16/07/2014

The War On Drugs

Ex Convento Dell'Annunziata, Sestri Levante (Ge)


di Lorenzo Righetto
The War On Drugs

Stupenda la cornice della seconda data italiana della rivelazione di "alt-Americana" dell’anno – e ormai si può dire del rock indipendente d’oltreoceano in generale, a maggior ragione dopo l’incendiaria prestazione da Letterman. L’ex-convento dell’Annunziata a Sestri Levante giace sullo sperone di roccia che fa da confine alla Baia del Silenzio di Sestri Levante, nome al quale rimane forse solo la suggestione, dato l’aspetto da turismo d’alto bordo della cittadina ligure e i club sul lungomare poco prima sul convento stesso.
L’interno però, con il cortile che lascia spazio, dopo una breve scalinata, a una grande terrazza sul mare, è la vera dimostrazione di quello che l’Italia può offrire anche al pubblico della musica (magari non solo a quello italiano).

Nonostante si immagina sia proprio questa l’intenzione dei micro-festival che stanno gemmando per il paese, il pubblico della serata pare molto più “locale” del previsto, per quanto alla fine lo spazio rimarrà relativamente gremito. L’apertura è affidata a His Clancyness, che dimostrano molto dignitosamente il loro status di band di primo livello nel panorama italiano, se si guarda alla “credibilità” della proposta (suono compatto, scrittura più o meno focalizzata) - cosa che però è ampiamente pareggiata dalla povertà artistica del progetto, derivativo e già vagamente stantio (suggestioni post-punk e psichedeliche gestite con uno spirito indie-rock ormai di anni fa).

Granduciel e compagni fanno la loro comparsa sul palco intorno alle dieci e mezza, una band piuttosto indecifrabile ma, si capisce dopo molto poco, centrata sul frontman e sulla sua pensosa esibizione soprattutto alla lead guitar. La sua interpretazione vocale è infatti appena abbozzata, come affrettata dalla necessità di rimanere nel raggio d’azione del ponte della Gibson, superbamente in tono con la ritmica maniacale del batterista Patrick Kerkery, in trance per tutta la durata del concerto.
È forse, infatti, nei momenti iniziali più collettivi di “An Ocean In Between The Waves”, che l’identità della band diventa imprendibile, con gli altri comprimari (bassista, tastierista, chitarra ritmica, fiatista) al limite dell’inudibilità, come se solo loro fossero ancora “Lost In The Dream”. Bisogna insomma attendere che dirompa l’assolo di “Eyes To The Wind” per essere davvero trasportati nello spirito del concerto, sorta di dialogo tra la volubile e sognante chitarra di Granduciel e lo “strappo di realtà” del battito incessante e volitivo di Kerkery.

Si arriva così al cuore dell’esibizione, rappresentato dalla doppietta “Under The Pressure” e “Red Eyes”, con vere interpretazioni da urlo che rendono al meglio i passaggi più emozionanti dei due brani (e giustamente si sottolinea tra il pubblico: “Questo era il pezzo che dovevano scrivere quest’anno gli Arcade Fire”). È un momento di esaltazione collettiva che forse viene troppo presto e che risalta anche per via della scaletta successiva, focalizzata soprattutto su brani downtempo (“Suffering”), presi anche dal più transizionale, precedente “Slave Ambient” (la psichedelia urbana di “Come To The City”), mentre “Wagonwheel Blues” – sicuramente meno in tono rispetto agli ultimi due prodotti senza Kurt Vile – rimane purtroppo non citato.

Rimane l’emozione di uno dei più bei pezzi di Americana dell’anno, la title track  di “Lost In The Dream”, ma con un senso generale di entusiasmo calante (forse anche da parte della band), a cui fa seguito un encore piuttosto frettoloso e un saluto finale non troppo entusiasta.
Un concerto dalle sensazioni altalenanti, da cui ci si poteva aspettare forse qualcosa di più in termini di empatia e di riproduzione dello status spirituale di “Lost In The Dream”.

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