06/07/2015

D'angelo & The Vanguard

Cavea - Auditorium del Parco della Musica, Roma


di Alessandro Matarante
D'Angelo & The Vanguard

In una già di per sé caldissima sera d’estate romana, Michael Eugene Archer si presenta davanti al pubblico con tutta l’intenzione di rendere l’atmosfera rovente. Ad accompagnarlo la sua nuova ed eccellentemente assemblata band, The Vanguard: Pino Palladino al basso - già fido collaboratore di D’Angelo in passato; Jesse Johnson dai primi Time di Prince; la piacevole scoperta Isaiah Sharkey alle chitarre; il talento Chris Dave alla batteria. A loro si aggiungono un trombettista e un sassofonista, a comporre un’essenziale ma esuberante sezione fiati; poi le tastiere di Cleo Sample, e i coristi che assecondano e intensificano con gran mestiere la voce del Nostro.

Vagamente imbolsito e appesantito fisicamente rispetto al Don Giovanni tutto muscoli di un tempo, ma mentalmente alleggerito da quell’aura di sex-symbol che tanto gli stava stretta, D’Angelo pare riversare oggi tutti i suoi sforzi e tutte le sue attenzioni esclusivamente sulla musica. Per convincersene basterebbe “Black Messiah”, il suo primo album dopo ben quattordici anni di assenza dalle scene, ma la resa live fuga ogni dubbio.
Come ogni Messia degno di questo nome, D’Angelo si è fatto attendere, ma ne è valsa la pena. Sin dall’apertura la netta sensazione è quella di trovarsi di fronte a qualcosa di qualitativamente impeccabile: prima lo space-funk in stile Parliament di “Ain’t That Easy”, poi l’elegante soul carico di riff di “Betray My Heart” seguito, con “Spanish Joint”, da un ritorno alle atmosfere di “Voodoo”, album con cui D’Angelo disse arrivederci nel 2000 - e con cui la black music fa tutt’ora i conti. Una fusione di soul, funk, r&b d’avanguardia tanto sorprendente quanto efficace. L’immediata reazione dei presenti, che dopo un paio di minuti si alzano dalle proprie comode sedute per andare a dimenarsi sotto al palco, ne è una conferma: pur non essendo la Cavea dell'Auditorium (eccellente per acustica e atmosfera) strapiena come si converrebbe a un concerto di tale levatura, il pubblico è costituito in buona parte da sinceri ammiratori dell’artista. Il sentimento che si viene dunque a creare è di profonda simbiosi tra musicisti e spettatori, uniti in un'unica danza.

La prima ora di concerto si dispiega così come un’unica jam senza pause. L’intervallo tra un pezzo e l’altro è nullo, e la resa live non si manifesta come una semplice esecuzione delle canzoni stesse così come suonano su disco. La durata dei singoli brani si assesta difatti sui sette/otto minuti, in cui la band si concede senza risparmio: mette in mostra tutto il proprio talento e amplia i singoli episodi con assoli e citazioni. Il tutto coinvolgendo il pubblico e dimostrando una sintonia invidiabile, soprattutto per un complesso formatosi pochi mesi or sono, i cui singoli elementi provengono da realtà diverse. Spiccano in tal senso le esecuzioni di “Brown Sugar”, primo vero successo targato D’Angelo di metà anni 90, e quella del soul funkettone di “Sugah Daddy”, primo singolo tratto da “Black Messiah” e traccia che più d’ogni altra suggella il ritorno dell’artista. In essa inoltre appare, in tutta la sua evidenza, l’omaggio del D’Angelo 2.0 a Prince.
A trainare e incanalare tutta quest’abbondanza di talento è proprio il crooner di Richmond, ispirato e manifestatamente voglioso e desideroso di riprendersi ciò che gli spetta: canta senza mai stonare, balla, si diverte oltre a far divertire, suona il pianoforte ma anche e più che dignitosamente la chitarra. Ulteriore testimonianza che tanti anni di buio son serviti a qualcosa. Più che a imparare a suonare un nuovo strumento, a congedarsi da quel personaggio scomodo che gli era stato cucito addosso dopo il successo dei primi due album. A divenire infine attraverso sbagli e tanta solitudine uno “splendido quarantenne”.

Al termine delle fatiche della lunga jam, la band tutta lascia il palco prima di farvi ritorno pochi minuti dopo, per chiudere in bellezza il concerto. Bastano poche note, e l’incedere di “Untitled (How Does It Feel)” suscita l’entusiasmo del pubblico; specie di quello femminile, memore del tanto chiacchierato video che nel 2000 ne accompagnò l’uscita. Quando il brano va via via sfumando, uno alla volta i membri dei The Vanguard lasciano il palco, rendendo il tappeto sonoro sempre più minimale. L’ultimo ad andarsene è l’applauditissimo Pino Palladino, che lascia D’Angelo solo al pianoforte. Poche altre note, il ritornello ripetuto come un mantra, i ringraziamenti di rito e anche lui esce di scena.

Il desiderio che più di tutti si prova terminato un concerto che ha entusiasmato e coinvolto è quello di svegliarsi la mattina seguente e scoprire che la possibilità di riviverlo si ripresenterà in serata. Speriamo a questo punto non debbano passare altri quattordici anni: D’Angelo e i suoi The Vanguard, una volta ascoltati dal vivo, più che in piacere paiono trasformarsi in necessità.

Setlist
  1. Ain’t that easy
  2. Betray my heart
  3. Spanish joint
  4. Really love
  5. The Charade
  6. Brown sugar
  7. Sugah daddy


Encore


Till it’s done (tutu)
Untitled (how does it feel)

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