04/03/2015

Frontier Ruckus

Astoria, Torino


di Stefano Ferreri
Frontier Ruckus

I Decemberists sono tornati da queste parti ma non tutti ce li siamo goduti.
Succede. Gli impegni che si affollano, la prospettiva di una trasferta notturna sempre meno allettante con l’andare degli anni, persino un bel sold out che mai ci saremmo sognati di mettere in preventivo, e allora anche un concerto atteso da lungo tempo può assumere i contorni della chimera, mitologica bestiaccia grama che proprio non ci riesce di depennare dalle posizioni di vertice della nostra personale wishlist. Se è vero, come sembra, che non tutto il male viene per nuocere, ecco dal trionfo bucato ai Magazzini Generali di Milano l’opportunità di leggere con occhi ancor più entusiasti il passaggio cittadino dei Frontier Ruckus, alla seconda puntata italiana (e prima assoluta in zona) in una carriera già ricca di dettagli significativi da custodire. Ultimi in ordine di tempo – ma particolarmente dilettevoli – quelli offerti dalla quarta e più recente uscita sulla lunga distanza del gruppo di Detroit, quel “Sitcom Afterlife” cui abbiamo scelto di dedicarci, con colpevole ritardo, solo una decina di giorni fa. Da quando ci eravamo imbattuti nel precedente “Eternity Of Dimming”, della compagine del Michigan capitanata dal leader illuminato Matthew Milia conservavamo un’opinione di grande rispetto e sostanziale consenso, pure in un ambito musicale che ci capita di frequentare con molto meno piacere che in passato, vuoi per il gusto che si sposta sempre un po’ più in là, vuoi per una forma di saturazione che è ugualmente fisiologica. Mancava però la prova del nove live e mancava, soprattutto, proprio quel quarto tassello di studio, accolto abbastanza freddamente da chi aveva magnificato i precedenti lavori della band ma, tanto per confermarsi in controtendenza, rivelatosi per chi scrive una sorpresa alquanto luminosa: un disco di riposizionamento – verrebbe automatico definirlo – in territori più smaccatamente easy-listening, uno slancio di espansività e coloriture prossime all’indie-pop che non ha sconfessato, peraltro, buona parte delle premesse espressive della ditta, dalla felice logorrea affabulatoria del frontman a una dotazione strumentale di marca traditional, seppur esercitata con inclinazione al modernismo sempre opportuna.

270x220_i_02Tutto questo ampio (e noioso) preambolo per chiarire come, già nelle nostre intenzioni, il concerto di questa sera fosse comunque ben lontano dallo squalificante concetto di “premio di consolazione”. Belle realtà come i Frontier Ruckus non meritano di essere intese alla stregua di semplici rincalzi, perché camminano più che dignitosamente con le loro gambe. L’etichetta di “Decemberists in sedicesimo”, non contestabile quando i Nostri rasentavano il plagio in numeri tipo “Mount Marcy”, non ha più ragion d’essere. Allo stesso modo, i ragazzi avrebbero meritato forse un contesto più consono alla loro natura gentile e non ruffiana, rispetto all’angusta e cupa scenografia dello scantinato dell’Astoria. Al collettivo che cura le Rowing Sessions, che ha reso possibile l’ennesimo evento prezioso in un panorama torinese a dir poco sconfortante, è mancata quasi all’ultimo la disponibilità di quella sorta di casa che era il graziosissimo loft del Superbudda, così si è reso necessario assicurarsi la proverbiale pezza: anche ottimale, considerati la posizione meno defilata nel vivace quartiere di San Salvario e il nome di maggior richiamo della venue, ma appunto poco in sintonia con la radiosa genuinità folk-pop del collettivo statunitense. Che i veri problemi non li ha avuti in termini di adattamento ambientale – esame superato brillantemente – ma proprio di logistica, date le dimensioni lillipuziane del palco di cui sopra a fronte di una contingenza da pieno organico, con sei membri effettivi in scena assieme a una caterva di strumenti (e relative custodie) a far da ingombro. Le recriminazioni generiche appena presentate quasi scompaiono però al cospetto delle tanti attenuanti del caso, e di una formazione che in uno show di poco più di un’ora ha saputo ratificare in prima persona tutti gli attestati di benemerenza sin qui raccolti, dalle loro come dalle nostre parti.

270x220_ii_02Seppur sacrificato nello stretto cantinone del locale, il sound del gruppo americano ha saputo imporsi all’attenzione dei presenti – una cinquantina, pochi per la caratura degli artisti ma pur sempre un trionfo rispetto ad altre serate di questo tour nel Belpaese – e rendersi pienamente riconoscibile grazie alla sua sapida miscela di rigore roots e college-rock, come lo si suonava a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta. Milia ha ribadito di essere il leader informale di una compagnia tra le meno formali in cui ci sia capitato di imbatterci: una guida carismatica quanto basta ma per nulla ingombrante, l’anima di un Idra a più teste di pari dignità. Al suo fianco Anna Burch si è dimostrata una gradita sorpresa, incantevole nei rinforzi corali e, più di rado, come seconda chitarra, sempre pronta a dispensare cenni d’intesa a questo o quel compagno e a illuminare il pubblico con i suoi sorrisi rinfrancanti; a fare il bello e il cattivo tempo, lasciando un’impronta indelebile nelle nostre orecchie bisognose di Americana spensierata, sono stati però gli altri due alfieri titolari: quel David Jones che con il suo banjo si è rivelato un puntello cruciale (e assai meno ortodosso di quanto il nome stesso dello strumento potrebbe lasciar credere a chi non abbia mai sentito una loro canzone), non soltanto in chiave decorativa o “aromatica”; e poi Zachary Nichols, che della band è un po’ la mezzala fantasista, quello che ha licenza di inventarsi una digressione policroma, l’inciso curioso, la sfumatura che rompe per un istante quello schema così puntuale e colora gli spazi lasciati vuoti tra una linea e l’altra. Alle loro spalle i due turnisti delegati alle incombenze ritmiche, poco visibili, forse, ma estremamente funzionali nell’economia sonora perché mai prevaricanti.

270x220_iv_02L’impeccabile equilibrio di forze tra i vari componenti, e la non ingerenza da parte del basso e della batteria, sono solo due tra i numerosi piccoli segnali di sagacia palesati dai Frontier Ruckus, forse nemmeno i più evidenti. La scaletta scelta per l’occasione, per dire, è stata un mezzo capolavoro di intelligenza strategica, nel proposito di regalare il giusto spazio a tutti i capitoli della propria storia musicale (compreso l’Ep “Way Upstate & the Crippled Summer, pt. 2”) e, nel contempo, di armonizzare frangenti più spigliati e bandistici (come l’opener “Mona And Emmy”) con altri d’impronta intimista (“I Buried You So Deep” il migliore) o, comunque, più orientati a dare carta bianca ai soliloqui del cantante. A risultare in un certo senso penalizzati, allora, sono stati per paradosso proprio gli ultimi due album del collettivo, limitati dall’esigenza febbrile di raccontarsi fino in fondo e a tutto tondo, a partire dai primi passi con il superlativo “The Orion Songbook”. Più suggestioni appalachiane quindi, e un po’ meno guitar-pop o verve loquace à-la Conor Oberst (una parentela mai abbastanza rimarcata dalla critica, quella con i Bright Eyes più radiosi) nella media ponderata dell’esibizione, anche se la perla “Silverfishes” e un paio dei ripescaggi da “Sitcom Afterlife” – le notevoli “Sad Modernity” e “Darling Anonymity” – hanno infiammato la platea come momenti autenticamente catartici, perfetta testimonianza del vitalismo di Milia e sodali. “Crabapples In The Century's Storm”, poi, ha reso almeno una pallida idea di quali Frankenstein country-espressionisti abbia saputo attizzare la scintilla di genio di Colin Meloy nel decennio passato (e nel carrozzone vanno infilati anche i Burning Hell e quell’altra anomalia pazzesca che sarebbe bello incrociare sui palchi italiani prima o poi, e che risponde al nome di The Builders & The Butchers).

270x220_iii_03Certo i Frontier Ruckus hanno messo anche tantissimo del proprio per aggirare le vincolanti trappole degli stereotipi di (sotto)genere e uscirne con la fedina stilistica, diciamo così, immacolata o quasi. E’ in questo che si sono resi fondamentali Jones e Nichols, non a caso protagonisti dell’unico intermezzo-divertissement della serata, il duetto bizarre tra il banjo e la sega ad arco sulle celeberrime note di “Moon River”, dalle parti del primo Jeunet o giù di lì. Il tastierista soprattutto ha rubato spesso e volentieri la scena al suo capobanda e alla bella Anna, non solo regalando attimi di stralunata meraviglia con l’eccentrico arnese poc’anzi citato, ma anche conferendo tonalità decisamente più calienti con una tromba che faceva tanto Calexico, o mettendo i classici puntini sulle “i” al fantasioso corredo sonoro della compagine di Detroit, ora con la melodica (non ne vedevamo una da un concerto dei Mùm), ora con un corno, ora con qualche altra diavoleria vintage a tasti bianchi e neri.
Dispiace che gli encore stile campfire songs offerti gomito a gomito con gli ex-astanti, senza amplificazione e accompagnamenti ritmici (a parte lo schioccare di dita di alcuni tra noi spettatori), si siano persi in uno spazio così tetro e sprovvisto della necessaria aura in una simile parentesi comunitaria; dispiace aver mancato gioiellini come “Bathroom Stall Hypnosis” e aver potuto godere di “Eternity Of Dimming” in maniera tanto stitica, anche se “Eyelashes” è piaciuta a tal punto che, al termine dell’appendice dei bis, Matthew è tornato da dietro le quinte con la sua chitarra per un’ulteriore reprise conviviale e scanzonata iniziata in camerino.

270x220_vNon si sarà trattato dei Decemberists, ma questi ragazzi hanno saputo come farci sentire a nostro agio come al seguito di amici di lunghissima data, persone semplici come noi e voi, non divi da strapazzo. Zachary è andato in sollucheri per il torinesissimo San Simone e la cosa è stata ribadita in chiave ironica dai suoi stessi compagni. E, dopo lo show, nessuno si è sottratto al rito delle chiacchiere e della firma di cd e vinili, nemmeno un Milia apparso magari provato ma soddisfatto. E’ in questi frangenti conclusivi, proprio a un passo dal congedo, che un ricordo si è fatto largo da chissà quale cassetto sbalestrato della nostra memoria per sussurrarci a chi davvero somigliano questi tranquilli ragazzi statunitensi: un’altra band del Michigan – curiosamente – guidata da un cantautore magari improbabile ma senz’altro incontenibile, da una deliziosa spalla femminile e da un manipolo di eclettici polistrumentisti, davvero bravi nell’inscenare lo stesso mirabolante gioco del quindici davanti ai nostri occhi. Si trattava degli Anathallo, una di quelle band da sempre condannate a vedersi accostare a nomi più altisonanti, pur disponendo di doti artistiche sufficienti a farle brillare di luce propria. Per come si è spenta nell’anonimato la loro avventura, ai Frontier Ruckus auguriamo di cuore un destino un po’ più generoso, e di tornare a farsi vedere da queste parti quanto prima.

Setlist

Mona And Emmy
Pour Your Nighteyes
Eyelashes
I Buried You So Deep
Sad Modernity
Ontario
Crabapples In The Century's Storm
Moon River
What You Are
Silverfishes
Nerves of The Nightmind
Darling Anonymity


ENCORE:


I Do Need Saving
Dark Autumn Hour
The Latter Days
Eyelashes (reprise)

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