03/04/2015

Grant Lee Phillips & Howe Gelb

Spazio 211, Torino


di Stefano Ferreri
Grant Lee Phillips & Howe Gelb

Devastation at last, finally we meet
After all of these years, out here on the street

 

Dovete perdonarmi se questo concerto ve lo racconto tutto in prima persona, ma c’è in ballo una questione sentimentale che quasi fa provincia. Poco professionale, dite? Capita, quando l’onere della testimonianza se lo sobbarca un dilettante. E peggio ancora se si offra, per il suddetto dilettante, l’opportunità di tracciare una qualche forma di consuntivo, cucito su misura per l’artista di turno ma implicitamente rivolto anche a se stesso. Con il Grant-Lee Phillips apprezzato ieri allo Spazio 211 è proprio così che è andata: un evento aspettato anni con la pazienza di chi sa che avrà la sua soddisfazione, presto o tardi, l’attesa ingannata grazie ai dischi che il Nostro ha regalato da solista a scadenze sempre abbastanza regolari, e poi la forte sensazione di un cerchio che dolcemente si chiuda. Il precedente, l’avrete capito, non era stato per chi scrive qui proprio un live tra i tanti, accostabili a grandi linee e messi in pila come i trofei da poco di un eterno cacciatore ragazzino. Si era trattato della prima volta, la prima volta “importante”, almeno. Nei suoi occhi e nelle sue orecchie di sedicenne i Rem del tour di “Monster” – che è come dire di “Automatic For The People” o “Out Of Time”, non promossi in maniera massiva quando uscirono – e a inaugurare il tutto questo misterioso support chiamato Grant Lee Buffalo, una specie di folgorazione quella sera. Mi sembrò il perfect circle di Stipe e soci, solo con una voce completamente diversa, e per un paio di brani almeno (che potevano tranquillamente essere “Sing Along” e “The Shining Hour”) lo assecondai persino, l’equivoco. Beata ingenuità, adorabile confusione: non pareva possibile che una band che non fosse il quartetto di Athens (perché era ancora un quartetto, ai tempi) potesse avere in repertorio canzoni del genere! Mi avessero garantito che tutti i gruppi spalla sarebbero stati come quello, beh, avrei firmato con il sangue pur di trascorrere ogni serata della mia vita sotto a un palco: chi avrebbe immaginato che, molto semplicemente, ero partito con una botta di culo di quelle indimenticabili? Non il sottoscritto di quel remoto febbraio 1995, anche se avrebbe poi imparato alla svelta la lezione.

 

Ma chiudiamo la lunga premessa, prima di scivolare definitivamente nel patetico. Venti anni sono un’eternità. Per l’adolescente trasformatosi suo malgrado in appassionato di musica “strana” – come lo hanno sempre liquidato quelli che non sanno bene di cosa parlano – il fatalista saldo220x270_i_02 nella sua convinzione che un secondo rendez-vous con quei brani favolosi si sarebbe presentato comunque. E, ancor più, per il frontman di quella formazione californiana mandata in pensione con troppo anticipo, almeno stando ai contributi versati ai non troppi aficionados dell’epoca, e solo per riciclarsi poi in un onesto cantautore indipendente tra gli altri. No, non credo fosse così che doveva andare. Bassino, strano, con l’aria perennemente incazzata: a guardarlo in modo sommario non si sarebbe detto ma Grant-Lee Phillips era un fuoriclasse quando lo incrociai, così come il rock delle radici non rischiava di passare solo per una barzelletta mal raccontata, allora. Rolling Stone lo proclamò cantante dell'anno, proprio nel 1995, anche se le vendite non si rivelarono altrettanto generose. Poi, forse, lui per primo ha smesso di crederci e si è accontentato degli encomi tardivi, della venerazione quasi nascosta riservata ai piccoli oggetti di culto. Ha recitato in televisione nella serie “Gilmore Girls” interpretando una parte, quella del trovatore rubacuori, che pare essergli rimasta disgraziatamente cucita addosso. E poi via, tanto solido mestiere nel confezionare un disco piacevole e dignitoso dietro l’altro, seppur lontani dagli esordi scapigliati degli Shiva Burlesque e dalla perfezione Americana dei Grant Lee Buffalo. L’opportunità di ritrovarcelo davanti in questo Venerdì Santo resta peraltro assai gradita, a patto di non inciampare in quell’effetto nostalgia che in circostanze simili ci riserviamo di temere come la peste.

 

Un’eventualità, quella appena citata, che a ben vedere si può tranquillamente liquidare come trascurabile, visto che la (solo teorica) presentazione dell’ormai prossima fatica del losangelino è di fatto ridimensionata da tutt’altro alibi: la presenza dello statunitense in qualità di ospite nel220x270_viii più recente lavoro a firma Giant Sand, il cui cantante e leader indiscusso – Howe Gelb – sarà chiamato a fargli da sparring partner nel corso della serata. Una scelta, questa dell’abbinata, davvero propizia. Non certo per furbe strategie da botteghino, considerato che Gelb passa da queste parti una volta ogni due-tre anni e non gode comunque di tutto questo gran bacino di estimatori. No, è l’armonizzazione tra gli opposti caratteri dei due artisti a solleticare già solo sul piano delle pure ipotesi; l’idea del loro opportuno compensarsi e completarsi, con la verve del mattatore di Tucson provvidenziale antidoto agli struggimenti retrospettivi già messi in conto pensando alla prova di Grant-Lee e, di conseguenza, alle reazioni di tutti quelli fatti un po’ come me. Che non sono nemmeno pochi, a giudicare dai nutriti drappelli di quasi quarantenni (e oltre) che mi accolgono e incrociano il mio sguardo all’ingresso nel locale, e che diverranno un discreto plotone quando l’anticamera di rito avrà termine. L’onore di aprire i giochi spetta proprio al cinquantanovenne dell’Arizona, uno che sembra invecchiare a un ritmo molto più lento di noialtri poveri diavoli. Howe è un idolo, un personaggio, una maschera. Un campione d’intrattenimento fuori moda nel quale è un piacere tornare a imbattersi di tanto in tanto. Anche se stavolta non è espressamente per lui che sono qui a urlare e applaudire come un pivello, riconosco che la sua miscela di improvvisazione e approssimazione è proprio ciò di cui avevo bisogno al termine di una snervante settimana di lavoro.

 

Si presenta in un italiano canagliesco, qualcosa che per la sua strampalata esibizione diverrà una specie di ininterrotto voice-over cinematografico, e la parlantina di cui è dotato ha vita facile nei confronti delle nostre resistenze. Ciarle a nastro, ironia di finissima foggia, spesa senza mai 220x270_ii_01forzare e con un’eleganza d’altri tempi. Che per una volta non lo contraddistingue però sul versante dell’abbigliamento. Proprio in questo salone lo si è visto assai azzimato con tanto di Borsalino in testa, oppure più ruspante con il classico cappellaccio da cowboy a tesa larghissima, ma a questo giro la mise è decisamente slacker-oriented: giubbetto scamosciato con spilla-cactus appuntata sul petto (il deserto nel cuore, evidentemente), camicia di jeans trasandata, T-shirt nera, cappellino da camionista à la Jason Lytle oltre all'inseparabile anellazzo di turchese. Strimpella una Silvertone che per come è ridotta potrebbe anche essere appartenuta a Woody Guthrie, ma proprio non vuole saperne di attaccare a cantare. Un pugno di note e si ferma a riattaccare bottone; un altro mozzicone acustico e cala a sorpresa l’ennesima battuta come fosse l’asso pigliatutto. Ci prende in giro, naturalmente, parlando di sé e di Grant come due vecchi signori che non possono più fare le ore piccole, amici per la pelle venuti giusto per rimpiangere i bei tempi andati: gli anni ottanta che, “a dirla tutta, facevano abbastanza schifo”, o i novanta che “sì, erano a posto”, prima che arrivasse “la risacca” del decennio e mezzo successivo. Uno sketch di auto-deprezzamento abbastanza esilarante, afferrata la logica, ma c’è chi non ne apprezza lo humour impagabile: proprio nel bel mezzo della platea, oltre la cortina di risate delle prime file ma non certo distante come gli schiamazzi cafoni e imperturbabili degli avventori del bar in fondo, una ragazza (non qui per lui, presumibilmente) urla esasperata un “just play something!” che dire eloquente è poco.

 

Howe si ferma ma non si scompone, l’aplomb intatto nei lineamenti alla Vincent Price del volto. La invita a presentarsi in scena e viene accontentato. La rabbonisce con complimenti galanti per poi invitarla a proporre un brano. Invano, visto che la sua ospite mostra di non conoscere un titolo che sia uno dal suo sterminato canzoniere. La congeda con garbo, per poi porre un freno alla dispersività della propria esibizione e lanciarsi nel vivo con una terna di deliziosi voce e chitarra dall’ultimo disco pubblicato a suo nome, “The Coincidentalist”. E’ però con la spumeggiante stilizzazione Delta-blues di “Paradise Here Abouts”, primo curioso recupero dall’album gospel (inciso con il batterista degli Arcade Fire) “‘Sno Angel Like You”, che il vecchio Gelb si aggiudica i primi applausi convinti della serata, anche in virtù di una digressione virtuosistica tutta pelle e ossa. Scaldati a dovere motori e platea, il volpone dell’Arizona abbandona la sei corde per riciclarsi in languido gigione al pianoforte elettrico.

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Torna a divagare amabilmente, ma quando regola la messa a fuoco è tutto un velluto. Un inedito, poi il giovane classico “Chunk Of Coal” ed è di nuovo chitarra, un numero country dal repertorio solista per intricare ancora un po’ quel bel garbuglio di idee. La schizofrenia continua a farla da padrona, così il songwriter si accomoda per la seconda volta sullo sgabello e si lancia nel brillante standard piano-blues di “She Caught The Katy” (che buona parte dei presenti ricorda senz’altro di aver sentito guardando i “Blues Brothers”) prima di ultimare il proprio set ancora in coppia con la Silvertone, sulle note da crepuscolo di una splendida “Extended Plane Of Existence”. Nemmeno un recupero da “Center Of The Universe”, da “Chore Of Enchantement” o dal non meno meraviglioso “Provisions”, ma recriminare con un tipo della fatta di Howe, da sempre allergico alle sceneggiature già scritte, appare fuori luogo e in fondo gli si vuol bene lo stesso.

 

Ma l’ora di Grant Lee è giunta, e l’accoglienza riservatagli dal pubblico entusiasta dello Spazio racconta in modo inequivocabile chi è che siamo tutti venuti a vedere su questo piccolo, caro palco di periferia. Invecchiato, imbarbogito, anche un pochino inchiattito rispetto alle immagini220x270_vi promozionali meno datate. Ma gli occhi sono quelli vivaci di sempre, un po’ come la camicia a quadrettoni che sa di divisa d’ordinanza o di seconda pelle. Ha tutt’altro che quell’aria truce che in gioventù gli avevo attribuito senza possibilità d’appello, forse per colpa delle fotografie ipercontrastate (Corbijn-style) sul booklet dell’album capolavoro. In sua vece, un sorriso dolce e impacciato. Parla piano e incespicando, per via di una timidezza kingsize che proprio non gli sospettavo, ma la voce è lei, quella meraviglia che mi accarezza da due decenni ormai. Solo un elegante Gibson acustica per lui, che ringrazia l’amico e si schermisce dalle lusinghe che gli piovono addosso in risposta. Insieme si producono con “He Stopped Loving Her Today” in quella che ha tutta l’aria di un’affettuosa caricatura dei cliché malinconici di certa musica yankee. Non molto più che un gustoso siparietto, comunque, chiuso il quale Gelb si fa da parte lasciandoci in compagnia dell’ex frontman dei Grant Lee Buffalo per non meno di quarti d’ora che si preannunciano particolarmente intensi, sul filo sottile dei ricordi. Tutto come da programma in un certo senso, anche se, dopo lo sfilacciatissimo spettacolo appena gustato, la maggior coerenza espressiva del californiano suona come una sorta di benedizione per chi abbia fame di canzoni a tutto tondo. Grant la prende larga. Parte dal passato recente per poi addentrarsi sempre più a fondo nel pozzo di emozioni di una lunga carriera, Shiva Burlesque esclusi.

 

Se gli applausi sono generosi da subito e premiano il rigore della sua performance, le urla di incitazione stentano a uscire dalle bocche attorno a me, segno che le perle del suo repertorio solista restano un piacere che condivido con pochi, anche qui dentro. Peccato, perché la “See America”220x270_iv_01 propostaci (da un disco eccellente quale era “Mobilize”) nella sua frugalità è da vera pelle d’oca. I riscontri positivi crescono di poco con “Nightbirds”, che forse a qualcuno ricorda ben altri (e più illustri) volatili cantati dal Nostro, ma non occorre chissà quale titolo accademico per comprendere che questa platea brama altro. Il cantautore sembra capire l’antifona, alla fine, e quando il pubblico riconosce le prime note di “Mighty Joe Moon” sembra sia comparsa davanti a noi una Venere per regalarci dalla conchiglia il suo mozzafiato nudo integrale. Non ci sono orpelli superflui, il trasporto è quello giusto e allora andiamo. Quattro classici sparati in rapida sequenza, ben tre dal disco omonimo, e riecco affiorare nella mia mente tutti i fantasmi americani che dormono nelle sue pieghe, da David Koresh a John Wayne Gacy. Non il Timoty McVeigh di “Homespun” però, perché anche stasera il (da sempre) sottostimato “Copperopolis” resterà presenza fuori campo. Per lasciarci rifiatare un attimo dopo l’esaltante doppietta “Jupiter And Teardrop” – “Lone Star Song”, Phillips rallenta i giri e incanta con un paio di gioielli intimisti, il secondo dei quali – l’ancora inedita “Smoke & Sparks” – è tutto un sussurro. Bazzecole, peraltro, rispetto a quanto ci attende nella fin troppo ovvia coda del suo segmento in solitaria: quella “Mockinbirds” che da qualche minuto è richiesta con fare insistente da un paio di tizi in piena fregola, canzone “totale” – qualunque significato attribuiate voialtri all’aggettivo – a dirla tutta tirata “un po’ via” in questa versione essenziale, nonostante il falsetto impeccabile e un Gelb richiamato a forza al pianoforte dalla sua prolungata licenza alcolica; quindi una “Fuzzy” che, per converso, non mi è mai parsa tanto bella, potere insospettato dell’hic et nunc.

 

 Mentre l’euforia impazza con le brame saziate di tutti i fan che ho attorno (non parlo per me, ovviamente, appena titillato da questa ridotta antologia di antipasti), lo spettacolo procede con i due protagonisti fianco a fianco per qualche chicca finale. Dapprima il “medley degli occhi azzurri” che 220x270_viitratteggia un’inattesa joint-venture tra i Velvet Underground e Willie Nelson, come a dire che è tutta America, dove che si volgano le orecchie. Poi una nuova parentesi guascona ma irresistibile, quindi i saluti, e il ritorno del solo Phillips con un altro brano di prossima pubblicazione che, tra evocazioni del famigerato Big One e la solita scrittura piana ma pungente, decisamente lascia ben sperare. Vediamo ricomparire Howe, la cui Silvertone si è nel frattempo alleggerita di almeno un paio di corde “non indispensabili” (come chiosa lui, adorabile faccia di bronzo), solo perché tra una balla e l’altra ci si era dimenticati di avvalorare la ragione di questa comune visita di cortesia. Dopo un ultimo impagabile monologo di Mr. Giant Sand sul significato della Pasqua imminente, i due semidei del roots-rock si congedano con quella “Heaventually” (un calembour niente male) che aprirà l’ormai imminente “Heartbreak Pass” nel segno di un loro duetto (assieme a un certo Vinicio Capossela). Per suggellare il trionfo della serata sarebbe appropriato largheggiare in spese folli al banchetto del merchandising, e sono appunto lesto a fiondarmici giocando d’anticipo su una concorrenza che immagino agguerrita. Peccato che il suddetto banchetto non sia stato neanche contemplato dagli artisti, davvero sconsiderati nella loro dabbenaggine strategica (Grant Lee avrebbe venduto l’impossibile). Poco male. I nostri eroi si fanno perdonare intrattenendosi generosamente in chiacchiere e pose per foto ricordo, un rito cui per una volta proprio non rinuncio. Curioso, il ragazzo in fila prima di me dice a Phillips di averlo già visto in città di spalla ai Rem, nella notte dei tempi. Lui sorride lusingato e io pure, anche se mi è appena stata scippata la battuta.
Alla fine, guarda un po’, i cerchi si chiudono e noi riusciamo lo stesso a non ritrovarci soli.

Setlist
  1. Looking That Way
  2. The Coincidentalist
  3. Unforgivable
  4. Paradise Here Abouts
  5. Song So Wrong
  6. Chunk Of Coal
  7. Robes Of Bible Black
  8. She Caught The Katy
  9. An Extended Plane Of Existence
  10. He Stopped Loving Her Today
  11. Folding
  12. See America
  13. Nightbirds
  14. Mighty Joe Moon
  15. Honey Don’t Think
  16. Jupiter And Teardrop
  17. Lone Star Song
  18. Far End Of The Night
  19. Smoke And Sparks
  20. Fuzzy
  21. Mockingbirds
  22. Pale Blue Eyes
  23. Blue Eyes Crying In The Rain
  24. I Always Get Lucky With You
  25. San Andreas Fault
  26. Heaventually
Grant-Lee Phillips su OndaRock
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