25/10/2016

Peter Murphy

Quirinetta, Roma


di Claudio Fabretti
Peter Murphy

I darkettoni? Nel 2016? Ma andiamo… Forse non esistono più, forse si sono trasformati in altre creature inquiete del nuovo millennio, oppure sono solo tragicamente démodé. Stasera, però, si (ri)svegliano a mezzanotte, proprio come la conturbante Miriam/Deneuve di “The Hunger”. Beh, in realtà qualche minuto prima: alle 22, l’ora in cui si materializzerà sul palco l’incarnazione più teatralmente gotica che la figura del frontman rock abbia mai conosciuto: sua maestà Peter Murphy, re indiscusso delle tenebre, dei vampiri, dei sepolcri, delle siepi silenziose e delle colline cave… insomma di tutte quelle cose che appassionano (noi) darkettoni e hanno costruito il solidissimo e ultratrentennale immaginario dei Bauhaus. Ma sì, stanotte, si può risorgere, just for one night. Liberiamo i pipistrelli, con tutto l’immutato orgoglio di zombie del Duemila.

E la location, in effetti, aiuta. Il Quirinetta, a un passo dalla Fontana di Trevi, da piccolo teatro si è trasformato in music-club discretamente suggestivo, con i suoi lampadari e le sue scenografie un po’ spettrali. Superata la fila di magliette nere, occhi pesantemente bistrati e commoventi creste dark-punk che sembrano uscite da un episodio di “This Is England”, non resta che attendere l’arrivo in scena del cinquantanovenne gothfather di Northampton, il cui set è preceduto dall'opening act di Dog Byron (all'anagrafe Max Trani, bluesman romano). Puntuale e nerovestito, profilo affilato e silhouette sottile di sempre, Murphy si presenta sul palco assieme ai due sodali di questo suo semi-acustico “Stripped Tour”: il chitarrista John Andrews “Loud Boy” e il bassista-violinista Emilio China. Il suo baritono cavernoso e magnetico fa vibrare le pareti della sala gremita, fin dai versi dell’overture “Cascade”, dall’album omonimo del 1995 - “We’re fueling for the light, cascading like the rain in Twilight” – mentre il palco si illumina di rosso e di blu. È già un’immersione nelle sue filastrocche lugubri e stranianti, che troveranno, tutto sommato, una buona resa in queste esecuzioni più spoglie, che ne esalteranno la vena più delicatamente esistenzialista.

Peter Murphy - live a RomaLa sua carriera post-Bauhaus, iniziata prima con Mick Karn dei Japan nei Dali’s Car e poi da solista per un trentennio, scorre veloce attraverso una buona selezione di brani: si svaria dalla mestizia della struggente “All Night Long” alla più incalzante “Indigo Eyes” (entrambe tratte da “Love Hysteria” del 1989) e alla maestosa aura nostalgica del “Marlene Dietrich’s Favourite Poem”, estratto da "Deep" (1989) così come quella “A Strange Kind Of Love” che resta uno dei suoi capolavori assoluti e che colpisce dritta al cuore con quella declamazione romantica e il violino di China a ricamarne la melodia sinuosa (nonostante l’avvio stentato con Andrews che non prende l’accordo giusto). “È una bella canzone”, la introduce Murphy nel suo italiano improbabile. Troppo bella, in effetti, per essere sfuggita a tutti coloro che si sono approcciati in modo superficiale alle sue vicende soliste, meritevoli sicuramente di ben altra attenzione, come testimoniano anche i suoi lavori più recenti, “Ninth” e “Lion”, che trovate recensiti con ottimi voti su OndaRock. Entrambi troveranno spazio nella fase finale del set, con la stessa “Lion” e “Never Fall Out”, più intime e meno potenti di come appaiono su disco, per ovvie ragioni di line-up.

Ma Murphy è anche uno dei massimi eredi del Duca Bowie e non poteva così mancare un omaggio al maestro, con la cover di “The Bewlay Brothers”, sublime chicca di “Hunky Dory”. Ed ecco per un momento materializzarsi l’incantesimo: David e Peter, insieme sul palco, ipotetici fratelli Bewlay a singhiozzare quella melodia sgraziata nel “Padiglione Distorsioni Mentali”: “Now my Brother lays upon the Rocks/ He could be dead, He could be not/ He could be You” (“Ora mio Fratello giace sulle Rocce/ Potrebbe essere morto, potrebbe non esserlo, potrebbe essere Te”). Già, perché la morte è inconcepibile per chi si è conquistato l’immortalità artistica: “Non avrei mai immaginato che David sarebbe morto”, riconosce infatti Murphy, la cui imperturbabile maschera di cera sembra per un attimo sciogliersi nella commozione.

Però ci sono i fan da accontentare, come sanno bene “i figli bastardi di Ziggy Stardust”, secondo la definizione che Gavin Friday dei Virgin Prunes estese all’intera generazione post-punk. E allora, spazio anche ad alcuni dei cavalli di battaglia dei Bauhaus: ecco rinnovarsi le liturgie sepolcrali di “King Volcano” e “Kingdom’s Coming”, con i loro arpeggi minacciosi che aumentano d’intensità in un crescendo teatrale che Murphy maneggia con la sua consueta destrezza di istrione del palcoscenico. Siamo tutti già ipnotizzati, quando atterriamo sulle fatidiche siepi silenziose, sempiterno scenario di horror mentali d’ogni sorta: il basso di “Silent Hedges” troneggia con le sue pulsazioni profonde, scatenando l’handclapping del pubblico, mentre Peter si lascia andare a tutta la sua inconfondibile mimica, a testa in giù, alzando le braccia come un airone.

Dopo una breve pausa, il ritorno sul palco riserva un altro tuffo da crepacuore nel suo immaginifico altromondo: “All We Ever Wanted Was Everything” è sfrontato, passionale inno alla nostalgia, con Murphy che tra un urlo e l’altro infila un “Roma, la dolce vita…”, mentre un altro elegante fraseggio di chitarra guida il gioco - e la veste più scarna di questo Stripped Tour ribadisce una volta di più come i Bauhaus siano stati una delle dark-band più efficaci nell’inserire filigrane acustiche nelle loro trame. Poi, è “The Three Shadows, Part I” (da “The Sky's Gone Out”, 1982) a preparare il nuovo viaggio mentale nelle nebbie d’oltretomba di “Hollow Hills”: la cantilena mortifera della hit di “Mask”, esaltata dal baritono melodrammatico di Murphy, scatena il delirio in platea. Lui si concede, per quanto possibile al suo fiero aplomb, stringendo qualche mano in prima fila e salutando a più riprese “Roma”. Poi, dopo essersi alternato per l’intero set a chitarra, tamburello e melodica, sfodera le basi di synth per l’apoteosi finale, lo smarrimento dei sensi definitivo: irrompe il fantasma del palcoscenico di “Bela Lugosi’s Dead”, con la sua raggelante messinscena elettro-gothic, e non ce n’è più per nessuno, darkettoni e non. Si intuisce anche cosa sarebbe stata un’esibizione live al completo dei Bauhaus, con tutta la potenza di fuoco di tastiere e sezione ritmica, ma per stanotte ci accontentiamo della sua versione “spogliata”. Il quasi sessantenne sciamano delle tenebre trapiantato in Turchia e convertitosi all’Islam ha concluso la sua messa nera e ce ne andiamo in pace, a riporre i pipistrelli nella grotta.

P.S. A quanto pare, ben diverso è stato il destino degli spettatori del Locomotiv di Bologna, dove Murphy si è esibito due giorni dopo. L'artista inglese ha lasciato il palco dopo un’ora di spettacolo, senza salutare il pubblico, rifugiandosi nel tour bus, mentre l'imbarazzato fonico della band faceva partire musica d’ascolto all’interno del locale. D'accordo, nel rock succede e anche un mostro sacro come Robert Fripp, infastidito dai flash, abbandonò un set dei King Crimson all'Auditorium di Roma. Però a volte anche i maestri sbagliano.



Setlist
Cascade
All Night Long
Indigo Eyes
Marlene Dietrich’s Favourite Poem
The Bewlay Brothers (David Bowie)
A Strange Kind Of Love
King Volcano
Kingdom’s Coming
Silent Hedges
Never Fall Out
Gaslit
Lion

Encore

All We Ever Wanted Was Everything
The Three Shadows, Part I
Hollow Hills
Bela Lugosi’s Dead
Peter Murphy su OndaRock
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