10/04/2015

Robyn Hitchcock

Meet, Atripalda (Av)


di Gianfranco Marmoro
Robyn Hitchcock
Unica data al Sud della tournée di Robyn Hitchcock, il concerto al MEET di Atripalda (Avellino) è un’occasione piacevole per constatare con piacere l’impegno e il coraggio di alcuni imprenditori, decisi a rischiare e investire in contesti e luoghi non proprio facili.
Primo evento di una partnership tra il Godot, la City Hollers Records e il MEET, la serata offre subito buone vibrazioni, cominciando dall’act di apertura affidato ai G.B. Husband And The Ungrateful Sons, band di Avellino autrice già di un piacevole esordio, “Full Of Love”.
La band conferma tutte le radici del suo sound: rock anni 70 con briciole di folk e roots music appena irrobustite da una iniezione di hard-rock. Peccato che la resa acustica non sia all’altezza, il suono live risulta leggermente poco definito e un po’ approssimativo, e non rende merito alla preparazione e all’entusiasmo dei musicisti - per fortuna la varietà dei brani e la solida struttura della band garantisce comunque una sufficiente dose di emozioni.

A Emma Swift spetta il difficile compito di introdurre l’esibizione di Robyn Hitchcock con un breve concerto acustico che mette in evidenza un talento interessante, una voce penetrante e cristallina a tratti piacevolmente malinconica, ma affidata a un repertorio non del tutto a fuoco o sufficientemente originale. Giusto il tempo di apprezzare il MEET per la buona qualità del suono e per l’ampio spazio per pubblico e fruitori del locale, che ecco apparire dopo alcune verifiche tecniche l’eccentrico e geniale musicista inglese, colui che diede alla psichedelia i connotati del punk calzandoli perfettamente, il giovane ventunenne che s’imbarcò in un viaggio sfortunato alla ricerca del suo idolo e alter ego psicologico Syd Barrett.
Non è un mistero che la dimensione live sia una di quelle più idonee per apprezzare il talento di Hitchcock, il disco con gli Egyptians “Gotta Let This Hen Out” e la splendida creatura acustica di “I Often Dreams Of Trains” (riproposta in una serie di eccitanti concerti alcuni anni fa) sono esemplari della sua abilità di performer.

Robyn Hitchcock conferma tutte le sue qualità di compositore sagace e ricco di irriverente humour, quasi un Captain Beefheart prestato alla causa del folk psichedelico o un Syd Barrett intrufolato nel backstage dei Sex Pistols, le sue canzoni reggono il trattamento acustico e minimale della rilettura live mettendo in evidenza una complessità armonica e tecnica che sono gli elementi peculiari della sua musica.
Un assolo di armonica apre il set, la notevole tecnica chitarristica e la voce sempre graffiante e quasi surreale seducono istantaneamente il pubblico, anche quello più distratto. Il musicista cerca un dialogo ironico e divertito storpiando termini italiani e slang inglesi con una sottile ironia.
Non sfugge a molti dei presenti l’assoluta classe dell’ex-leader dei Soft Boys, che cattura a caso alcune perle dal suo vasto e articolato repertorio, Seducente e inattesa la bella versione a due voci (Emma Swift) di “Queen Elvis”, intensa e coinvolgente “Airscape”, e quasi catartica la rilettura di “Raymond Chandler Evening”, ed è infine l’anima folk-psych quella che fuoriesce dalla vivace rilettura di "Full Moon In My Soul” tratta da “Spooked”, album realizzato con Gillian Welch e David Rawling, incentrato su affascinanti canzoni acustiche d'amore e morte.

Quella che va sottolineata ancora una volta è l’eccellente performance del musicista inglese come chitarrista: folk, blues e psichedelia si fondono in uno stile unico e ricco di complesse architetture compositive che ampliano il fascino delle sue canzoni. Per un musicista che non ha mai inseguito il successo (nessun disco è mai apparso in classifica) festeggiare 40 anni di carriera artistica conservando un’onestà e un’integrità stilistica così intensa è uno dei traguardi artistici più soddisfacenti. Constatare il suo stato di salute artistica è stato invece per noi fonte di grande piacere.

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