02/06/2015

Dawn Richard

Jazz Cafe, Londra


di Damiano Pandolfini
Dawn Richard
Non siamo in tanti, ma siamo fottutamente agguerriti. Far parte di una qualsivoglia nicchia è un sentimento difficile da decifrare per la gente come noi, ovvero quelli che a costo di seguire la propria musica del cuore che non sia il San Siro del Blasco si sono trasformati nella generazione social, eternamente imprigionata dietro a un touch screen. Difatti, quando si esce da dietro allo schermo e ci si avventura nel mondo reale, ci si sente improvvisamente nudi e vulnerabili. Guardare la fila fuori dalla porta del Jazz Cafe di Londra, situato a un passo dalla stazione di Camden Town, è come sbirciare a una versione di sé stessi riflessa allo specchio. Non siamo in tanti, ripeto, ma c'è una sorta di tacito consenso che aleggia nell'aria, sguardi inquisitori che mettono quasi in soggezione, discorsi che suonano stranamente familiari ed estetizzanti capi di vestiario studiati con calibrato eclettismo (sì, ce la tiriamo pure, ma del resto guardate qui a fianco come si veste lei!). Di concerti se ne vedono tanti, ma Dawn Richard non è una tipa qualunque e un mimino di rispetto è d'obbligo. In troppi pochi la conoscono, specialmente in Europa, ma chi di noi è arrivato a prendere parte al suo primo - e per il momento ultimo - concerto solista nel Vecchio Continente, porta per forza di cose con sé tutta una serie di coordinate in comune che legano questa stranissima comunità multietnica del "nuovo r&b elettronico" in un gruppetto di fedelissimi. La chiave di volta, stasera, è ovviamente rappresentata dall'amore unanime nei confronti del recente ma già ampiamente cult album che risponde al nome di "Blackheart".

C'è anche un discreto nervosismo nell'aria. Tutti i presenti sanno che Dawn Richard è un'artista indipendente che fa tutto da sola, quindi di conseguenza tutti sanno che c'è il rischio che all'ultimo momento non riesca a presentarsi (cosa peraltro già successa due anni fa al tempo di "Goldenheart", il precedente album che fu sempre ben accolto dalla critica in Inghilterra ma che non riuscì a portarle i giusti numeri per consentirle di prendere quel benedetto aereo). Vedere le porte aperte del Jazz Cafe significa già poter cantar vittoria prima ancora dell'inizio dello show. Non che nessuno avrebbe osato biasimarla in caso contrario, sia ben chiaro! Attraversare l'oceano a proprie spese per fare una sola data in una serata infrasettimanale è un rischio che in tanti non si sognerebbero proprio di correre. Fortunatamente a questo giro Dawn Richard ce l'ha fatta davvero, e oltre all'innegabile eccitazione di poterla vedere dal vivo, il prezzo del biglietto fissato è scandalosamente basso (13.50£ di base, ma lo si trova anche a 10£), e questo fa sì che la serata adesso sia assolutamente da non perdere, pena un bagno nelle acque del Tamigi durante l'alta marea.

Il Jazz Cafe è un locale adatto a tante occasioni. Trattasi di un'unica stanza con due bar (molto ben forniti di whiskey, garantisco personalmente), sovrastata da una balconata con i tavolini del privé (che stasera è chiuso), che rende la pista sottostante intima come l'androne di una grotta. Il palco è piccolo e consente a tutti i presenti di stare molto vicini, l'atmosfera è comodamente touchy feely ma nessuno ha bisogno di spingere per avere una buona visuale. Posizionato precisamente all'angolo sinistro, a portata di mano del bar e letteralmente seduto sul palco, ho di fronte a me, dalla parte opposta della stanza, la scaletta di ferro che dalla balconata superiore dove stanno i camerini porta direttamente sullo stage, una sorta di passerella molto scenografica che l'artista deve percorrere per poter arrivare al microfono - manco il balcone di Eva Peron.
Nel mentre che la stanza si riempie, il dj passa in rassegna una playlist che sembra cucita apposta per gente vagamente disadattata ai tempi moderni come noi, un misto tra pezzi r&b mainstream d'annata e tante belle novità che non si fila veramente nessuno - Janet Jackson, Lauryn Hill, Tinashe, Ciara, una montagna di old school hip-hop e stravecchio new jack swing. Fa davvero effetto notare che, per quanto alcuni pezzi appartengano a una nicchia decisamente ristretta che spesso sembra non andare al di fuori della propria testa, la stragrande maggioranza dei presenti li canticchia tranquillamente tutti a memoria. Non solo, qualcuno particolarmente entusiasta sembra sapere a memoria pure la dance routine dei vari video promozionali e prova, con grottesco successo, a far cadere la gattina (ma voi fate pure finta di nulla).

L'apertura della serata, che per inciso non era manco stata annunciata, è totalmente inusuale ma si rivela azzeccata. Cherri V è una cantante r&b/soul tipicamente British, una bella ragazza con un cesto di capelli inzuppato per metà nella tinta rossa come la Kelis di una volta, e una voce dalle tinte gospel perfettamente a suo agio in un set acustico di sole chitarra e percussioni. Presto è Cherri stessa a svelare che lei e Dawn sono amiche "sin dai tempi di Myspace", quando si scambiavano messaggi d'incoraggiamento a vicenda (Dawn in particolare era innamorata di una sua canzone chiamata "Fast Car", e prese pure parte alla versione remix). Nonostante l'apparente differenza di stile, pezzi melodici come "2016" e "Deadline" mettono il buon umore tra i presenti come un'ondata di sole, anche grazie al trasporto vocale di Cherri, e vengono immediatamente memorizzati dal pubblico che a un certo punto li ricanta pure indietro. Per un paio di tracce invece sale sul palco tale Jermaine Riley, e insieme i due diventano Dora Martin, un duo dai toni electro-soulstep e immaginario vagamente grime che però sembra non avere lo stesso mordente di Cherri da sola - "Soldier" e "Skyline" sono bei pezzi, ma dal vivo non prendono il volo.

dawnri220x270_01Finalmente la band di Dawn Richard scende sul palco. Basso, batteria + laptop e tastiere, tre neri vestiti di nero su sfondo nero, una scelta un po' cattiva ma evidentemente studiata per far risaltare al massimo la vera star della serata (difatti presto nessuno farà più caso a loro). Infine, sulla terrazzina sovrastante la sala appare Dawn, accompagnata da un membro della sicurezza, e il pubblico esplode all'istante in urla, applausi, cori di ammirazione e schiocchi di dita. Eccola lì, una cascata di dreadlocks semi-colorati che le coprono metà schiena, il volto dipinto in geroglifici sulla fronte come una regina di Mad Max, un corpetto di pelle bianco neve dal quale scende una rete di brillanti da vera dancehall queen, gambe autostradali e sandali neri alla schiava dal tacco impossibile.
Dal vivo più che in foto la stronza è di una bellezza che toglie il fiato, ma soprattutto emana una carica sessuale elettrizzante, e lo si vede nel modo in cui la muscolatura delle gambe freme mentre scende le scale, come una leonessa cibernetica dalla falcata possente e lo sguardo famelico. Sorride, si guarda intorno quasi altezzosa, ma nel momento in cui attaccano basso e batteria all'unisono il suo corpo si piega e si contorce in una scossa ed esplode in una danza tribale che scuote anche le pareti della stanza. Che cazzo di Diva! Coraggiosamente da sola sul palco, senza ballerini né coriste a darle man forte, questa donna ha la stessa carica di una band garage-punk, con la differenza che salta incessantemente come un'Amazzone a ritmo perfetto e, come da regola nello spietato mondo dell'r&b, tira fuori un'esibizione vocale che non sgarra nemmeno di un semitono.
Stronza davvero, sì, ma del resto l'aveva detto recentemente in un'intervista: "Sono cresciuta ascoltando Bjork, Imogen Heap e Alanis Morissette". E dalla prima infatti ha preso l'immaginario di alieno cyber-punk caduto sulla Terra, che la rende magnetica e trasfigura il solito cliché della "cantante bonazza" in qualcosa di ben più interessante. Dalla seconda, invece, ha chiaramente imparato l'uso di tessiture elettroniche e sovrapposizioni vocali impiegabili anche dal vivo, così che quando in alcuni momenti si sentono in sottofondo le basi pre-registrate - impossibili da evitare per riprodurre in un one woman show le decine di contromelodie di un disco interamente elettronico - lei rimane pur sempre ancorata in primo piano. Ma è dalla terza che ha succhiato come una spugna l'instancabile energia con la quale urla nel microfono e scuote i capelli forsennatamente, e il risultato sprizza energia rock da tutti i pori.

L'effetto finale, insomma, è a dir poco peculiare, ma le calza a pennello. Non è un segreto che Dawn si sia fatta i denti per oltre un decennio di attività facendo la ballerina e prendendo parte al tremendo reality Making The Band, dal quale fuoriuscì come membro del quintetto vocale Danity Kane, una girl band di scadente r&b che davvero non vale la pena di andare a ricercare. Ma non solo, è stata pure una delle due groupie di Diddy - Dirty Money, il progetto r&b/soul di Puff Daddy del 2010, nel quale ricopriva il ruolo di corista e "donna oggetto". Insomma, Dawn ha un passato nelle frange mainstream non sempre di qualità, fatto anche di vanità, divismi, cattiverie e una bella ciaffata in viso tirata a una sua ex collega, e indubbiamente ne porta ancora i postumi sulla pelle.
Ma la capriola che ha fatto per arrivare oggi sul palco del Jazz Cafe ha davvero dell'incredibile. Bellissima, brava, talentuosa, carismatica e tremendamente avanti coi tempi musicalmente parlando: vederla eseguire sul palco progressioni ai limiti dell'avant-elettronica con uno show trascinante come una danza tribale dà proprio la sensazione di essere di fronte al futuro.

La scaletta segue grosso modo lo svolgimento di "Blackheart", ma se già su disco i pezzi sono arrangiati in una sorta di flusso progressivo, dal vivo Dawn e la sua band rielaborano ulteriormente il tutto in una folle resa ai limiti dell'improvvisazione jazz al punto che la scaletta propriamente detta è indecifrabile. "Noir (Intro)" è ridotta a una frase appena, "I thought I lost it all...", professa lei retoricamente, perché è chiaro che adesso ha solo da guadagnare. "Calypso" si tramuta in un frenetico rap accelerazionista, mentre sull'esibizione (al completo) di "Blow" la folla viene incitata e il crescendo del ritornello si fa maestoso.
Ma presto sarà lei stessa ad emozionarsi. Dawn sta calcando per la prima volta in qualità di solista un palco situato a un oceano di distanza dalla nativa New Orleans, presentando per giunta uno degli album più eclettici e sicuramente meno radiofonici dell'anno, che si è scritta, co-prodotta e autofinanziata da sola, eppure gran parte del pubblico canta con lei quasi ogni sillaba. Nel momento in cui si ferma un attimo per prendere fiato, la gente inizia a parlarle, la stanza è piccola ed è come stare nel salotto di un'amica. "Grazie per essere venuti, davvero", dice, "avevo paura di presentarmi e non trovare nessuno!". Invece il pubblico è più che felice di essere presente, e partono subito le richieste. "Facci BOMBS'!" incita qualcuno dalla folla, al che lei risponde con sarcasmo "perché non vieni tu a cantarla?". Detto fatto, il tipo sale sul palco e le accenna il ritornello a cappella, al che lei è costretta a finire la frase. E' visibilmente divertita ma quasi non ci crede. "Cos'altro volete?", chiede, e dalla prima fila un nuovo entusiasta monta sul palco e le canta "'86" (da notare che entrambi i brani risalgono a oltre due anni fa, e non sono esattamente degli hit single). E' un bel momento; tra ilarità e genuino contatto col pubblico, Dawn Richard sembra rendersi improvvisamente conto che, nonostante tutti gli ostacoli della vita e un disco che di commerciale non ha nemmeno la copertina, il suo lavoro non è passato inosservato, anzi c'è qualche pazzo là fuori che ne ha imparato a memoria anche gli intermezzi, e che non aspettava altro che di venire a incontrarla di persona.

dawnric220x270"Ok, posso continuare col MIO show, adesso?", sorride mentre schiocca le dita e scuote la testa, e l'energia riparte in quarta, mentre vaga frenetica da un lato all'altro del palco, arriva così vicina a me che potrei tranquillamente leccarle i piedi (non lo faccio solo perché c'è gente in sala). Si susseguono "Adderall/Sold (Outerlude)", la potenza di "Warriors" intonata dalla folla a mani tese, le liquide cascate elettroniche di "Projection" e il nuovo mash-up "Titans x James Dean", sorta di semi-inedito per il quale ha realizzato l'ultimo video. Quando si ferma per intonare la ballata "The Deep", accompagnata dal solo pianoforte e il reverb del microfono, Dawn riconferma nuovamente che, oltre a saper muovere il corpo come una sirena, la voce c'è davvero. Per il bis si ripresenta sul palco coperta in un lungo abito aderente di piumaggio nero pece, che però lascia strategicamente trasparire le gambe e che, perdonatemi la volgarità, mette ancor più in risalto la sua silhouette e un culo che porta letteralmente via.

Il bilancio della serata è scontato. Già che il mondo dell'r&b, per quanto in evoluzione, è ancora saldamente legato a certi schemi che son duri a morire, soprattutto per le artiste donne. Imbattersi quindi in una che ha una visione artistica ben oltre il consueto, e che per di più sa tenere da sola il palco come Beyoncé, è uno di quei momenti che fanno ben sperare per il futuro della musica. Ma, come ha già accennato in un'altra intervista, c'è anche la possibilità che Dawn Richard a breve trovi finalmente un'etichetta alla quale affidarsi, forse proprio in Europa, dove del resto musica come questa potrebbe attecchire molto più che non in America (qualcuno si ricorda mica di Kelis e della "scandalosa" svolta electro di "Flesh Tone"?).
Io le faccio tutti i più sentiti auguri di questo mondo, che la serata è stata semplicemente meravigliosa e di gente come Dawn Richard purtroppo non ce n'è mai abbastanza.





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