01/03/2016

Aidan Knight

Magnolia, Milano


di Lorenzo Righetto
Aidan Knight
È sempre istruttivo scoprire che, nonostante quanto ti sembra di essere aggiornato, di ascoltare e “giudicare” un sacco di cose, continui a non avere il polso di quello che “piace”, o perlomeno che fa pubblico sul serio. Chi vuoi che vada a vedere gli Half Moon Run, nomignolo canadese del calderone indie-folk contemporaneo, in un martedì a Milano? E invece il Magnolia, che con il nuovo “capannone” è probabilmente il miglior impianto dal vivo di una certa dimensione a Milano, per suono ma anche per “clima”, mai asfissiante, è pieno almeno per metà.
Buon per il caro Aidan Knight, alla sua prima volta in Italia, magari anche l’ultima. Il classico nome che all’estero potrebbe avere anche acquistato risonanza, ma da noi non conosce nessuno. E che con un pubblico perlopiù di giovani (veri) wannabe-hipster come questo potrebbe avere da tribolare, con le sue atmosfere trattenute, il suo tratteggio da soul minimalista.

Spaccando il minuto (mai scontato), Aidan, con la band, alle 21.30 si presenta sul palco. Subito parte l’arpeggio inquieto di “You Are Not Here” (dal vivo probabilmente il pezzo dal maggior impatto, vedere per credere), nel quale irrompe l’assolo che squarcia la serata milanese, proiettandola verso qualcosa di intensamente vero, scandito dal tono decisamente percussivo del nuovo sound di Aidan (e come su disco è difficile, se non in cuffia, trovare il giusto equilibrio sonoro).
Detto questo, la qualità dei suoni e delle dinamiche create dalla band è così evidente che il pubblico si lascia trascinare, dedicando un’accoglienza calorosa al cantautore canadese (va detto, comunque commisurata alle ovazioni che poi ci saranno per gli Half Moon Run). Il fascino timbrico di “Each Other” viene comunque amplificato ed è lui a dare l’impronta di significato al live, amplificato dalle luci (o piuttosto dalla loro assenza) e dall’alchimia trovata tra i membri della band nella lunga sessione di registrazione in presa diretta con Marcus Paquin.

I brani presentati nell’intensissima mezz'ora di spettacolo sono sostanzialmente tutti quelli “collettivi” dell’ultimo disco, con la chiusura affidata a una catartica “What Light (Never Goes Dim)”. Ogni brano, come confessato dalla brevità di “Each Other”, contiene però tutti gli ingredienti di un concerto a sé stante, dalle iniziali contorsioni new new wave della title track, o nel crescendo kraut-noise della coda di “The Arp”, durante il quale Aidan, nell'impeto del momento, perde la leva della chitarra, che verrà ritrovata solo verso la fine del pezzo successivo.
La sensazione di tutti, rispetto alle solite aperture maltrattate, sembra che la fine arrivi troppo presto, le luci "normali" sembrano spezzare un incantesimo di completo annullamento di sé in mezzo all'arte, all'espressione. Quasi sembra che qualcuno vorrebbe vedere invertiti i ruoli tra spalla e headliner.

Un’altra impressione sbagliata, data l’atmosfera elettrizzata e i boati da stadio che accompagnano i brani degli Half Moon Run, mezz'ora più tardi. La band è affiatata, i brani sono smargiassi e tambureggianti quanto basta, perché conservano quell'eccentricità un po' balorda da complesso canadese - l'impressione rimane comunque che, se a un certo punto partisse un coro "I belong to you/ You belong to me/ In my sweet heart", nessuno avrebbe da ridire, nel bene e nel male. Per una serata infrasettimanale, in ogni caso, la mezz'ora di Aidan Knight basta e avanza, con buona pace dello stereotipo dell'indie-snob che va solo per il gruppo spalla.

Contributi fotografici di Cesare Centomo

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