20/06/2015

King Khan & The Shrines

Spazio 211, Torino


di Stefano Ferreri
King Khan & The Shrines

Chissà se un giorno lo incroceremo mai, lo Show di King Khan e BBQ su un palco italiano. Tra le personali chimere live di chi scrive qui, un’esibizione in coppia dei due folli garagisti canadesi resta stabile nelle posizioni di vertice di una ideale wishlist, e sì che con nuovi lavori (più o meno) regolarmente pubblicati e una costante propensione al nomadismo, le occasioni neppure mancherebbero, almeno sulla carta. Entrambi amano l’Europa e la battono con sfrenata puntualità, dalle coste lusitane alle ignote perle polacche, dalle ordinate cittadine scandinave ai più chiassosi festival spagnoli o francesi. Ma l’Italia no, quella mai*. Fino a oggi imputavamo questo incomprensibile diniego al più ingombrante e carismatico dei due guitti visto che l’altro, Marco Antonio “Mark Sultan” Pepe, i legami col Belpaese li porta ben stampigliati sui certificati anagrafici e ha suonato con il più celebre dei suoi pseudonimi in quasi ogni recondita bettola di provincia che vi possa venire in mente, dalla Lunigiana alle Murge, dal Polesine all’Irpinia. E’ con non poco stupore che abbiamo accolto allora la notizia di un tour di tre date – relativamente “provinciali” ma non così imboscate (Bergamo, La Spezia e Torino) – del pazzoide Arish Khan, per giunta alla guida del più iperbolico e animato dei carrozzoni, la nutritissima ghenga franco-tedesca dei Sensational Shrines. Occasione troppo ghiotta e davvero a un tiro di schioppo da casa, questa con la “Psychedelic-soul Big Band”, per non essere abbracciata con il dovuto entusiasmo, permettendoci di saggiare finalmente chi dell’inafferrabile duo sia l’anima più stupefacente.

270x220_i_03“Il circo è arrivato in città”. E’ quel che pensiamo appena giunti allo Spazio 211, constatato che lo spettacolo andrà in scena non all’aperto, sul pratone che ospitò memorabili edizioni dello Spaziale Fest, bensì all’interno, nel solito salone già ribollente visti i primi caldi estivi (in barba alla primavera agonizzante raccontata dal calendario) e su un palco in apparenza non proprio adatto a ospitare nove scatenati musicisti. Non lo avremmo mai detto, pensando alle temperature, alle dimensioni ridotte e a una memoria storica che proprio non ci consente di ricordare serate con più di sette o otto performer nel medesimo luogo (gli indimenticati Anathallo, anno del Signore 2009), ma quel senso di limite sorpassato quasi incautamente ha il sapore della sfida impossibile e ci stuzzica. “Il circo è arrivato in città”. Il pensiero torna a farci visita anche imbattendoci – specchiandoci, meglio – negli spettatori che vediamo affollare la sala poco per volta, alla spicciolata. Tutti voi che abitualmente bazzicate i concerti nei club vi sarete senz’altro costruiti il vostro personale bestiario di eccentriche figurine, in anni e anni di simili frequentazioni: gente bruciata, aggrappata con patetica ostinazione a musica fuori moda, ipotetici sociopatici, fricchettoni irrecuperabili e individui di tutte le fatte, archiviabili nel migliore dei casi come “quantomeno curiosi”. Non dite di no, questa mitologia intima e tascabile la condividete con noi in qualunque città siate di casa e non c’è nulla di male, stando al tono affettuoso della vostra classificazione, tanto più se abbiate l’accortezza di includervi bonariamente nella parata, senza sconti e senza scappatoie. Bene, non sappiamo dire come vadano di solito le cose dalle vostre parti, ma la platea radunata stavolta nel locale di via Cigna a Torino ha davvero le carte in regola per spingerci a parlare di evento festivaliero o grande occasione, come se tutti i freak noti e meno noti nel raggio di una cinquantina di chilometri si fossero dati appuntamento. Un’adunata quasi mistica che ci rende impossibile levarci questo stupido ghigno dal volto.

270x220_ii_03E che il circo sia arrivato in città lo dice anche il personaggio chiamato a battezzare la serata. Sgargiante maglietta attillata con omini disegnati in odor di flamenco (perfetta per alzare – e non di poco – l’asticella del kitsch da battaglia), il nostro concittadino Muddy Mama Davis si presenta con l’aria strafottente di un bulletto alla festa di fine anno al liceo. “Ho Rotto Gli Occhiali” sembra una volgare imitazione del primissimo Bugo mentre l’amatorialità sgangherata, un po’ garage lo-fi, un po’ blues coi pidocchi, fa pensare a un Bob Log III senza casco e con tanti “vorrei, ma non posso”. In altre circostanze rischieremmo di trovarlo urticante o indigesto, a essere gentili, ma stasera no, è in tono anche lui con la sua faccia da schiaffoni e le sue dozzinali velleità slacker. “Corona” prende per i fondelli il bel mondo Cafonal, “Vorrei Essere Un Indie-rocker” è una tranquilla stoccata agli insopportabili vezzi hipster e un sorrisetto lo strappano entrambe, mentre “Il Tabacchino di Via Rossini” esercita su di noi un effetto madeleine immediato, sul filo dei ricordi degli anni universitari.
A conti fatti, insomma, filtro critico pressoché annullato ma senza particolari effetti collaterali. C’è voglia di un cocktail, piuttosto, anche perché non sembra proprio serata da birra, questa così votata al demenziale. Ne approfittiamo per buttare un occhio al banchetto del merchandise che, per una volta, appare davvero sontuoso: tre diversi poster, uno appositamente ideato per l’evento, T-shirt una più bella dell’altra, un paio di Lp, qualche chicca minore e persino i tarocchi disegnati da Arish Khan in persona, lui che negli anni del confino tirava a campare leggendo le carte nelle strade di Berlino.

270x220_iii_04Ma bando alle ciance. Quando torniamo a prendere posto l’ambiente si è scaldato per bene, nemmeno ce ne fosse bisogno. Sul palco, stipato all’inverosimile con ogni ben di Dio musicale, salgono rigorosamente uno alla volta. Per primo il percussionista Ron Streeter, statunitense che abbiamo letto aver suonato con Curtis Mayfield e Stevie Wonder, e che stasera rivedremo solo in occasione del teatrino dei bis, relegato altrimenti in un angolino in terza fila. Quindi il monumentale batterista Mirko Wenzl, aspetto da cavernicolo e insolita staticità dietro ai rullanti. Tutt’altra tempra quella esibita dall’organista basettone Frederic Bourdil, che sembra esser stato morso da una tarantola in camerino e percuoterà la sua tastiera nelle posizioni più improbabili per tutta la sera (quando non la userà per fare un po’ di sano sollevamento pesi). Segue la sezione fiati al completo, Simon Wojan alla tromba, Torben Wesche al sax tenore e Frederic Brissaud al sax baritono, tutti coordinati nell’agghindarsi con audaci mantelli viola sbrilluccicanti, che vedremo volteggiare con sincronismo ammirevole a più riprese. Sulla destra completano il gioco del quindici il bassista Jens Redemann, aria da ragioniere che la sera suona con gli amici in sala prove, e quell’altro invasato (con chitarra) che risponde al nome di Till Timm e mostra dal primo istante di avere la licenza illimitata del gigione. E’ lui il vicecapo della banda, meglio, il giullare di corte. Ed è lui a introdurre e omaggiare con tutta l’enfasi del caso il sovrano, quando il siparietto introduttivo è già nel vivo e il resto della compagnia ha scaldato a dovere i motori. Il protagonista incontrastato è accolto da un’ovazione impensata e da una generale euforia; in prima fila accanto a noi ragazze che prendono a ballare in maniera forsennata, coppie motivatissime di cinquantenni che diresti insospettabili e un’orda di nostri coetanei, nemmeno quarantenni quindi, in arrivo dalle retrovie già su di giri e pronti a denudarsi nel giro di un paio di brani.

270x220_iv_03King Khan è come lo abbiamo sempre sognato, almeno da quando seguiamo le sue gesta in remoti festival oltreoceano, investiti da noi reietti di un’aura prossima al leggendario. Bello come un pacioso adone del Bengala, baffetto alla Clark Gable, tunica di paillettes dorate, sulla zucca un copricapo di piume e medaglioni patacca, ciondoli e anellazzi addosso come nemmeno su una bancarella etnica nelle località per famiglie della riviera ligure di Ponente. Ancheggia come un regale ippopotamo, si pavoneggia vanesio a favor di smartphone e arringa la platea con qualche frase fatta in cui non fatichiamo a riconoscere l’immancabile bestemmione ruffiano in (un buffissimo) italiano, dispensato peraltro con un tale candore da bimbo dispettoso che non ci riesce di provare nulla al di là di una sconfinata allegria. Poi irrompono i riffoni della marziale “(How Can I Keep You) Outta Harm’s Way” e la festa inizia per davvero. Le coloriture tra soul, funk, gospel e rhythm & blues richiamano inevitabilmente alla memoria James Brown, per quanto Khan non goda dello stesso magnetismo e debba per forza di cose ovviare allo scompenso con una buona dose di teatralità.
Se il fiato non è proprio lunghissimo, mestiere e genialità non mancano. Come lo spirito, sprigionato senza riserve. La parola d’ordine è divertirsi, e non occorre venga ripetuta: i nove mattacchioni sotto i riflettori danno i tempi e i modi, il pubblico si adegua muovendo il culo di conseguenza. “Bite My Tongue” è uno sprint di classe, ma la differenza la fa il terzetto di titoli che segue, quasi un manifesto del vitalismo a briglia sciolta di cui è capace questa colorata joint venture crucco-canadese: i turgori dei fiati e gli ammiccamenti a tutto campo di “Pickin’ Up The Trash”, il power-pop scintillante di “King Of The Jungle”, che spinge a tavoletta la verve sacerdotale del frontman, e una “Land Of The Freak” che, in particolare, riesce illuminante come implicita colonna sonora di quanto vediamo animarsi attorno e dentro di noi.

270x220_v_01Il tenore parrebbe tutto orientato a questa lussureggiante farsa a mille all’ora, ma per un paio di giri di pista il collettivo sceglie saggiamente di rifiatare. Recupera scampoli del lacero romanticismo degli esordi nella superlativa “Fool Like Me”, prima di regalare delicatezze al velluto con l’altro titolo paradigmatico,“69 Faces Of Love”. Quindi si riprende a correre dando voce alle inestinguibili istanze canzonettare e alla veracità anthemica del corpulento leader (“Burning Inside”), che torna a vestire i panni del capopopolo con l’affettuoso inno femminista di “I Wanna Be A Girl”, squillante e rauco al punto giusto.
In un’oretta scarsa abbiamo già avuto modo di assaporare tutto e il contrario di tutto, un pastiche rigorosamente sopra le righe orchestrato da un manipolo di suonatori che, al di là della burla, si dimostrano affiatati ben sopra lo standard medio. Una qualità, quest’ultima, che rischia di passare sottotraccia, messa in ombra da un condottiero trash così votato al protagonismo, un catalizzatore naturale di attenzioni agevolato dalla goliardica tiritera sonora impiattata dai suoi sodali, perfetta per stordire un po’ tutti senza che ci si faccia caso. Non che il Khan musicista resti a guardare: la sua Squier Telecaster nera apparirà anche malconcia ma le sue stoccate al momento giusto le tira, proprio come la bestia totemica – un cobra nero, il Blacksnake del suo moniker più amato – che fa bella mostra di sé sul battipenna e sembra invitare allo scontro. Quando irrompe il funky-blues ruspante di “Luckiest Man”, anche le ultime inibizioni possono dirsi andate. I nostri vicini e coetanei pogano su qualunque cosa emetta una pur pallida vibrazione, petti villosi e sudaticci che evitiamo come la peste e ultimi brandelli di dignità gettati oltre il gradino e mezzo che ci separa dagli attori in scena, in un ideale abbraccio alticcio. La mesmerica sarabanda circense di “Stone Soup” è quasi un mantra e suggella come da copione questa sbornia collettiva, dilatandosi a dismisura e accompagnando l’uscita di una band letteralmente caricata a molla.

270x220_viChe sia tanto, ma non tutto, non occorrono particolari titoli per capirlo. Ok la verve, il baraccone lussuoso e la classe esibita in maniera generosa, ma sinceramente il canovaccio che custodivamo da tempo in mente prevedeva numeri a elevato coefficiente di follia e qualche carpiato kitsch in più. E’ con quella speranza ridotta al lumicino che ci uniamo al baccano di chi richiama l’ensemble in scena. Quel briciolo di perplessità viene premiato quando il folletto Till Timm reintroduce Sua Maestà, e questi ci si presenta in una mise decisamente più audace: parruccona da selvaggio cannibale ornata da una coroncina da reginetta del ballo, indosso solo una mantella gialla e un paio di mutandoni attillati, impreziositi da un sospensorio di finti brillanti. E’ nei nuovi panni di sciamano, di Dio egizio (da B-movie) della fertilità, e forte di un pancione e un paio di seni da gestante al nono mese, che il Nostro suona nuovamente la carica con il baccanale etilico di “Fear & Love”. Un’attesissima “Born To Die” è il bigliettino da visita del garage-revival (con screziature western) che aspettavamo da prima del via, mentre i gigionismi della chitarra di Timm in “No Regrets” rappresentano l’ideale commento sonoro alle vistose ravanate genitali di Arish (il Michael Gira della canzonetta?), o ai suoi amplessi simulati con il sax di Brissaud. Sollevati nel veder combaciare aspettative e marasma spettacolare, ci rilassiamo assieme ai Sensational Shrines che pigiano con decisione sul freno con l’apoteosi soul di “Welfare Bread”. E’ solo l’ultima tirata di fiato prima del trionfo fatalista (ed epilogo inevitabile, retrogusto dionisiaco incluso) di “Shivers Down My Spine”, con annesso scimmiottamento al vero Re del rock.

Le luci non si sono ancora riaccese ed eccoci in direzione del banchetto, guizzanti come carpe in uno stagno giapponese. Troppo tardi! Troviamo Wesche e il suo inglese curioso ma non il vinile di “Idle No More” scorto un’ora e mezza prima. Per il resto nessun problema, però i tarocchi a venti euro no, quelli li rimandiamo al prossimo giro. Ultima considerazione, doverosa: Mark Sultan ci piace, non si discute. Ma contro un King Khan con tutta la scorta perde secco, senza appelli.

* Il “mai” va a farsi benedire quando, appena ultimato questo report torrenziale, veniamo a conoscenza di una data di King Khan & BBQ Show in un oscuro festival a Fossalta di Trebaseleghe (niente meno!), una settimana scarsa prima del concerto qui raccontato. Nessuna pubblicità dell’evento, ovviamente, ché la carboneria non ama pavoneggiarsi. Per le nostre statistiche e la nostra wishlist, ad ogni modo, non fa alcuna differenza.

Setlist
Intro
(How Can I Keep You) Outta Harm’s Way
Bite My Tongue
Land Of The Freak
Pickin’ Up The Trash
King Of The Jungle
Thorn In Her Pride
Fool Like Me
69 Faces Of Love
Burning Inside
I Wanna Be A Girl
Luckiest Man
Stone Soup
Fear & Love
Born To Die
No Regrets
Welfare Bread
Shivers Down My Spine
King Khan & The Shrines su OndaRock
Recensioni

KING KHAN & THE SHRINES

Idle No More

(2013 - Merge)
Senza Mark Sultan ma con i fidati Shrines, King Khan è sempre uno spasso

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.