27-28/02/2015

Vladislav Delay

Phobic Club/Teatro Quirinetta, Venezia/Roma


di Alberto Asquini
Vladislav Delay

A scriverne si fa fatica, molta. E non parlo solo di come suona e di tutto lo sturm und drang che lo circonda. Parlo più che altro di quello che circonda me, del trovarmi davanti a lui per due sere di fila - a Venezia e Roma. Delay l’ho incrociato diverse volte. La prima era fine gennaio di molti anni fa a Bologna. Non avevo ancora sviluppato questo senso di empatia totale col suo suono. Il concerto fu bello, rovinato ovviamente dal solito pubblico di merda (cit.) - pure nella capitale c'ha provato, fortuna i volumi alti han attutito l'effetto-mensa. Poi una volta a Roma, in chiesa, col pianista Giovanni Guidi, per non citare la volta in coppia con la moglie Agf in un teatrino a Modena o il paio di occasioni nel Moritz Von Oswald Trio. In poche parole: credo di avere contezza di quel che parlo. Nel contempo però mi accorgo che in realtà slegarmi, prendere le distanze da quel che ho visto e sentito, e rendere a parole questa astrazione, mi riesce difficile.

A me pare impossibile come Ripatti riesca, nel solo progetto Delay, a trovare, in un suono che a un primo ascolto potrebbe parere sempre un po’ uguale, sempre una sfumatura particolare, un quid che sagoma il suo sound, partendo da nient’altro che una variazione infinitesimale. Cos’hanno di differente “Huone” - pezzo di 15 anni fa - e l’ultima “Visaton”? Quasi nulla, eppure tutto. E’ questo che mi ha sempre affascinato della sua testa, del suo approccio alla musica elettronica: il lavorare sulle minuzie, creando suoni che sono enormi rimbalzi ghiacciati.


La warmness del sound di Delay s’è quasi esaurita con “Anima”, tutto ciò che ne è seguito è una gigantesca caduta in un vuoto fatto di permafrost: al massimo incontrerete il tepore, scordatevi latitudini inferiori a quella del 58° parallelo. L’approccio live, di converso, mette da parte l’impalpabilità cronica e devasta l’orecchio. A Venezia il mood non è distante dal noise digitale, violento, aggressivo. Sono pareti che ti si parano d’innanzi. E quindi l’ultimo “Visa” viene devastato e arranca portentoso nella sua metamorfosi ultima, il vero lato techno di Delay non sono i microbeat degli esordi o l’ovattata “Osottava” ma è questo rough sound che a forza di beat sconnessi, impazziti, ora quadrati ora vicini a Machinedrum, ti devastano le sinapsi.

Parte e aggredisce subito con tonnellate di materia elettronica che si sgretola e si riforma, in un moto di riassimilazione e distruzione costante. L’impatto, nemmeno a dirlo, è assolutamente annichilente. Non differentemente da un live di Kerridge o Prurient, la cifra comune risiede proprio in questa capacità di lavorare su un suono che pare plexiglas sciolto nell’acido. 43minuti di violenza digitale, assolutamente anarchica e celebrale. Allunga invece la falcata a Roma, rimodulando completamente l'approccio, una continua tensione tra le velleità del ritmo e le assurde sospensioni ambientali in 20 minuti - gli ultimi - da sogno: ologrammizza distese di gelo, ti ci immerge e poi scongela ogni cosa gli si pari innanzi con un pad alieno.


Pensi a tutto quel che ha suonato in 15 anni e rotti di carriera. Pensi a un suono che in apparenza non ha anima né struttura. A un qualcosa fatto a freddo, con le macchine. E ci si ritrova, una volta immersi in quel tutto lì, a cambiare completamente percezione di questo ghiaccio. Poi guardi il suo pc e “Machine Drums Have No Soul”, dice un adesivo attaccato al suo computer. I contrasti, si diceva..



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