30/06/2015

Mumford & Sons

Postepay Rock In Roma, Roma


di Claudio Lancia
Mumford & Sons

Sono in molti ad avvicinarsi alla musica dei Mumford & Sons con circospezione: la sensazione creata dai loro primi due album ha destato sospetto. Ogni qualvolta una nuova band ottiene un successo straripante, gli oltranzisti dal piglio alternativo ritengono sia più cool tenersene a debita distanza, per distinguersi a tutti i costi dalla massa.
I Mumford & Sons sono un gruppo che ha deciso, forse sì, di puntare al mainstream e al successo commerciale, ma ha progettato di farlo in maniera personale, all’occorrenza sorprendendo l’ascoltatore, guadagnando con il passare del tempo simpatie decisamente trasversali.

Ed è così che, dopo due lavori (di grande successo) incentrati su un moderno pop screziato di (alt) folk, hanno lasciato in un angolo banjo e cassa a pedale, per spingere con più forza sulle chitarre. Ed il risultato è stato stupefacente.
Ecco perché questo mini-tour italiano di tre date è risultato tanto atteso, e ha premiato il quartetto con location di primissimo ordine: l’Arena di Verona (con sold out realizzato a tempo di record), il Postepay Rock In Roma e il Pistoia Blues Festival.

Proprio a Roma abbiamo avuto occasione di ammirarli, non prima di aver applaudito con forza l’ottimo opening set affidato e Eaves, giovane cantautore che si è esibito full band forte di un album d’esordio egregio, “What Green Feels Like”, contenente una manciata di canzoni davvero riuscite.
Una mezz'oretta ben curata, densa di ritmi cristallini, apparati acustici, sovente dolenti e malinconici, e improvvise folate elettriche: chi non ne avesse ancora sentito parlare, si approssimi attraverso l'ascolto di "Pylons" e "Dove In Your Mouth".

Poi la scena è tutta per i Mumford & Sons, che in circa due ore triturano una sorta di best of dei tre album fin qui pubblicati, senza celare la provenienza delle canzoni: anche ai novizi della formazione non sfugge lo stacco fra i pezzi del recente “Wilder Mind” (molto più rock oriented) e quelli contenuti nei due dischi precedenti.
Si parte con le atmosfere in crescendo di “Hot Gates”, e le luci che sottolineano il pathos nei momenti più intensi, poi da lì è un trionfo, un filotto di emozioni da spezzare il fiato, da “I Will Wait” (dal plurivenduto “Babel”) sino a “The Cave” (dall’esordio “Sigh No More”) è un susseguirsi di danze da ballare e carezze di pura cristalleria artigianale.

Il top viene probabilmente raggiunto con la tripletta “Roll Away Your Stone”/ “Snake Eyes”/“Wilder Mind”, tracce che trasmettono alla perfezione l’essenza degli attuali Mumford & Sons, una formazione che sa imbracciare le chitarre e far male, ma anche coccolare affettuosamente il proprio pubblico.
Un suono che porta in dote speziature che sanno un po’ di Americana e un po’ di British music, un po’ di National e un po’ dei primi Coldplay, e che in parte continua a preservare aromi Irish/bluegrass, mai del tutto rinnegati.

Su “Timshel” e “Cold Arms” il quartetto si dispone intorno a un solo microfono per intonare a più voci due momenti acustici di rara intensità. Pochi minuti di attesa ed è di nuovo festa per le orecchie con “Only Love”, “Ditmas” e “Dust Bowl Dance”, sulle note della quale i ragazzi salutano.
Si torna in pista per altre tre canzoni: “Broad-Shouldered Beasts”, “Little Lion Man” e “The Wolf”: è l’apoteosi, il pubblico ormai è conquistato, sia la parte composta da fedelissimi che ha mandato tutti i pezzi a memoria, sia coloro che sono giunti questa sera all’Ippodromo delle Capannelle con una conoscenza approssimativa della band. Tutti innamorati di un gruppo che si pone fra i migliori progetti di certo pop poco scontato di cui il mondo continua ad avere tanto tanto bisogno.

Setlist

Hot Gates

I Will Wait

Roll Away Your Stone

Snake Eyes

Wilder Mind

Awake My Soul

Lover Of The Light

Thistle And Weeds

Ghosts That We Knew

Believe

Tompkins Square Park

The Cave

Timshel (acoustic)

Cold Arms (acoustic)

Only Love

Ditmas

Dust Bowl Dance

…. ….

Broad-Shouldered Beasts

Little Lion Man

The Wolf
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