08-10/05/2014

The Great Escape 2014

Brighton, East Sussex


di Stefano Macchi
The Great Escape 2014

Scrivere solo ora di un festival che perdura da nove anni è un po' come scoprire un piccolo orto di prelibatezze a qualche metro di distanza da casa; un raro spazio in cui l'arte incontra la produttività, l'industria musicale si fa bottega e lo spettatore può cogliere i frutti della fantasia di chi, nella creatività, crede ancora: The Great Escape festival a Brighton, East Sussex, la cittadina bagnata dal canale della Manica, scaldata dal fioco sole britannico e inumidita da quel vento che non smette mai di soffiare.

 

Il festival nato nel 2006 vive all'insegna della nuova musica, degli embrioni che diventeranno farfalle dai colori sgargianti (tanti generi differenti), dalle tante dimensioni (dal gruppo finlandese alla nuova sensazione sulla bocca di tutti in Uk), strutturato, e giustamente paragonato a un altro grande festival internazionale come il South By Southwest (SXSW). The Great Escape è la scoperta di trentacinque tappe nel cuore della cittadina del Pavillion e del Brighton Pier, l'uno costruito per volere di Giorgio IV Re di Galles vista la piacevolezza dello scorrere del tempo in Brighton e l'altro come terzo molo della città, ora adibito a paese dei balocchi per i bambini, e non solo.

Trentacinque venues disposte a bar, locali alla moda, hotel, pub, chiese, librerie, pezzi d'asfalto: tutto diventa cornice e quadro di questo grande evento che per tre giorni, dall'8 al 10 di Maggio, ha catalizzato l'attenzione di 18000 persone. Perché Brighton è la villeggiatura inglese in cui odori gli uomini che vivono di turismo, con le vecchie pescherie proprio vicino alla grande spiaggia di ciottoli rossi che fronteggia i locali sotto il lungomare, tra una galleria d'arte e una chiromante famosa negli anni settanta, con due club in zona, il Digital e il Brighton Coalition.

 

Il Digital è un piccolo "magazzino generale" milanese, con i bassi potenti e l'odore acre di chi ha troppo digerito quel poco che ha mangiato; un locale in cui, probabilmente, si accoglie la gente della notte ma dove la musica è stata più vicina all'electro-pop, come la piacevole scoperta di Fyfe, un duo Uk con batteria e chitarra/tastiera e una voce che sembrava uscisse dai jingle pubblicitari degli anni cinquanta americani; oppure l'r'n'b di Railegh Ritchie, probabile nuovo grande fenomeno pop d'oltremanica, alla stregua di un passato Craig David accompagnato da musicisti black con il ritmo nel sangue; il Digital è stato anche il luogo dei Sin Cos Tan, un duo finlandese che propone melodie new-wave con base elettronica anni novanta, e dei Future Islands che con l'ultimo lavoro "Singles", targato 4AD, han fatto un mezzo salto di popolarità, per la giustizia di quel grande protagonista che è Samuel T. Herring, paroliere e vocalist della synthpop band americana, un drammaturgo prima che un cantante, con una teatralità che ha ammaliato, come vero valore aggiunto a uno degli show più meritevoli dell'intero festival.

Proprio di fianco si entra nel Brighton Coalition, una dimora sottomarina con colonne di mattoni a vista e un palchetto che ha accolto i Drowners - l'indie-rock band di giovani american-gallesi dalle facce belle e pulite, casinisti quel che basta e che dal vivo spingono bene, come d'altronde nel piacevole esordio uscito in gennaio - oppure gli Slaves dal Kent, Uk, che han visi brutti e cattivi e propongono un raw-punk selvaggio, ma da segnalare, formati da batteria (bastonata in piedi da quel giovane energumeno con taglio da nazista che è anche cantante della band) e chitarra.

 

Salendo verso nord s'incontra il Queens Hotel e nello spazio rinfresco, nel sottoscala, si fermano i Louis Aguilar & The Crocodile Tears con il loro country-folk sghembo, da influenze marcatamente USA (Louis è di Lille ma vive in California) piacevoli e orecchiabili, una specie di Father John Misty francese. Insieme ai Louis Aguilar incontriamo Taro & Jiro che più che musicisti sono funamboli, esaltatori di sapidità della chitarra; dotati di tecnica sopraffina questi due ragazzi provenienti dal Giappone frullano le dita sui manici delle loro acustiche e sono più belli da vedere che d'ascoltare - in fondo propongono un rock udibile già da qualche tempo - ma segnano comunque la querelle britannica.

gamblesCamminando ora verso il centro s'incontra lo Steine Gardens con ospite il Festival Hub, il ritrovo e la partenza del Great Escape per il vero cuore della città in cui passare per il Komedia, subodorarando per soli cinque minuti quella che, sulla bocca di tutti, è il nome da pronunciare ad alta voce e cioè Courtney Barnett, la songwriter Australiana che non ha stupito in quel poco tempo che ci ha fatti incontrare; cosa che invece ha fatto la compagine dei Pablo Nouvelle, dalla Svizzera, per una session elettronica non facile da gestire alle tre del pomeriggio. Nelle vicinanze del Komedia, la chiesa Unitaria di Brighton, in cui il grande protagonista è stato Matthew Siskin aka Gambles, enigmatico quanto eclettico folk-singer americano, guinzagliando tutto il pubblico dall'inizio alla fine, coinvolgendolo, divertendolo ed entusiasmandolo con quell'ansia da "ora mi si avvicina e mi chiede la qualunque in mezzo a tutti". Uno spettacolo decisamente sentito e inusuale poco prima dei Samaris, il trio islandese fresco di secondo lavoro "Silkidrangar" che ha regalato luccichii trasognati e ambienti acquosi in un'atmosfera irripetibile.

 

Girando l'angolo, sulla destra, si trova il Brighton Dome, con all'interno la Concert Hall, il Dome Studio e il Corn Exchange, le case per i "big" della rassegna: nella Concert Hall i Wild Beasts e i These New Puritans, accompagnati da una promettente band di Leeds, gli Adult Jazz, quattro giovanissimi ragazzi polistrumentisti che assemblano una complessità rara anche per i più senili e sorprendono per la disinvoltura con cui eseguono i brani uno dopo l'altro, intricandoli, padroneggiando gli strumenti come dei veterani e scambiandoli sul palco della Hall, splendido circuito in cui ascoltare musica ad alto volume, con la possibilità, comunque, di poter parlare con il proprio vicino senza bisogno di alzare la voce. Magia dei tecnici inglesi?

These New Puritans dicevamo: solenni, impegnati, regali. Sull'attenti e il "chi va là" per tutto lo spettacolo, rimangono gelidi e impassibili fino l'entrata de Thorpe & Co.. Una band i Wild Beasts che merita un ascolto live almeno per una volta, per assaporare l'eleganza del ritmo inglese, la brillantezza che emana dal palco.

 

Ancora più su, in direzione della stazione ferroviaria, troviamo un localetto niente male, una sorta di vecchio magazzino proprio sotto i binari del treno, in cui bere birra e ascoltare una sorprendente band francese, gli Erotic Market. Il duo formato da Lucas Garnier e Marine Pellegrini, accompagnato da un'altra coppia di percussioni e batteria sul live stage, è un mix coinvolgente di r'n'b, hip-hop, trip-hop, afro, tra Beastie Boys, M.I.A. e Afri Duo: sorprendenti e esordienti da qualche settimana con "Blahblahrians".

Dall'alto si riscende sulla strada principale quasi fino al mare, entrando nel Blind Tiger, coloratissimo e fresco locale in cui Gianna Lauren - un songwriting non troppo convinto - e i PS I Love You - indie-rock stile Weezer - hanno composto parte del bel quadretto che ospitava tutti i gruppi canadesi, come fosse un padiglione della nazione con la foglia d'acero sulla bandiera.

E sulla Madeira Drive la grande attesa per un artista che in Inghilterra sta facendo clamore, East India Youth, un mix tra vocalism art-pop e trance elettronica. La lunga coda per vederlo si esaurisce nella terrazza dell'Above Studio, dove si spinge per entrare e solamente ascoltare senza vedere le sonorità computerizzate del giovane che, tra l'altro, decide di proporre un session di trance-tronica violenta, quantomeno per l'orario (le tre del pomeriggio) e delude, almeno dal vivo.

 

benjclementineMa il vero grande protagonista di questo TGE14 è stato Benjamin Clementine. Ascoltato alle 22 nella chiesa di St. Mary, posizionata a est della città, Clementine è un ragazzo sui venticinque con una personalità adulta e una voce che solo i grandi possiedono; esaltata dal forte temperamento la sua voce è come un nero Elton John e le sue dita sono petali sui tasti del pianoforte a coda posto davanti all'altare, in questa chiesa anglicana tardo gotica. Quando intermezza la performance con la Gymnopedie di Satie (che lui chiama "il nostro buon amico") e qualche ingrato dal pubblico lo interrompe, Benjamin si infuria e lo manda a quel paese, per poi attaccare un'arrabbiata versione di "London", contenuta nel suo EP "Cornerstone" in cui troviamo l'omonimo singolo, che ha letteralmente stregato i presenti, freddari dalla bravura del ragazzo. Benjamin Clementine è il nome da segnare per il futuro, come un prossimo fenomeno alla stregua di Antony Hegarty, istrionico e quasi ossessivo carattere tendente alla perfezione, come quello mostrato in questa performance del The Great Escape.

 

E infine i pezzi non incollati, quelli che per un motivo o per l'altro si sono persi per strada ma che avrebbe senso recuperare per completare il puzzle, da Ezra Furman a George Ezra, dai Jaws a Francois & The Atlas Mountain, passando per Tristesse Contemporaine e Mise En Scene, e Oy, Marika Hackman, Sivu, Dolomite Minor, Best Friends e Beaty Heart, tutti insieme per comporre uno dei migliori dipinti di festival musicali europei e internazionali al giorno d'oggi.


(Le foto ritraggono nell'ordine Wild Beasts, Gambles e Benjamin Clementine. Si ringrazia Ilaria Barbazza per i contributi fotografici) 

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