29/03/2016

Television

Orion, Ciampino (Roma)


di Claudio Fabretti
Television

Stasera non è solo un concerto, è un transfert psicologico, un viaggio nel tempo. L’Orion di Ciampino come il Cbgb. Il piccolo club sperduto nella campagna laziale come la gloriosa bettola newyorkese da cui nacque tutto: il punk, la new wave, l’onda lunga che avrebbe travolto una generazione intera. Chiudi gli occhi e sembra quasi di annusare nell’aria l’olezzo poco rassicurante dei mitici cessi che il proprietario Hilly Kristal – memore delle storiche pisciate in compagnia di Joey Ramone - voleva trapiantare a tutti i costi nel nuovo locale di Las Vegas nel 2008. Morì prima di riuscirci, lo sfortunato Hilly, e forse l’olezzo che si avverte in prossimità della toilette dell’Orion è reale, ma poco importa. Stasera è tempo di resurrezioni. Anche se Pasqua è passata da un paio di giorni e lo show Television performing Marquee Moon, in realtà, è già andato in scena in Italia l’anno scorso, all’Alcatraz di Milano e al Teatro Romano di Fiesole (Firenze). Non a Roma, però. Anzi, è proprio la prima volta in assoluto per la band statunitense nella Capitale, come ricorderà lo stesso Tom Verlaine in uno dei suoi rarissimi interventi. Ma procediamo per ordine.

Mentre nelle case degli italiani ancora si impreca davanti alla tv per l’epica disfatta degli azzurri in Germania, l’Orion è già stracolmo di un’umanità varia, assai meno stagionata del previsto, o quantomeno più varia di quanto un’adunata di reduci waver dell’epoca facesse presagire. Al mio arrivo si sta concludendo l’opening act di Lùisa, bionda fanciulla amburghese che su queste frequenze abbiamo avuto modo di intervistare e di apprezzare con il suo ultimo album, “Never Own” (2015). Peccato, Lùisa, sarà per la prossima, ma quel poco intravisto ha lasciato un buon ricordo, così come il sorriso un po’ timido della stessa giovane cantautrice poco dopo, al banchetto dei suoi cd.
Poco prima delle 23 entrano in scena in modo semi-clandestino i quattro protagonisti. Quasi un fantasma, il buon Thomas Miller aka Tom Verlaine, pallido e smunto come da copione, solo un po’ incanutito e segnato in viso dalle sue 66 primavere. Fa cenno di aspettare e si produce in una snervante session di accordatura che mette a dura prova la pazienza del pubblico, in ansiosa attesa di rivivere lo storico plenilunio quarant’anni dopo. “Marquee Moon” è più di un disco, è un sogno a occhi aperti, una rivoluzione dolce, acida e straniante, che ha ridisegnato i contorni del rock. È uno di quei dischi che hanno segnato un prima e un dopo. Anche se – come spesso accade – all’epoca quasi nessuno se ne accorse. Era "troppo stridente e anacronistico per avere successo", sentenziò Rolling Stone.

Finalmente Tom dà il via libera ai suoi compari, due dei quali sono membri storici dei Television - ovvero Fred Smith (basso e cori), ex-Blondie che subentrò nel 1975 a Richard Hell, e Billy Ficca (batteria) - mentre Jimmy Rip (chitarra e cori), già collaboratore di Verlaine dall’inizio degli anni 80, fu ingaggiato nel 2007, dopo l’abbandono del secondo chitarrista Richard Lloyd. Tutti nerovestiti e un po' flemmatici: degli antidivi del rock un po' sgualciti dagli anni, ma sempre tosti e rodati.
Ecco il giro di do beffardo e gli accordi latineggianti di “Prove It” a dare l'abbrivio. Verlaine canta sempre con quel tono asettico e trasognato, straniato e convulso al contempo, con quella sua dizione affilata inconfondibile, anche se le corde vocali non sono più quelle degli anni 70. È infastidito dalle luci (peraltro bassissime) e si rivolge all’addetto: “Fai qualcosa, mi stanno accecando”. Così la sua sagoma allampanata nel buio del palco si fa sempre più spettrale, mentre Rip gli dà man forte ai cori e alle corde. Ingaggiano un bel corpo a corpo in punta di plettro nella successiva “Elevation”, la cui dolcezza scomposta si effonde nell’aria, bruscamente interrotta da quel ritornello-bonsai - “Elevation... don't go to my head” – che suona quasi come l’epitome di tutte le nevrosi dell’era wave.

Verlaine, occhi quasi sempre chiusi, tende il suo collo da cigno verso il microfono, sempre fiero, con il suo aristocratico cipiglio, nonostante i trascorsi giovanili da scaricatore di porto. È l’uomo che ha sdoganato gli assoli di chitarra alla generazione punk e al tempo stesso ne ha ridefinito il senso: mai una nota di troppo, tutto dannatamente funzionale allo sviluppo delle canzoni. E sul palco la sobrietà di questo rocker atipico, malato di poesia decadente, pare quasi stridere con la carica dinamitarda dei suoi inni. Come il blues-rock deviato di “Friction”, con quel suo incredibile saliscendi di chitarra iniziale, o come un’arrembante “See No Evil” cantata in coro col pubblico nel refrain, dove emerge una volta di più la maestria ai tamburi del metronomo Ficca: “Lui ha origini italiane”, lo celebra Verlaine, prima di attaccare la sempiterna “Venus” (de Milo) che manda in visibilio l’audience: cinquantenni ingrigiti o del tutto calvi si dimenano sotto il palco al fianco di fanciulle ventenni che sembrano conoscere ogni passaggio di quei fraseggi chitarristici sgraziati e ammalianti, innervati dai colpi spavaldi del basso di Smith, che incorniciano il canto androide di Verlaine. Quando si dice un classico.

Poi è tempo di ballate. Come “Guiding Light”, incanto di grazia e irrequietezza che strappa dalle tasche perfino alcuni accendini vintage (sarà lo spirito del Cbgb a farli preferire ai soliti telefonini?), o come la maestosa discesa negli abissi di “Torn Curtain”, che fa calare il sipario della notte sull’euforia collettiva in un rullio di tamburi e in un nuovo vortice di chitarre lancinanti, con un Verlaine sempre efficacissimo nel pennellare atmosfere desolate, sul crinale tra deliquio e agonia.
L’apoteosi è naturalmente la title track, trasformata – com’era prevedibile - in una sfibrante e interminabile jam, che esalta tutto il virtuosismo di un gruppo che suonava già post-punk quando il punk non era ancora stato inventato, forte del suo bagaglio tecnico di jazz, blues e psichedelia. Se “il suono della chitarra di Tom Verlaine fa pensare all'urlo di mille uccelli”, come sosteneva Patti Smith, questa meravigliosa suite lunare, così epica e terribile al tempo stesso, con il suo lucido delirio impressionista a suon di riff, ne resterà per sempre il testamento definitivo.

Chiusa l’esecuzione integrale di “Marquee Moon”, la band saluta, per tornare poi sul palco con due bis: “Little Johnny Jewel”, il singolo edito dall'etichetta indipendente Ork che precedette l’album, e “I'm Gonna Find You”, outtake del 1974 risalente all’epoca di Richard Hell.
See you soon, saluta Verlaine. Speriamo non ci vogliano altri quarant’anni, caro Tom.
Ora le luci si accendono e, no, quello non è proprio il palco del Cbgb. Eppure, per quasi un’ora e mezzo, è stato come rivivere l’iniziazione mistica del tempio del punk, dove i Television erano di casa insieme a signori come Ramones, Talking Heads, New York Dolls, Patti Smith e Blondie. Miracoli del rock.



Setlist
Prove It
Elevation
Friction
Torn Curtain
See No Evil
Venus
Guiding Light
Marquee Moon
 
Encore
 
Little Johnny Jewel
I'm Gonna Find You
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(1977 - Elektra)
Il fondamentale debutto di Tom Verlaine e compagni, caposaldo della new wave tutta

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