12/07/2014

Robert Plant

Auditorium Parco della Musica, Roma


di Claudio Lancia
Robert Plant

Non c’è traccia della tanto annunciata pioggia, per una volta il meteo pare essere smentito, e alle 22 in punto di un incerto sabato di metà luglio al Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma va in scena la Storia, sì, quella con la S maiuscola, perché sul palco c’è una delle poche vere leggende viventi della musica rock di tutti i tempi, colui che ha fatto vibrare generazioni intere con il lascito di una delle band più importanti di sempre.
Ma prima, per 45 minuti abbondanti, l’onore di aprire la serata spetta ai mirabolanti North Mississippi All Stars, eclettico trio rock-blues americano che sa come riscaldare la platea.

Poi tocca a lui, Mister Robert Plant, un monumento, il volto segnato dagli anni, i movimenti non più scioltissimi, ma la folta capigliatura e la voce quasi intatta fanno sì che la sua immagine resti decisamente iconica. Oggi Plant appare come uno sciamano, un guaritore che usa la forza della musica miscelando le grandi canzoni del proprio passato con suggestioni dal tipico aroma sub-sahariano.
Sensational Space Shifters è il nome della band che lo accompagna, in grado di muoversi fra rock, world music, psichedelia e blues, in un meltin’ pot che attinge da quattro fonti: i brani dei Led Zeppelin, quasi sempre completamente rivisitati, due ripescaggi dal parcorso solista ("Down To The Sea" da "Fate Of The Nation", 1993, e "The Enchanter" da "Mighty ReArrenger", 2005), un paio di azzeccate cover ("Spoonful" di Howlin' Wolf, "Fixin' To Die" di Bukka White) e alcune tracce che figureranno in "Lullaby And... The Ceaseless Roar", il nuovo album in uscita per Nonesuch ai primi di settembre, fra i quali "Rainbow", il singolo appena pubblicato.

I due chitarristi Liam “Skin Tyson e Justin Adams sono l’anima dei Sensational, ma a caratterizzare molti momenti del set sono i particolarissimi strumenti suonati da Juldeh Camara, che danno quel sapore etnico che ammanta gran parte dello spettacolo. Quel gusto etnico che Plant ha spesso perseguito negli ultimi vent’anni di una carriera straordinaria.
Chiaro che i momenti più applauditi arrivino in corrispondenza dei ripescaggi dal catalogo Zeppelin, e i fan del dirigibile sono accontentati sin dall’inizio con “No Quarter”. Le emozioni diventano incontenibili durante gli otto minuti di “Babe I’m Gonna Leave You”, con le sue deflagrazioni da rock band consumata, ma il pubblico va ovviamente in visibilio anche sulle note di “Black Dog”, completamente riarrangiata in chiave world, e “Going To California”, con le sue fragili cristallerie acustiche.

“Whole Lotta Love”, con all’interno una citazione di “Who Do You Love”, mette in mostra tutta la potenza di fuoco della band, in grado di lavorare di fino, ma anche di essere clamorosamente arrembante. Poi la pioggia arriva, e anche copiosa, un addetto al palco avverte che occorre stringere i tempi, Plant sentenzia allora che dopo “Turn It Up”, nei bis ci sarà posto soltanto per un altro brano very quick.
Non ci provare vecchio mio, abbiamo in mano la scaletta, ed era già previsto che avresti cantato soltanto tredici canzoni. Un po’ pochino per un musicista che ha così tanta storia da raccontare, ma a Robert Plant è un peccato (del resto, ahimé, sin troppo diffuso) che possiamo senz’altro perdonare. Quindi l’intera platea salta in aria sulle note di “Rock & Roll”, poi tutti di corsa verso l’uscita, anche se poi il temporale durerà giusto qualche minuto.

Setlist

No Quarter

Down To The Sea

Spoonful

Black Dog

Rainbow

Going To California

Enchanter

Babe I’m Gonna Leave You

Little Maggie

Fixin’ To Die

Whole Lotta Love / Who Do You Love


Encore


Turn It Up

Rock & Roll
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