12/10/2014

Swans + Pharmakon

Alcatraz, Milano


di Michele Palozzo
Swans + Pharmakon

Dal momento della reunion avvenuta nel 2010, l'Italia sembra essere divenuta una delle mete privilegiate dagli Swans, con o senza album nuovi da presentare. Una band che nel bene e (soprattutto?) nel male è sempre riuscita a crearsi una reputazione, da oltre trent'anni: oggi, per fortuna, non si tratta più delle aggressioni fisiche del frontman, quanto della durata e dei volumi inauditi delle loro performance oramai proverbiali – e non ci sarà nessuno a distribuire tappi all'ingresso.
Michael Gira sembra aver trovato, almeno nei confronti del suo pubblico, una pace interiore che si manifesta in abbracci collettivi, foto e firme al banchetto del merchandising.
Tutt'altro discorso per la musica proposta, che sonda con sempre più ardore nichilista l'oscurità del mondo reale: a rappresentarli quest'anno è il doppio “To Be Kind”, che sviluppa e solidifica ulteriormente le spaventose visioni di “The Seer”, album-manifesto di riferimento per il nuovo corso della band.

swans_i_01Il tour del 2014 prevede, oltretutto, un warm up decisamente disturbante: Pharmakon, nuovo terrore noise al femminile di casa Sacred Bones, che licenzia in questi giorni la sua seconda fatica “Bestial Burden”. Chioma biondo tinto – un po' alla Zola Jesus – Margaret Chardiet si presenta sul palco con top e pantacalze nere, tenuta ideale della matricola che si rilassa nella sua camera allo studentato. Apparenza innocente subito negata da assalti industrial-noise come “Body Betrays Itself”, inframmezzata da growl agghiaccianti che vorrebbero forse sembrare quelli di una Diamanda Galás indie-generation. Margaret si aggira per il palco – e sul finale anche tra il pubblico, non ancora fitto – come una bestia feroce in gabbia, tra brevi intervalli per aggiustare i rumorosi loop la cui qualità avevamo già saggiato nel brutale esordio solista “Abandon”.
In definitiva, assistiamo al delirio solipsistico di una performer d'impatto, che finisce però col rimanere succube del suo stesso, esasperato maledettismo un po' fine a se stesso. Considerato inoltre che al mio arrivo – a detta dei cassieri – l'esibizione era appena iniziata, la Chardiet ha verosimilmente suonato per poco più di venti minuti, lasciando il palco senza alcuna parola né cenno di saluto.

Le due ore e mezza promesse dagli Swans in ogni data impongono che il tutto abbia inizio in perfetto orario: pochi minuti dopo le nove le luci si abbassano ed entra in scena, a torso nudo e capelli sciolti, il polistrumentista “cavernicolo” Thor Harris che comincia a percuotere risolutamente il gong d'ordinanza, adottando un'intensità sempre crescente; man mano fanno il loro ingresso gli altri musicisti, dando forma all'inedita “Frankie M” – trapelano con chiarezza solo alcune parole del testo: heroin, methadone, opium – e contribuendo all'ascesa del climax, che con la Fender di Norman Westberg e la Gibson di Gira in iper-distorsione diviene un implacabile caos in 4/4. Presto detto, ma così se n'è già andata più di mezz'ora, e solo al termine di essa Michael saluta e ringrazia la folla in sala col suo sorriso e lo sguardo spento (tuttavia, immancabilmente allucinato).

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Quattro note di basso tagliate con l'accetta (Christopher Pravdica) e ripetute senza sosta ci fanno riconoscere subito “A Little God In My Hands” che in questa versione rigorosa, tutta ritmica e senza fronzoli, appare come un definitivo manifesto no-wave. Thor Harris imbraccia stavolta un trombone, ma nel corso della serata lo vedremo ancora contribuire con i mezzi più svariati, dal vibrafono al violino elettrico. Subito dopo si riprende fiato con un'intro di lap steel guitar (Christoph Hahn, dalle buffe sembianze di un annoiato barista da saloon), ben presto turbato dall'inconfondibile, potentissimo rullo di grancassa (Phil Puleo) che caratterizza “The Apostate”, episodio culminante di “The Seer” e di questo concerto. Il frontman grida e farfuglia senza alcun interesse verso le (già poche) parole originali del brano, travolto dalla montante baraonda strumentale. Un'altra fetta significativa della performance viene occupata da due lenti, tra cui una “Just A Little Boy” dal canto rallentato, come un 45 giri suonato a 33; Gira ondeggia di conseguenza le braccia sino alle esatte parole del titolo, su cui esplode in spasmi e nuovi fonemi sconnessi.

swans_ivIn una breve pausa qualcuno dal fondo della sala grida per due volte “Holy Money!”, evidentemente duro a comprendere – prove alla mano, peraltro – l'andazzo degli Swans da quasi un lustro a questa parte. A dirla tutta, comunque, si è sentita un po' la mancanza dello scossone di “Oxygen” o di una devastante “Mother Of The World”, alle quali i Nostri sembrano sempre preferire le massacranti suite da esercizio di potenza. Lo conferma il gran finale dell'ultima, inedita cavalcata noise “Black Hole Man”, prolungamento di un mantra strumentale idealmente inarrestabile nella mente di Michael Gira, che oramai nuota in piena libertà entro questa forma espressiva dalle variazioni insignificanti in favore di un suono assoluto e granitico. E nonostante le critiche da parte di alcuni fan della prim'ora, il pubblico sembra apprezzare, e molto.

VISUALIZE TOTAL ANNIHILATION, recita una delle loro t-shirt. Io non avrei saputo dirlo meglio e forse, fino a qualche tempo fa, nemmeno gli Swans.

Si ringrazia Stefano Ferreri per i contributi fotografici

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