quest'anno abbiamo preparato insieme agli amici di Going Solo:




Contributi per Neutral Milk Hotel, Chvrches, Arcade Fire, Touché Amoré, Julia Holter, John Grant, Loop, Slowdive, Jonathan Wilson, Superchunk, Caetano Veloso, Godspeed You! Black Emperor, Cloud Nothings e Junkfood a cura di Francesco Pandini, ripresi da Avverbi, alcuni diritti riservati.


Le foto sono gentilmente messe a disposizione da Primavera Sound Festival e appartengono ai rispettivi proprietari.
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