14/06/2014

Veils

Fuoriluogo Festival, San Damiano d'Asti


di Stefano Ferreri
Veils

E fu così che l’incantesimo che ci teneva separati dai Veils si ruppe, alla fine.

Nemmeno sappiamo dire in dieci anni di tour italiani quante volte li avevamo mancati per un nonnulla, causa contrattempi di trasferta per chi scrive, oppure in occasione di date anche estremamente agevoli, annunciate e poi smentite nostro malgrado. Avremmo voluto vederli nel 2004, quando il nome era di quelli caldi per davvero, sperticate le lodi sulle riviste specializzate e sembrava ci si sarebbe trovati al cospetto di una band con i giusti crismi generazionali. Non era vero, naturalmente, una bugia montata ad arte ma senza particolari malizie. Perché il talento, in fin dei conti, non era un miraggio. Acerbo quanto si vuole, efebico come il volto di un Finn Andrews ancora molto in anticipo su qualsivoglia ipotesi di maturità. Una promessa da saggiare, nell’attesa di capire quale direzione avrebbe scelto, e con quale spirito. Avremmo voluto vederli quando uscì il sophomore e la critica non nascose un certo sconcerto, voltando loro le spalle con la stessa avventatezza con cui li aveva celebrati. Rivoluzionata la band a suon di epurazioni, rivoluzionato il look con quel cappello a tesa larga mai più abbandonato, un’onestà nuova nell’approccio che, in controtendenza, ci piacque e non poco. Poi, come è naturale che sia, anche questi ragazzi sono usciti dai nostri radar, giusto per riapparire l’anno scorso, con un quarto lavoro ancora molto buono e non troppo considerato.

 

A regalarci l’opportunità di questa tardiva prima volta con loro, ecco un piccolissimo festival di provincia, il Fuoriluogo, organizzato senza grandi mezzi ma con estrema intelligenza tra le colline del Monferrato a San Damiano d’Asti.veils_i Quaranta chilometri, distanza potabile per la serie “adesso niente scuse”, ed evento oltretutto gratuito: le condizioni ideali in pratica, anche se, stavolta, a mettersi di traverso sembra essere il meteo. Non c’è sito specializzato che non segnali per la serata nel basso Piemonte nulla meno di un nubifragio con tutte le carte in regola. La concomitanza dell’esordio mondiale della nazionale di calcio, nell’immediato dopo concerto, contribuisce a farci vacillare ma alla fine no, rischiamo, e vada come vada. Sul tragitto incrociamo una perturbazione nerissima, di quelle corazzate e incarognite, ma arrivati a destinazione ci accoglie inatteso il sereno, con la notizia che d’antipasto vedremo gli italianissimi Green Like July in versione quasi casalinga (Alessandria non è poi chissà quanto lontana). Fatti due passi nel gradevole centro della cittadina, gozzovigliato con moderazione nella generosa area ristoro allestita dalla pro loco, siamo pronti per cominciare, un occhio fisso sul palco e uno che, nervoso, indugia ancora verso il cielo.

 

La prova del gruppo piemontese è di quelle che mettono in pace con se stessi e aiutano a sciogliere con tono serafico la tensione. Andrea Poggio, il frontman, guida una compagine in gamba e lo sa. Rischia veils_iidi passare per pretenzioso con quella posa da primo della classe, quando annuncia che “Movin To The City” potrebbe far gola proprio ai Veils, o che “Agatha Of Sicily” è una canzone “davvero bella”, ma alla fine è solo un registro tra i tanti e non fatichiamo a trovarlo simpatico: tanta ironia e qualche scampolo di auto-deprezzamento bugiardo, a condire un’esibizione musicalmente egregia che oscilla tra Americana e olimpico jangle-pop lasciando abilmente incerti i confini. I migliori brani di “Four-Legged Fortune” e “Build A Fire” si avvicendano più volte mentre l’atmosfera si fa via via più informale e rilassata e la resa acustica migliora sensibilmente dopo un avvio un po’ ovattato. Niente male per un collettivo andato a studiare con Mike Mogis a Omaha, ma ancora in cerca degli adeguati riscontri in patria nonostante il generale apprezzamento della stampa specializzata: il grande salto parrebbe davvero alla portata anche se non è affatto garantito che possa poi esserci davvero, anzi. Ad ogni conto un live molto piacevole il loro, forse il migliore che gli abbiamo visto suonare in questi anni in giro per l’Italia, e scelta alquanto azzeccata non solo per la cornice ma anche per l’abbinamento con gli headliner della serata. 

 

Ed eccoli i Veils, dopo un rapido riallestimento del palco. Avevamo già scorto qualche foto del soundcheck in rete, quando ci premeva appurare a quali condizioni meteo saremmo andati incontro, e tutto pare confermatoveils_iii ad eccezione degli occhiali da sole che, giustamente, sono ora riposti nelle loro custodie. La formazione è quella tipo del più recente album con il tastierista Uberto Rapisardi, di professione modello prima che musicista, che ci ricorda per riflesso condizionato l’Evan Dando giovane sulle copertine di questa o quella rivista. Non impieghiamo molto tuttavia per comprendere che le attenzioni dei presenti – un buon pubblico, tutto sommato – andranno dritte a centro palco verso Andrews (anche se chi scrive fa in modo di non trascurare la bella bassista Sophia Burn e il suo piglio aggressivo) e la sobria eleganza con cui ci si presenta, camicia bianca, pantaloni scuri, mocassino senza calze e immancabile copricapo. Finn è tipo gentile per antonomasia e quando parla non sconfessa certo l’etichetta. Dal vivo però tende ad animarsi e trascina letteralmente la sua band, in territori più canonicamente rock di quanto i lavori in studio non dicano. A colpire davvero è  la pulizia di un suono rotondo e incombente ma limpidissimo, che non affoga gli spunti melodici nel rumore pur riuscendo a essere acceso e muscolare, senza incertezze o cali di tono.

 

La ribalta, nemmeno a dirlo, è riservata ai brani di “Time Stays, We Go”, la cui esecuzione trascende quel retrogusto western e apre a un respiro più ampio e sorprendente, con “Sign Of Your Love” e “Through The Deep, Dark veils_ivWood” sugli scudi. La voce di Andrews ci stupisce. E’ nitida, inconfondibile, proprio come su disco, e non avrà cedimenti fino alla fine. Non che il cantante non la metta alla prova, tutt’altro. La seconda opera più saccheggiata questa sera è “Nux Vomica”, l’album per cui si urlò al tradimento, che è anche il più vibrante e spigoloso della carriera dei Veils. Addirittura cinque gli episodi recuperati, anche i migliori per una volta, con moderata licenza all’esagerazione per l’anima più cruda, nervosa e irrequieta del frontman, ben rappresentata dai latrati conclusivi sulle note di “Not Yet” (ma non sono da meno i cavalloni del piano di Rapisardi nel bel fortunale elettrico di “Pan”). Il titolo che si ritaglia la palma per la performance più convincente è però “Birds”, con volumi meno elevati ma intensità clamorosa nell’interpretazione del trentenne di Camden Town. Che non manca di salutare e ringraziare il pubblico arrivato a San Damiano nonostante la partita imminente, e sembra gradire in particolare il vino rosso (della zona, immaginiamo) che fa solo un rapido cammeo nel suo calice prima di sparire per sempre.

 

Poco più di un’ora di spettacolo, alla fine, ma senza pioggia (eccetto una fugace spruzzata in chiusura)  e senza possibilità di recriminazioni, considerate la scaletta, il tenore e l’espressività della prova dei Veils. A dire il vero un mugugno, uno solo, quando vediamo i cinque musicisti abbandonare il palco ci sale da dentro. E’ solo un ricciolo, un capriccio, quel che manca al concerto per essere proprio come lo avevamo immaginato nella più rosea delle previsioni. Manca “Lavinia”, la canzone all’origine di tutto, quella che andava in heavy rotation quando la band esordì col botto. E’ con questo piccolo fastidio in fondo al cervello che ci uniamo al coro di chi chiede un pezzo ancora, anche se i margini prima del match della nazionale sono esigui e noi siamo scettici per natura. Finn però non ci delude. Torna in scena solo lui, ora completamente scalzo, e regala voce e chitarra una versione magari non memorabile di quel brano, fragile e disarmato come non mai, ma che è esattamente quel che vogliamo sentire prima di tuffarci nell’euforia da bar sport e, poi, nella notte serena di queste nostre colline, a riveder le stelle.

Setlist

Setlist Veils:

Train With No Name
Calliope!
Birds
Not Yet
The Pearl
Sign Of Your Love
Pan
Turn From The Rain
Out from the Valley & Into the Stars
Through The Deep, Dark Wood
Nux Vomica
Jesus For The Jugular
Lavinia

 

Setlist Green Like July:

Jackson
A Better Man
Tonight’s The Night
Agatha Of Sicily
Movin To The City
Borrowed Time
An Ordinary Friend
Nothing Is Forever

Veils su OndaRock
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