30/05/2015

Manic Street Preachers

Usher Hall, Edimburgo


di Stefano Bartolotta
Manic Street Preachers
Ci sono dischi che, nella carriera di una band, non sono come tutti gli altri, e spesso ciò avviene anche per motivi extramusicali. “The Holy Bible” è uno di quei dischi e i motivi extramusicali ci sono eccome, e proprio per via di essi la band ha sempre limitato al minimo le canzoni di quel disco nelle setlist dei propri concerti. Il ventennale della pubblicazione del disco, avvenuto nel 2014, era sembrata l’occasione giusta per esorcizzare tutti i fantasmi legati a questo disco, così, dopo aver testato alcuni brani nel tour primaverile, i Manics hanno realizzato uno spettacolo nel quale l’album viene suonato per intero. Dopo un pugno di date nel Regno Unito e un tour negli Stati Uniti, questa di Edimburgo rappresentava l’inizio di un ulteriore gruppo di quattro date, che troverà il culmine con l’appuntamento al Castello di Cardiff trasmesso in diretta dalla Bbc Wales.

La Usher Hall si rivela una venue stupenda, dal punto di vista sia estetico che dell’acustica. Ottima, inoltre, l’idea, realizzata anche in altre location in Gran Bretagna, del pavimento in leggera pendenza, per permettere a tutti di vedere il palco in modo ottimale. James Dean Bradfield, Nicky Wire e Sean Moore si presentano sul palco da soli per eseguire “The Holy Bible”. Questo, da un punto di vista strettamente tecnico, va contro la struttura sonora del disco, che comprende due chitarre, però concettualmente è giusto che i tre affrontino questo compito senza aiuti, visto che chi suonava con loro nel disco è scomparso senza mai farsi più ritrovare da nessuno.
L’abilità di Bradfield e Wire nel creare un suono compatto e completo è poi conclamata, quindi in realtà non si perde molto impatto rispetto a come si conoscono le canzoni dal disco. Certo, alcune sfumature qua e là vengono a mancare, soprattutto l’acidità sottopelle insita nell’iniziale “Yes”, ma al tirar delle somme va benissimo così. Impressiona soprattutto la padronanza tecnica di Bradfield nell’eseguire parti di chitarra piuttosto complicate, con la necessità di modificare di continuo accordi e arpeggi, senza respiro. Dovendo rimanere così concentrato sulla parte suonata, il frontman si lascia indietro qualcosa nel cantato, ma anche qui la resa complessiva dei brani non viene inficiata e nemmeno la capacità di coinvolgere la gente. Fin da subito, infatti, il pubblico dà un supporto molto caloroso al trio, cantando e applaudendo fortissimo e agitandosi molto nelle file più vicine al palco.

Come nel disco, man mano che si avanza emerge l’aspetto drammatico di ciò che Richey Edwards scriveva nei suoi testi, dapprima sotto forma di rabbia nei confronti di ciò che lo circonda, e in seguito di disperazione per i propri problemi interiori. “Revol”, la canzone che spezza momentaneamente questa spirale di negatività, viene espressamente dedicata da Wire all’amico scomparso, poi arriva il trio che rappresenta il culmine dell’impatto emotivo. “4st 7lb” e “Faster” sono già tra le canzoni più rappresentative del disco e quindi non stupisce che siano anche tra i migliori momenti del concerto, mentre sorprende la resa live del brano che sta in mezzo, ovvero “Mausoleum”, interpretata davvero splendidamente e che si meriterebbe di essere inclusa con continuità anche nelle setlist future.
L’unica canzone in cui i tre si aiutano con una base è “The Intense Humming Of Evil”, facendolo comunque in modo sobrio e senza che si perda nulla in termini di genuinità. Nel complesso, questo set ottiene quello che doveva essere lo scopo principale, ovvero la capacità di far rivivere in modo forte e senza compromessi il disagio genuino e autentico di un uomo ai confini dell’autodistruzione. Nessuno potrà mai davvero capire come stava davvero Richey Edwards, ma chi ha assistito a questo live ha avuto senz’altro una visione un po’ più nitida rispetto a chi ha ascoltato il disco.

La seconda parte era annunciata come un misto di greatest hits e rarità. Ci si immagina che con rarità la band intenda ripescare oscure b-side da chissà quali anfratti, invece si tratta solo di canzoni eseguite raramente dal vivo e che fanno parte comunque degli album. In realtà, poi, queste canzoni sono solo due, ovvero “Condemnded To Rock And Roll” e “Golden Plattitude”, per il resto qui arrivano molti dei singoli che vengono eseguiti con continuità dal vivo. Ci sono un tastierista e un chitarrista ad accompagnare la band e l’atmosfera è decisamente più leggera, però la cosa bella è che questa seconda parte non è un mero riempitivo in aggiunta a quella principale, ma ha essa stessa un’importante valenza artistica e emotiva. Le canzoni, infatti, vengono eseguite alla perfezione, anche meglio rispetto al già elevato standard dei live dei Manics, e l’atmosfera in sala è di grande festa. Che si tratti di brani degli esordi come “Motorcycle Emptiness” o “You Love Us”, del periodo di maggior successo commerciale come “Your Love Alone Is Not Enough” o tratti dai lavori più recenti come “Walk Me To The Bridge”, il livello dello spettacolo rimane altissimo e il calore dato dal pubblico è massimo. Si chiude in trionfo, come sempre con “A Design For Life”.

Una serata, in definitiva, che rimarrà a lungo nella memoria di chi c’era, perché ha dapprima rappresentato con coerenza e concretezza un particolare periodo dei Manic Street Preachers e ha poi mostrato cos’è la band oggi, ovvero una delle espressioni britanniche più convincenti del pop-rock da arena.

Setlist
The Holy Bible

  1. Yes
  2. Ifwhitemaericatoldthetruthforonedayitsworldwould fallapart
  3. Of Walking Abortion
  4. She Is Suffering
  5. Archives Of Pain
  6. Revol
  7. 4st 7lb
  8. Mausoleum
  9. Faster
  10. This Is Yesterday
  11. Die In The Summertime
  12. The Intense Humming Of Evil
  13. P.C.P.

Greatest hits and rarities

  1. The Everlansting
  2. Motorcycle Emptiness
  3. Walk Me To The Bridge
  4. Condemned To Rock n Roll
  5. If You Tolerate This Your Children Will Be Next
  6. Your Love Alone Is Not Enough
  7. You Stole The Sun From My Heart
  8. Golden Plattitude
  9. You Love Us
  10. A Design For Life
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