01/03/2015

Decemberists

Magazzini Generali, Milano


di Lorenzo Righetto
Decemberists
Sarà per l’atmosfera festosa e malinconica dell’ultima data del tour, passata dalla band a crogiolarsi in una (discreta) giornata pre-primaverile a Milano, all’ombra del Duomo; sarà per il piglio ritrovato dalla band nell’ultimo “What A Terrible World, What A Beautiful World”: il concerto dei Decemberists ai Magazzini Generali assume i contorni di una di quelle serate magiche che segnano il calendario dei concerti di un’annata.
Intanto – cosa indipendente dalla band e dalla sua arte ma fondamentale per il bioritmo degli spettatori che lavorano – il concerto inizia all’ora prefissata: Colin Meloy fa risuonare col plettro il primo Mi e intona “We know” (da “The Singer Addresses His Audience”) alle 21.20, quando i Magazzini sono già stipati al massimo, tanto che la folla si dirada solo in corrispondenza del bancone del bar.

Un inizio naturale, dato che permette anche agli altri membri dei Decemberists – in assetto da big band – di presentarsi via via sul palco e iniziare a suonare, per condurre il pezzo al trionfo finale. Così come perfetta è la (prima) fine del concerto – scusate l’anticipazione – giostrata sul rutilante, baldanzoso Sol di “A Beginning Song”, che saluta il pubblico inondato dalla luce. Un pubblico delle età più disparate – ma tendenti ovviamente verso la fascia più alta dell’affluenza concertistica – e forse un pelo più freddino di quanto si aspetterebbe da una folla così corposa.
Nel mezzo del concerto c’è un spazio un po’ per tutta la carriera del gruppo, in uno spettacolo forse più “celebrativo” delle attese, visto che comunque in questo successo della band qualcosa avranno fatto anche gli anthem orecchiabili di “What A Terrible World, What A Beautiful World”. Subito qualche pezzo dallo scorso “The King Is Dead”: il power-country di “Calamity Song”, che cede il passo alla cover di “Dreams”, celeberrimo brano dei Fleetwood Mac (che tornano poi ciclicamente nell’ispirazione della band). Poi “Rox In The Box”, un ritorno alle origini che dà il La alla splendida “Here I Dreamt I Was An Architect”.

Difficile dire qualcosa dell’esecuzione della band, di grande precisione, attenuata un po’ dalle “animazioni” di Colin, che da frontman esperto dirige il pubblico sui battimani e sui cori e lo orchestra nei rumori di contorno della vera e propria rappresentazione teatrale di “The Mariner’s Revenge Song”, l’ultimo pezzo dell’encore. L’unica concessione alla reinterpretazione – peraltro stonata - è l’allungamento del blues-rock smargiasso di “A Bower Scene”, dal vituperato “The Hazards Of Love”, nel mash-up  con “Won’t Want For Love”.
Ma si capisce come la band voglia restituire importanza un po’ a tutti i capitoli della sua carriera, come dimostra anche il dittico dedicato a “The Crane Wife”: dall’altra parte un bignami interessante sull’evoluzione della band per il pubblico italiano, che non ha potuto vederla da noi per parecchi anni. Ne fanno le spese, com’è ovvio, l’ultimo repertorio e soprattutto quello più datato (nonostante qualche classicone come “16 Military Wives”).

Nonostante tutto una gran bella serata, che difficilmente avrà lasciato qualcuno scontento.

Contributi fotografici di Alex Poltronieri

Setlist
The Singer Addresses His Audience
Calamity Song
Rox In The Box
Here I Dreamt I Was An Architect
Better Not Wake The Baby
The Wrong Year
The Gymnast, High Above The Ground
A Bower Scene
Won't Want For Love (Margaret In The Taiga)
The Rake's Song
Down By The Water
Make You Better
16 Military Wives
The Crane Wife 1 & 2
The Crane Wife 3
A Beginning Song

Encore

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The Mariner's Revenge Song
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