22/10/2015

Elvis Perkins

Hiroshima Mon Amour, Torino


di Stefano Ferreri
Elvis Perkins

Il mistero Elvis Perkins, quindi. Qui e ora, alla fine, e chissà se servirà a fare un po’ di chiarezza sul suo conto.

Pochi artisti di oggi provocano nella mia testa una ressa di punti interrogativi anche lontanamente paragonabile a quella scatenata da questo ragazzo newyorkese dall’aria mite, ogniqualvolta mi ci soffermi. Per più di una ragione l’ho sempre considerato un bel rompicapo, anche al netto di quelle ascendenze così ingombranti e così dolorosamente rimosse dalla sua vita per i tiri di un destino oltremodo beffardo. Dettagli, note biografiche che aggiungono colore in sede di sceneggiatura ma portano a perdere di vista la sostanza, il punto fermo che è poi l’intima natura del creativo prima che del figlio d’arte. Questa volta i genitori famosi morti in circostanze tragiche vorrei tenerli da parte, anche solo per non cadere negli ovvi cliché di chi si trova a parlare di uno come lui o di un Mark Oliver Everett (che in quanto a sfighe in famiglia non è mai stato secondo a nessuno) e non sa bene da dove partire: cruciali per realizzare chi fosse Perkins quando si rivelò con il suo folgorante esordio, non sarebbero forse di alcuna utilità oggi, con tutta l’acqua che è passata sotto i suoi (e i nostri) ponti. Come è possibile che a un personaggio che sembrava per nascita partorito dalla mente di un bravo romanziere corrispondesse poi, nella realtà, la polpa di un talento vero, e a tutto tondo? Mai trovata una risposta, mi sono sempre limitato a constatarne gli estremi come un (piacevole) dato di fatto. C’è stato un momento in particolare, poco dopo l’uscita del sophomore eponimo intestato alla combriccola Elvis Perkins In Dearland, nel quale il giovane Elvis parve davvero sul punto di affermarsi come un nome tra i più scintillanti del circo alternativo: assoldato per l’amicale gavetta di rito al seguito degli Okkervil River (ma avrebbero potuto essere i Decemberists, o altri) non avrebbe rubato nulla qualora si fosse decretato un sostanziale pareggio, nel caso, tanta era la qualità della sua proposta in salsa folk’n’roll, per dirla come piaceva a lui. I riscontri certo non mancarono, anche se fu un attimo soltanto, di quelli veramente fugaci. Perché mai, allora, quell’ultimo passo non si è mai concretizzato? Mai capito. Se fingo di non ricordarmi come è andata a finire, per me il suo nome rimane lì sospeso, pronto per una gloria che non verrà mai.

270x220_i_04In realtà una risposta al secondo quesito si impone con evidenza lapalissiana, e ignorarla pare persino scortese: è stato lui a non volerlo fino in fondo il successo, a esserne forse intimorito. E il suo nascondino assoluto, lungo sei eterni anni, dovrebbe parlar chiaro in tal senso. Troppo facile come motivazione, vien da pensare, eppure… Per quale motivo smettere di esistere in quanto artista, nel momento clou, per un intervallo così maledettamente lungo? Il masochismo basta a giustificare una scelta a tal punto lontana dai canoni promozionali del presente? O è necessario aggiungere al conto un disco di ritorno non soltanto tardivo sino al parossismo, ma antispettacolare ed elusivo come pochi altri lavori a memoria di critico? Niente da fare, ogni nuovo interrogativo ne chiama almeno un paio in sovrapprezzo, e di questo passo i grani del rosario non si contano più. Giusto per fare il verso al senso figurato di quell’ultimo titolo, metto la chiosa a tutta la faccenda con il bronzeo “obbedisco!” dello scettico, e mi preparo a saziarmi con una caccia grossa di nuovi indizi al cospetto proprio del redivivo Elvis, in un salone dell’Hiroshima Mon Amour chiamato a ospitare la sua prima data italiana da tempo immemore. Un salone in cui si sta dannatamente comodi, tocca anche rilevare con disappunto, visto che il “mare” della platea conta una ventina di isolette puff occupate da ospiti stravaccati oltre ad altrettanti “naufraghi” distribuiti nell’ampio spazio senza una logica apparente. A bruciare il poco confortante quadretto, quando sono passate da poco le 22, ecco palesarsi come un novello Mosé il buon Perkins, che fende le ideali acque avanzando alla testa del suo sparuto plotone di musicisti in fila indiana: solo due al momento (a fronte delle tre postazioni che sul palco circondano quella del frontman) e nessun volto noto della sua ghenga. Colei che andrà a piazzarsi sulla destra con l’incarico di suonare bassi , armonium e autoharp, ad ogni modo cattura in agilità l’attenzione generale, in virtù di un’avvenenza di molto superiore alla media.

270x220_ii_04Lunghe chiome sulle orecchie e barbetta d’ordinanza, agghindato in maniera pittoresca (spicca un lungo pastrano che sembra un tappeto Ikea con decorazioni andine), il trentanovenne arriva già imbracciando e strimpellando la chitarra e attacca con uno dei brani della più recente fatica, il nuovo singolo “I Came For Fire”. Ecco, prima di partire con la cronaca una considerazione su “I Aubade” va spesa. Il disco è passato pressoché inosservato ed era quasi inevitabile, con le sue sonorità sfuggenti, la sua apparente confusione, i suoi falsi piani, i miraggi e le ricorrenti sfocature. E’ un bell’album di acquerelli più che di serenate a una nuova alba – aggiungo – intimo, personale e per certi versi autistico. Non è pensato per piacere e buona parte del suo appeal deriva proprio dal fatto che questa sua natura schiva e sbrindellata non è stata affatto tenuta nascosta. Richiede pazienza insomma, una costanza che all’ascoltatore del 2015 non è di norma minimamente richiesta, ma che ripaga chiunque abbia voglia di perdersi in quelle nebulose di arpeggi e sottotrame per riemergerne, scassinate le relative ostriche, con alcune perle melodiche di tutto riguardo. Ancorché registrate su un quattro piste da mercatino, a me le nuove canzoni sono piaciute dal primo assaggio. Riscoprirle ora con una nitidezza quasi sconosciuta, e una pulizia sonora che non ammette strascichi o asperità di sorta, è una sorpresa oltremodo gradita e mi porta ad ammettere che, sì, per una volta avevo visto giusto, è davvero materiale all’altezza del miglior Perkins. Al centro della scena lui raccoglie e ricambia il mio sorriso anche se non può leggerci dentro alcuna di queste implicazioni, o forse si. Si prende quel po’ di applausi e invita i suoi pigri spettatori a spostarsi tutti qualche metro in avanti con i loro marshmallow, li chiama così, perché se il clima si fa confidenziale almeno quei pochi si dimostreranno anche buoni. E così sia.

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270x220_iii_06Brani nuovi o meno, il tenore resta ancorato a questa formula di luminosa espressività in un quadro di risorse piuttosto limitate. Con quella batteria lasciata in ombra, là dietro, e la bella fanciulla che nelle battute iniziali si dedica più che altro al suo bizzarro salterio, è il ceffo barbuto che staziona a sinistra a farsi carico di tratteggiare una minima ipotesi ritmica, ora con il mellotron ora con il sintetizzatore, nel segno comunque di una discrezione e di una sobrietà rimarchevoli. La voce calda e nasale del capobanda ha così gioco facile nell’emergere e irretire un pubblico che, poco alla volta, comincia a farsi sentire con gli apprezzamenti, incoraggiando in risposta la giovialità dello statunitense. Che si scioglie magnificando la stessa città in cui operarono alcuni dei suoi avi più illustri, Giovanni ed Ernesto Schiaparelli (astronomo ed egittologo rispettivamente), e che lui confessa di non aver mai visitato prima di oggi. Ringrazia persino del clima favorevole incontrato varcando le Alpi, dopo un soggiorno francese funestato da ogni sorta di avversità meteo, e, insomma, appare di un umore ben più confortante di quanto l’esiguità della platea porterebbe a immaginare. Quando ormai non ci si sperava più, eccolo chiamare a gran voce un terzo sodale, fino ad allora impegnato nelle vesti di fonico, perché vada a occupare il posto dietro ai rullanti e offra quel briciolo di plasticità in più alle canzoni. Non si tratta del batterista titolare – ci viene spiegato e non fatichiamo a crederlo, data l’essenzialità di un contributo per molti versi più affine allo slowcore che a qualsivoglia forma di cantautorato “al sangue” – ma l’inconveniente occorso quel paio di giorni prima al suddetto musicista non pare aver limitato le potenzialità attrattive dello spettacolo, anzi.

270x220_iv_04Con “All The Night Without Love” e, soprattutto, con una bellissima versione di “Chains, Chains, Chains” arrivano anche gli autentici colpi di classe, i primi di una serata che da qui in avanti riserverà ampio spazio alla rassegna degli instant classics firmati Perkins. Se il pezzo che aveva prestato il titolo alla prima raccolta del songwriter è l’atteso tuffo al cuore e vale la pelle d’oca dei presenti grazie a una nudità che davvero non conosce adulterazioni, il momento più divertente del concerto arriva poco oltre, quando è Elvis stesso a orchestrare con un pubblico invero non proprio reattivo le armonie corali di “Doomsday”, previo opportuno addestramento lampo. Rotto definitivamente il ghiaccio, è sempre il newyorkese ad apparire in assoluto il più frizzante su piazza, divertito forse dalla scarsissima conoscenza che i timidi astanti mostrano di avere nei confronti di un repertorio non esattamente elefantiaco. Le sue indagini in tal senso escono regolarmente frustrate dalla scena muta dell’uditorio interrogato, così non sembra un’idea malvagia il cambio di registro verso l’ironia a carte scoperte quando “I’ll Be Arriving” viene presentata come “il mio pezzo metal” anziché “il mio esorcismo blues”. Si torna quindi ad apprezzare l’impensato nitore dell’ultimo album grazie a una serie di proposte intriganti. Bene in particolare “My 2$”, brano dalla spiccata vocazione ecologista, dedicato all’importanza di spendere bene le risorse del pianeta per evitare di abbracciare quell’inerzia di autodistruzione cui sembriamo esserci rassegnati; e poi il primo singolo “Hogus Pogus”, nuovamente sullo spoglio andante e nello stile schietto del cantastorie (imprescindibile l’abbinata chitarra/armonica), orfano di batterista ma sostenuto a dovere dalle puntuali marcature d’armonium della leggiadra musicista. A proposito di quest’ultima, se il nome rimane (e così fino al sipario) un omissis, si fa sempre più concreta l’impressione di un affiatamento che sa di tenerezza con il frontman: lo raccontano gli immaginari cuoricini che vediamo saettare da uno sguardo all’altro con frequenza crescente, a ogni amorevole cenno d’intesa. Ma si tratta di una suggestione e nulla più, teniamola pure tra le note a margine del verbale.

270x220_vi_01Dopo un’oretta scarsa di concerto, la consapevolezza di una superba prova live non dovrebbe più correre il rischio di esser messa in discussione. Personalmente ho sfiorato momenti di pura commozione e il mio appagamento non ha ancora conosciuto un solo attimo di stanca. So che sarà difficile concludere la serata con un percorso netto e saprei accontentarmi si chiudesse qui, ma è pur vero che il senso di sazietà che talvolta mi coglie ancora non si è palesato, e poi già pregusto i fuochi d’artificio che il Nostro non potrà esimersi dal liberare nelle battute conclusive (volendo rispettare la formula greatest hits delle sue puntate retrospettive). Ma prima del finale c’è spazio per i suoi interrogativi in merito alla possibilità di visitare in duomo la Santa Sindone (“troppo tardi” gli spiega una tizia in prima fila, “ti toccherà chiedere un permesso al Papa”), e per l’esclusiva di una canzone che “ancora non esiste su album” e che dovrebbe chiamarsi “One”, almeno in questa fase preliminare. Ormai in un bonario clima di confidenze, il cantante svela che la (splendida) “The Passage Of The Black Gene” racconta una storia vera avvenuta a Manhattan. Il clima sonoro prende a incupirsi, specie quando nella coda l’intervento del friscaletto suggerisce un senso di arcana inquietudine (e tradisce l’attuale infatuazione dello statunitense per la musica folk del Sudamerica). Se è da applausi lo sfumare fluido nell’abbrivio di un pezzo da novanta come “Shampoo”, non altrettanto si può dire della relativa interpretazione un po’ tirata via, con sufficienza. La medesima modulazione svogliata intacca un’altra coppia di titoli chiave come “Hey” e soprattutto “While You Were Sleeping” (primo bis), che di Perkins resta forse il numero della vita.

270x220_v_02Questa smagliatura finale ha il sapore di un peccato (veniale), ma regala a ben vedere uno spunto prezioso per quando è ora di tirare le somme. In chiusura a uno show strepitoso, queste versioni-compitino dei tre brani più noti del newyorkese valgono forse come minima traccia di un’insofferenza, indirettamente rivolta alla fortunata stagione di quei primi, limitati successi. L’umanità di Elvis Perkins rifulge in questi dettagli non meno di quanto abbia fatto la sua stoffa di artista nelle esecuzioni meno attese, episodi di “I Aubade” in testa. Il segno della cesura con il passato sembra affiorare in questo diverso atteggiamento, riscontrato magari solo dal sottoscritto e comunque non esternato in pose fastidiose. Solo sfumature, come quelle che tornano a rivelare un talento cristallino nell’ultimo brano in scaletta, guarda caso nuovamente dall’ultimo disco. Non la meravigliosa “Now Or Never Loves” purtroppo, per quella servirà la classica “prossima volta”, ma una “All Today” pur sempre bellissima e che, programmaticamente, racconta di questo nuovo Elvis assai meglio di quanto potreste leggere in cento sue interviste. Il lungo silenzio, il nuovo approccio più riservato e quasi domestico alla musica, la decantazione lenta e una prospettiva in fuga dalla stardom: tutto trova un senso nella contagiosa normalità che questo trentanovenne letteralmente trasuda. Terminato il set sarà proprio lui ad animare il banchetto del merchandising, a prestarsi per chiacchiere o foto ricordo e a invitare chiunque gli dia corda ad appuntare il proprio indirizzo mail sul relativo elenco. Un amico cordiale Elvis Perkins, uno che ti sembra di conoscere da tanto di quel tempo; e non certo un divo, né un mistero. Quello, in particolare, non più: archiviato.

Setlist
  1. I Came For Fire
  2. On Rotation Moses
  3. & Eveline
  4. It’s Only Me
  5. All The Night Without Love
  6. Chains, Chains, Chains
  7. Ash Wednesday
  8. Doomsday
  9. I’ll Be Arriving
  10. My 2$
  11. Hogus Pogus
  12. One
  13. My Kind
  14. The Passage Of The Black Gene
  15. Shampoo
  16. Hey
  17. While You Were Sleeping
  18. All Today
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