05/09/2015

U2

Pala AlpiTour, Torino


di Edoardo Frasso
U2

A supporto dell’album “Songs Of Innocence”, uscito un anno fa, gli U2 si sono lanciati nel nuovo Innocence + Experience Tour. Partito lo scorso maggio da Vancouver, dopo aver attraversato il Canada e gli Usa il tour ha toccato il Pala Alpitour di Torino in due concerti che hanno dato il via alla leg europea. È la prima volta dal 1992 che il gruppo irlandese suona al chiuso in Italia.
Dopo una prima data che le cronache hanno descritto strabordante di energia, quella del sabato è un temporaneo saluto ai fan italiani, con la promessa di rivedersi presto e possibilmente sempre indoor.

Nonostante la show sia travestito da spettacolo minimale, la band non rinuncia a una tecnologia che sembra diventata a tutti gli effetti il quinto elemento della loro proposta live. Un lungo schermo/passerella taglia a metà l’arena, collegando il palco principale a un palchetto rotondo dalla parte opposta, “a highway with no one on it” per catapultare gradualmente il pubblico nell’iperspazio della passionalità degli irlandesi. Da questo apparato gli U2 ricavano uno spettacolo che si colloca esattamente a metà tra la nostalgica tenacia dell’Elevation Tour e la magniloquente autoreferenzialità del 360° Tour.
Al contrario di come accadde in quell’ultimo tour di ormai 6 anni fa, l’allestimento tecnologico è ora stupendamente misurato, e riesce effettivamente nell’intento di avvicinare il pubblico senza correre il rischio di alienarlo. Nell’Innocence + Experience Tour, gli U2 portano lo spettatore a vivere il viaggio della loro crescita, come uomini e come rockstar, iniziato fuggendo dallo spettro della solitudine per inseguire il morso dell’ambizione. Così lo spettacolo si articola come un’opera in due atti, con una prima parte stracolma di rimandi al punk e all’impulsività giovanile, subito soffocati dalla scoperta delle molte facce della vulnerabilità (la perdita e l’amore), per arrivare all’invasione interiore da parte del mondo esterno simboleggiata nella tragicità degli attentati dell’Ira. La seconda parte racconta la graduale ascesa verso la comprensione, verso la liberazione e l’unione collettiva, inscenando la ricerca del proprio Dio nel proprio Io: la storia sul coraggio che gli U2 hanno sempre raccontato. Un vero e proprio concept show, sorretto da ispirazione vera, come non accadeva dai tempi del PopMart Tour.

La scaletta tuttavia tradisce un po’ gli intenti concettuali. Vecchi volponi quali sono, riescono a raccontare la parabola sulla scoperta del coraggio senza cedere a troppa cerebralità e ricercatezza, poco amate dai fan occasionali di pop/rock, ma anzi infilando una sequela di successi travolgenti, che, con o senza concept alle spalle, farebbero impazzire qualsiasi palazzetto. Gli U2, in sostanza, vincono facile. Ed ecco che quindi dove il concerto fa riferimento degli esordi punk, spuntano le tamarrissime “The Miracle (Of Joey Ramone)” e “Vertigo”. Dove si fa riferimento al tragico distacco genitoriale spuntano la sempre grande “I Will Follow” e “Iris (Hold Me Close)”, che migliora un po’ rispetto al disco ma serba sentimentalismo facile. E dove si inscena la questione irlandese, parte l’arcinota “Sunday Bloody Sunday” (in una versione semiacustica apprezzabile più per il tentativo che per la resa) e “Raised By Wolves”, dall’ultimo album, quest’ultima invece notevolmente efficace.
Titoli meno noti che avrebbero il loro bel peso per la coesione concettuale di uno show così calibrato, come “Twilight” e “A Day Without Me”, come “Lemon” e “Mofo”, come “Please” e “Love Is Blidness”, non sono nemmeno presi in considerazione dal gruppo.

Un concerto dunque inclusivo e non esclusivo. Ma proprio questa frenesia verso l’inclusione è la più grande pecca del live. Il gruppo si affida a una scaletta che, ancor più che prevedibile è, ormai, scolpita, nella brama di rivolgersi soprattutto agli spettatori casuali o radiofonici, a digiuno o quasi dalla loro discografia più ricercata. L’ultimo mediocre disco suona leggermente meglio dal vivo che in studio, ma mentre una “Cedarwood Road” funziona, in momenti come l’artificiosa “Song For Someone” la noia è in agguato.
Durante la primissima parte, con la band nuda sul palco quasi senza nemmeno luci di scena, una sola lampadina a simboleggiare l’adolescenza e i sogni in camera, il gruppo è una macchina da concerto formidabile, anche se decisamente meccanica. Perfino nella gestualità, la spontaneità non sembra più essere una caratteristica fondativa della loro resa live. Il concerto decolla davvero da una “Until The End Of The World” devastante, che simboleggia l’inevitabile scoperta del tradimento e la fine dell’innocenza. Da qui gradualmente il gruppo si sposta verso il B stage gingillandosi un po’ con l’elettronica nella bella “Invisible” (con la band “ingabbiata” sull’impressionante passerella/schermo) e nella recente nuova versione di “Even Better Than The Real Thing”. Viene inscenata la scoperta della sensualità con una potente versione di “Mysterious Ways” (che Bono canta danzando con una bella ragazza presa dal pubblico) e con una “Desire” suonata in duetto con una (apparentemente) improvvisata band di fan scelta tra il pubblico. Finalmente più spontaneo, il concerto è diventato una calamita dal quale si rimane piacevolmente catturati.

Bono, istrionico e ruffianello come solo lui sa essere, si spertica in gigionerie a profusione prima di riportare gradualmente il clima nella serietà. Pur rimanendo avarissimi di concessioni in scaletta, gli U2 dedicano al dramma dei rifugiati una commoventissima versione di “October” (alla sua quarta uscita dal 1989) e un accenno, davvero poca roba, alla bellissima “Zooropa”, dall’album omonimo del 1993. La sezione che va da “Every Breaking Wave” (che eseguita solo al pianoforte, pecca un po’ di eccessiva svenevolezza) fino a “With Or Without You” è straordinaria. La band riscopre la rabbiosa “Bullet The Blue Sky”, che vede un Bono recitare un monologo interiore tra il sé stesso odierno e il sé stesso giovane, e si celebrano “Where The Streets Have No Name” e “Pride (In The Name Of Love)” come vecchie amiche.
Il concerto potrebbe anche finire qui, ma la band vuole salutare rivendicando il proprio diritto al patinato con un encore piuttosto prescindibile con i grandi classici del Duemila “City Of Blinding Light” e “Beautiful Day”. Si chiude con una versione molto standard di “I Still Haven't Found What I'm Looking For”, con ospite un inaspettato Zucchero che mormora qualcosa in salsa soul, ma non appare troppo a suo agio.

Un concerto degli U2 degli anni Duemila non c’entra praticamente nulla con un concerto degli U2 degli anni Ottanta e Novanta. Il misticismo, la catarsi, la liberazione spirituale sono verità rivelate che il gruppo, per motivi anagrafici e in parte per scelta, non può più incarnare. Forse è proprio per questo che molto intelligentemente (in pieno stile U2) l’Innocence + Experience Tour cerca di inscenare queste antiche suggestioni quasi come se le raccontasse in terza persona.
Preso atto di questo, va detto che il concerto è meravigliosamente coeso e essenzialmente molto divertente. I momenti di emozione, che pure ci sono, non hanno granché a che vedere né con il momento né con l’esecuzione ma più con un sentimento di nostalgica rievocazione, che il gruppo sembra divertirsi parecchio a tratteggiare.
La chiave per capire un odierno concerto degli U2 sta nel comprenderne le pretese: nessuna rivelazione particolare, solo un bello show di musica rock-pop, suonato con affetto e dedizione.
Insomma, va bene così, vecchi amici irlandesi.

Setlist
The Miracle (Of Joey Ramone)
Out Of Control
Vertigo
I Will Follow
Iris (Hold Me Close)
Cedarwood Road
Song For Someone
Sunday Bloody Sunday
Raised By Wolves
Until The End Of The World
The Fly
Invisible
Even Better Than The Real Thing
Mysterious Ways
Desire
Angel Of Harlem
Every Breaking Wave
October
Bullet The Blue Sky
Zooropa
Where The Streets Have No Name
Pride (In The Name of Love)
With Or Without You

Encore

City Of Blinding Lights
Beautiful Day
I Still Haven't Found What I'm Looking For (con Zucchero)
U2 su OndaRock

Monografia

U2

In the name of love

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