22/11/2015

John Grant

Fabrique, Milano


di Guia Cortassa
John Grant

Sembrano passati secoli da quando John Grant, sul palco dell'End of the Road del 2011, accompagnato solo da un pianista, timidamente tirava sciabolate di synth totalmente fuori controllo durante i pezzi migliori del suo "Queen Of Denmark". In effetti, da quella sera di fine estate, la vita e la carriera del cantautore del Colorado sono radicalmente cambiate: un nuovo paese in cui vivere, nuove sonorità con cui sperimentare, un disco di transizione e uno di conferma, ma anche la scoperta della sieropositività e le sue conseguenze. Quattro anni decisamente intensi per il musicista, ma da cui è riuscito comunque a trarre tutto il meglio per sé.

Quello che stasera è di scena al Fabrique di Milano è John Grant al suo massimo splendore. In perfetta forma fisica, sorridente e bellissimo, con una maglietta degli Swans e pantaloni neri, Grant appare perfettamente a suo agio on stage sia quando si rintana dietro la tastiera di un pianoforte, sia quando i beat della sua produzione più recente rendono impossibile non muovere il proprio corpo a tempo con la musica.

L'inizio è morbido, e, mentre una voce recita in italiano il passo della lettera di San Paolo ai Corinzi che apre l'ultimo album "Grey Tickles, Black Pressure", Grant è già seduto al pianoforte: senza clamore, lo si scopre solamente quando la sua voce baritonale intona le prime note della title track del suo ultimo lavoro, seguita da "Down Here" e "Geraldine": tre ballad, per scaldare l'ambiente ed entrare in perfetta sintonia con il pubblico, che non perde occasione per applaudire anche a metà dei brani.

Il suono è perfetto, chiaro e pulito anche quando i bassi di "Pale Green Ghosts", la title track del disco precedente, si fanno incessanti. Dopo, con "Snug Slacks", "You And Him", "Guess How I Know", finalmente, la parte elettronica e la forma cantautorale hanno trovato l'armonia e l'equilibrio che il musicista aveva iniziato a cercare da tempo, anche grazie all'estremo talento della backing band che lo accompagna.

L'apice della serata arriva paradossalmente con un'altra title track: quella "Queen Of Denmark" che ha regalato il titolo al disco d'esordio di Grant. Incazzata, tagliente, capace di far urlare all'unisono tutti i presenti in un modo talmente sentito e partecipe da lasciare sbigottito il cantante sul palco. Un'esplosione, che basterebbe da sola a dare senso all'intero concerto, ma che è solo un tassello dorato in una performance dalla qualità rara. È il momento dei "classici", con "I Wanna Go To Marz", "GMF" e "Disappointing" a chiudere la prima parte dello spettacolo.

L'encore regala un altro momento difficilmente dimenticabile: dopo "Voodoo Doll", John Grant si risiede al piano e intona, immerso in un silenzio irreale da parte degli spettatori, forse il suo brano più struggente: "Where Dreams Go To Die". Ad occhi chiusi, senza synth, chiude con due pezzi degli Czars, "Drug" e "Caramel", uno dei live più potenti e intensi dell'anno. Sicuramente la migliore esibizione di Grant a cui mi sia capitato di assistere dall'inizio della sua carriera.



Setlist

Grey Tickles, Black Pressure
Down Here
Geraldine
Doesn’t Matter To Him
Pale Green Ghosts
Snug Slacks
You and Him
Guess How I Know
Glacier
Queen of Denmark
I Wanna Go To Marz
GMF
Disappointing

**

Voodoo Doll
Where Dreams Go to Die
Drug
Caramel

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