30/10/2016

Cure

Palalottomatica, Roma


di Claudio Lancia
Cure

Quello con i Cure è un rito che nel tempo si ripete a cadenza regolare: passano gli anni, Robert Smith non incide nuovo materiale da quasi un decennio, fra il pubblico non si scorgono più giubbotti di pelle, spille da balia e capelli cotonati, eppure ogni appuntamento con loro finisce sempre sold-out, e tutti, giovani e meno giovani, continuano a cantare a memoria queste intramontabili canzoni ricche di spleen e ganci melodici.
I Cure, pur avendo avuto grande successo per un certo periodo a cavallo fra gli anni 80 e gli anni 90, non sono mai diventati realmente mainstream, riuscendo così (loro malgrado?) a preservare quell’aura di cult-band che non ha mai fatto allontanare i vecchi fan, nemmeno quelli della primissima ora.

Setlist del "2016 European Tour" alla mano, questa sera  i più “vecchi” sono però un tantino preoccupati, visto che il giorno precedente, a Bologna, i Cure hanno messo in scena un concerto di grande intensità, piuttosto dark-oriented, con la migliore scaletta possibile che si possa oggi pretendere da loro.
Ogni sera Smith e compagni compiono una rotazione fra almeno tre scalette-tipo, e infatti alle 20,30 in punto (dopo il breve – e meno incisivo del previsto - set degli scozzesi Twilight Sad) niente strappalacrime “Plainsong”: si parte con l’energica “Shake Dog Shake”, comunque niente male.

I primi sette pezzi proposti sono un susseguirsi di fortissime emozioni, frammenti della propria vita che scorrono implacabili davanti agli occhi, fotogrammi ripercorsi sull’onda della vivida elettricità di “Fascination Street”, della dolcissima malinconia di “A Night Like This”, della ballabile pioggia sintetica di “The Walk”, dello sbalorditivo intro strumentale di “Push”, della perfezione pop di “In Between Days”, dei cori del pubblico che colorano a festa “Play For Today”, al solito uno dei momenti catartici di qualsiasi esibizione dei Cure.
Tutto perfetto, tutto indimenticabile, poi la prima “pausa”, con Smith che introduce la nuova, trascurabile, “Step Into The Light”: meglio recarsi al banchetto per farsi spillare una birra, da sorseggiare sulle note delle successive “Pictures Of You” e “Lullaby”, il pubblico che canta, e una gigantesca ragnatela che pare voglia inghiottire tutti dai megaschermi allestiti alle spalle del gruppo.

La band che attualmente accompagna Robert è presieduta dal fedelissimo (fu persino suo testimone di nozze) Simon Gallup: 56 anni, due matrimoni, quattro figli, ma saltella da un lato all’altro del palco con la foga di un ragazzino, la stessa che aveva nel 1979, replicando all’infinito quello stile divenuto un trademark, imitato da così tanti bassisti, non solo di area wave.
Delle chitarre, oltre a Smith, si occupa Reeves Gabrels, che molti ricordano a fianco di David Bowie nell’esperienza Tin Machine (e non solo), chitarrista poliedrico e affidabile; dietro le pelli siede Jason Cooper, nei Cure dal 1995, i synth sono invece nelle mani sicure di Roger O’Donnell, nella band a più riprese, colui che rese immortalmente gotiche le atmosfere di “Disintegration”.

La prima parte del concerto è ricca di momenti memorabili, da “Charlotte Sometimes” a “One Hundred Years”, sino alla conclusiva “Give Me It”, tiratissima, una pazzesca iniezione d’energia, uno dei pochi brani davvero “hard” mai composti dalla formazione inglese. Il lato colorato è assicurato dalla presenza degli evergreen “High”, “Lovesong” e “Just Like Heaven”, tre fra le tracce più rassicuranti della loro discografia.
Dopo cotanta bellezza ci si attenderebbe fuoco e fiamme nei bis, che invece si pongono al di sotto delle aspettative - almeno per i fan legati all’aspetto più umbratile dei Cure - con il manifesto “A Forest” quasi svuotato della sua efficacia, così incastrato fra il secondo (evitabile) inedito “It Can Never Be The Same”, la pur onesta “Burn” ripescata dalla soundtrack di “The Crow” e l’edulcorato rockettino di “Want”, “Never Enough” e “Wrong Number”, non certo le migliori composizioni dei Cure post-eighties.

La scelta di oggi è mettere in scena un set ultra-pop, come se Robert Smith stesse chiedendo di essere ricordato più per il proprio lato solare che per essere stato uno dei principali protagonisti della scena darkwave internazionale.
Il terzo bis conferma l'approccio festaiolo, proponendo in rapida sequenza “The Lovecats”, “Hot Hot Hot!!!”, “Let’s Go To Bed” e “Friday I’m In Love”, prima della più ovvia delle chiusure, affidata all’infallibile trittico “Boys Don’t Cry”-“Close To Me”-“Why Can’t I Be You”.

Il pubblico balla, si diverte, e solo qualche sparuto fan più intransigente storce la bocca, riconoscendo comunque alla band la libertà di poter cambiar pelle, e la bravura nel riuscire a porsi in maniera così diversa da una sera all’altra: a Bologna è bastato inserire strategicamente “Plainsong”, “Closedown”, “If Only Tonight We Could Sleep”, “Prayers For Rain”, “Disintegration” e “M” per conferire un taglio molto più cupo e introverso allo show.
E’ il bello dell’imprevedibilità, il bello di amare una band che ha scritto così tanti brani in quasi quarant’anni di carriera, continuando ad adorarla nonostante da molto, troppo tempo, non riesca più a scrivere canzoni all’altezza del proprio blasone.

Si chiude in due ore e trentacinque minuti, al di sotto degli standard consolidati (altro lieve motivo di cruccio, posso dirlo?), quando difficilmente uno show dei Cure - anche soltanto quattro anni fa – poteva durare meno di tre ore.
Un concerto più breve, meno decadente e molto più solare rispetto a quelli di un tempo, ma alla fine dei conti a quasi tutti va bene così: lo sciamano Robert Smith mette tutti d’accordo anche questa volta, in attesa del prossimo tour, perché questo è un rito al quale nessun fan intende rinunciare. Nel frattempo, dopodomani, ci sarà un’altra storia da raccontare, ci sarà Milano...

Setlist

Shake Dog Shake

Fascination Street

A Night Like This

The Walk

Push

In Between Days

Play For Today

Step Into The Light

Pictures Of You

Lullaby

Kyoto Song

High

Charlotte Sometimes

Lovesong

Just Like Heaven

From The Edge Of The Deep Green Sea

One Hundred Years

Give Me It

… …

It Can Never Be The Same

Burn

A Forest

... ...

Want

Never Enough

Wrong Number

... ...

The Lovecats

Hot Hot Hot!!!

Let’g Go To Bed

Friday I’m In Love

Boys Don’t Cry

Close To Me

Why Can’t I Be You
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