26-27/09/2015

Sonic Subsidence

Pompei, Pompei


di Pasquale De Prizio
Sonic Subsidence

Se Pompei è un luogo che non ha bisogno di presentazioni, il Sonic Subsidence, alla sua prima edizione, è un microfestival che tenta di esplorare il mondo delle vibrazioni attraverso le arti elettroniche. La materia nella sua struttura molecolare, per come noi la conosciamo, è composta in tutte le sue forme da particelle vibranti. Vibro ergo sum. Questa è l’irrecusabile verità dalla quale prendono le mosse gli organizzatori della manifestazione.
Il problema però è dato dal fatto che tutto “vibra” e le moderne apparecchiature che il mondo della tecnica mette a disposizione dell’uomo moderno sono ormai diffuse su larghissima scala. Dunque, nell’organizzare per la prima volta un evento del genere, c’è il rischio di proporre qualcosa di banale, incolore. Tuttavia non è questo il caso: i membri di PompeiLab, che l’anno scorso di questi tempi ospitavano Joshua Eustis, ex-membro dei Telefon Tel Aviv, sono riusciti per l’occasione a mettere in piedi una line-up ben assortita, composta da artisti affermati e non, di raffinato gusto.

A dare il via a questa due giorni che si tiene in un ex-depuratore fognario, ci pensa Plastic Penguin, produttore campano attivo dal 2000. Il suo è un set che convince da subito, la drum machine di cui si serve dà vita a ritmi incalzanti, i bassi sono potenti, “gioca” quasi esclusivamente su strumenti analogici. Si sente odore di old school e le andature tribali completano l’opera. Non si rifà a un preciso genere e fa suo il principio di non riprodurre mai due volte lo stesso suono. A lui era stato affidato il compito di aprire le danze e costituire quella che sarà la “compagnia dell’anello”, e ci riesce pienamente.

Bop Singlayer lo segue, indossa una camicia hawaiana rossa e una coppola beige, e poco dopo ne capisco la ragione. Una cascata di suoni saturi e distorti invade la platea, siamo entrati nella “terra di mezzo” e lui, veterano di questo mondo, sa come condurci. La sua musica non dà riferimenti, come le terre selvagge in cui ci ha portati. C’è di tutto nel suo set dall’hip-hop alla techno, è un caleidoscopio di suoni e influenze musicali, ma Bop, alias Luca Affato, sa come muoversi dietro la console e riesce a non farci smarrire, anche grazie al suo look,  consegnandoci direttamente nelle fidate mani degli Elfi.
Questi ci hanno offerto ristoro e allietati con la performance dei Movedulation, duo composto da Claudio Attonito che gestisce l’audio e Dslak il quale, tramite una strumentazione di sua creazione, dà vita, attraverso i microcontrolli che indossa, alla performance visiva. Il loro spettacolo è sintetizzabile in due parole: movimento e modulazione.
Ma non possiamo stare fermi a lungo e così il viaggio riprende con Kalos, aka Calogero Aquilina, siciliano di base a Roma. E’ il più atteso della prima giornata. La sua musica quasi si tocca con mano, i suoni caldi, vischiosi, avvolgenti sembrano materializzarsi, l’atmosfera è surreale. Siamo in una foresta e per proseguire il cammino ci serve l’aiuto degli alberi che la abitano, Kalos intercede per noi facendo piovere, note su note, che si vorrebbe non finissero mai. Il suo è un dono prezioso. Grande esibizione. La prima giornata termina con il dj-set di LKSMN, all’anagrafe Pietro Rianna, che ci delizia nelle segrete di un castello, dopo questo  lungo cammino, con la sua techno sbilenca e a tratti nervosa.

Per il secondo giorno di festival è prevista una scaletta più corposa e sin dal pomeriggio sono di scena Francesco Tignola, Errori in Partitura - che è presente alla manifestazione anche con un’installazione - e il giovane pompeiano Dirton. Il viaggio riprende, ma presto si interrompe al cospetto di Erebor, la montagna solitaria. Tocca a Dylan Iuliano, in arte The Delay In The Universal Loop, guidarci attraverso le sue viscere. Poco più di un mese fa ho assistito per la prima volta a un suo live e mi aveva così incuriosito che ho iniziato a seguire tramite i social le peripezie del suo tour europeo. La sua elettronica può essere inquadrata a cavallo tra l’Idm e il synth-pop, ma è evidente che per questo alieno “this human form is not enough”, come canta in un suo verso, per questo è alla costante ricerca di qualcosa di differente. Le sue armonie sono riconoscibili all’istante, nonostante non si attenga pedissequamente alla canonica “forma-canzone”. Per un ventenne è un risultato considerevole, la sua performance consolida le impressioni positive del live precedente, e mi convinco sempre più della bontà di questo progetto e delle potenzialità ancora inespresse.

Non siamo ancora usciti dal ventre della montagna, tra noi e le stelle c’è ancora un “ostacolo”. Si tratta di un Drago. E’ il momento di Subion, progetto di Pier Giuseppe Mariconda e Nicola Virnicchi, ma a Pompei a esibirsi è solo il primo. Quest’anno per Blackwater è uscito il loro primo lavoro in studio “Eliogabalo”, ma è da una vita che suonano. Pier prende i comandi della sua strumentazione e di certo non le manda a dire. La sua techno è dark, acida, esoterica, il suo live set è complesso, solido, ben calibrato, psichico alla maniera del primo album dei Darkside. L’intenzione è quella di batterlo, ma è lui a ipnotizzarci e farci ballare. E’ troppo forte per poterlo superare con le sole nostre forze. Serve la magia.
Il cartellone prevedeva l’esibizione dei Retina.it, ma sul palco si notano strani movimenti. Con grande sorpresa di tutti entrano in scena i Retina.it insieme a Donato Dozzy. Già si sapeva che quest’ultimo si sarebbe esibito, ma non che si presentasse in console insieme a beniamini di casa. Danno vita a uno spettacolo tanto inatteso quanto unico, un mix tra sostanza e perfezioni accidentali, davanti a loro una strumentazione che neanche l’Apollo 11 portò sulla Luna e mettendo mano alle manopole dei synth, il suono sembra essere trasmesso alle macchine dai tre che hanno dominato la scena. Lino Monaco e Nicola Buono (Retina.it) sono i maghi di questa storia e mettono a disposizione la loro arte affinché il “Frodo” Dozzy porti a termine il compito che il fato gli ha assegnato.

Donato Dozzy può essere considerato come il maggiore esponente di quella scena techno italiana che anche all’estero sta avendo numerosi consensi. Qualche tempo fa tramite un social il Concrete, tempio parigino della techno che galleggia sulle rive della Senna, sosteneva che la techno italiana può essere considerata come la valida alternativa a quella statunitense, inglese e tedesca. Leader di questo movimento, secondo i francesi, è lo stesso Dozzy al quale sono stati affiancati diversi artisti come Neel Rome (insieme formano i Voices From The Lake), Giorgio Gigli, Dino Sabatini, Claudio PCR & Ness. Questi sono considerati come i principali esponenti di una techno mentale, deep, in grado di ipnotizzare l’intera dancefloor. Condivido appieno, ma i francesi hanno dimenticato di citare i Retina.it. Dozzy, condotto dai Retina.it, è riuscito a raggiungere la cima del Vesuvio e scagliare nella sua bocca “l’anello del potere”. Alla sua distruzione anche il cielo era in tripudio e la Luna ha iniziato a tingersi di rosso.

E’ stata una grande festa ed è così giunta l’ora dell’atto conclusivo del Sonic Subsidence che si  è chiuso con il dj-set di Gamino, al secolo Carmine Minichiello, musicista, producer, titolare di Q-ZONEstudio ed ex-membro di MOUproject, band con la quale nel 2002 vinse l’Arezzo Wave. Attualmente fa parte del duo JAMBASSA. Il suo dj-set dai ritmi elettronici che hanno spaziato tra dub e techno è stata l’ammirevole conclusione di questa bella iniziativa.
Tutte le belle storie meritano un’infiorettatura, avanti così PompeiLab.

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