23-26/07/2015

Siren Festival

Vasto, Vasto


di Giuliano Delli Paoli
Siren Festival

C’era molta attesa per la seconda edizione del Siren Festival di Vasto. Un'aspettativa alta e sincera, dovuta soprattutto all’eccellente riscontro ottenuto lo scorso anno. Al secondo proverbiale giro di boa, gli organizzatori hanno ben pensato di offrire al pubblico un cocktail variegatissimo di nomi importanti del panorama indipendente internazionale e musicisti in rampa di lancio provenienti dai più disparati lidi musicali nostrani. Una scelta coraggiosissima e sfrontata, che funge da contraltare alla meravigliosa cornice offerta dai differenti spazi in cui si è svolta la manifestazione, seguendo un raggruppamento di massima talvolta disorientante solo in apparenza.
Il tutto contornato da un’atmosfera puntualmente sobria, capace di accendersi solo nei momenti in cui i motori lo richiedevano, come nel meraviglioso set del divino Jon Hopkins allestito nel palco centrale in Piazza del Popolo, a seguire le bordate electro-clash introduttive dei Gazelle Twin, parsi in gran spolvero sotto il profilo meramente esecutivo, ma eccessivamente ancorati a una formula sonora nel complesso priva di mordente (in più di un’occasione è tornato alla mente il ghost-punk dei decaduti (?) These Are Powers come modello di riferimento primario), e i sempre ottimi (e giustamente osannati) Verdena.

Mentre nel cortile e nei giardini di Palazzo d’Avalos si susseguivano i vari Clark (bravo ai controlli nel calibrare una mescola puntualmente suggestiva) e un Mark Kozelek (Sun Kil Moon) incredibilmente preciso e conciliante, di certo commovente nell’esecuzione a sangue caldo di “The Weeping Song” di Nick Cave & The Bad Seeds dedicata al figlio recentemente scomparso del cantautore australiano. La sua è stata un’interpretazione memorabile, che ha lasciato praticamente a bocca aperta tutti i presenti. A ridosso di Porta San Pietro l’esibizione virulenta e singolare di Jacopo Incani, aka Iosonouncane, ha ulteriormente convinto, gettando così nel cestino gli ultimi eventuali dubbi circa la bontà artistica di questo simpatico e “originale” compositore sardo.
Parimenti, nel giorno successivo l’altrettanto gagliardo e irriverente Lorenzo Urciullo, in arte Colapesce, ha saputo calibrare al meglio le proprie canzoni, pur non esaltando per tenuta acustica complessiva, precedendo l’indietronica danzereccia, istrionica e un po’ fuori tempo massimo degli Is Tropical, capeggiati dalla cantante Kirstie Fleck in formato-stadio con tanto di esecuzione libera tra la folla (delirante ma non troppo). 

Ma sopra ogni cosa, è stato soprattutto il giorno di James Blake. L'electro-writer di Enfield ha regalato momenti di altissimo spessore emotivo con il suo consueto apparato strumentale, puntualmente ben fermo e travolgente in ogni singolo passaggio, al solito eccessivamente educato e composto ad ogni piccola pausa, in fondo abilissimo nel saper paralizzare ancora una volta il tempo mediante una ricetta "semplice" e dannatamente vibrante. L'intimismo folk di un barbuto ma dolcissimo Scott Matthew ha aggiunto poi quel pizzico di etereo candore alla seconda ed effettiva giornata. L’ukulele a sostegno e la magica atmosfera dei Giardini d’Avalos hanno semplicemente "fatto il resto".
Mescolati nelle diverse postazioni c'erano anche i vari Mamuthones, La Batteria, Emma Tricca, Indian Wells, Fabryka, WOW, Mamavegas, Stearica, ad aggiungere qua e là ulteriore zucchero e pepe alla ricetta. A conti fatti, la sensazione provata negli ultimi momenti del festival è stata quella di aver assistito ancora una volta a un’eccellente rassegna, un evento a suo modo unico nel talvolta desolante circondario nostrano. Una manifestazione in cui le giuste dosi di coraggio, sobrietà ed eleganza hanno contribuito ad alimentare la perfetta riuscita di un piccolo grande miracolo organizzativo, musicale e visivo.

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