01/07/2016

Terraforma

Villa Arconati, Bollate (Mi)


di Michele Palozzo
Terraforma
L'ora del tramonto potrebbe decisamente essere la migliore per fare la conoscenza di quel gioiello secentesco che è Villa Arconati, a Castellazzo di Bollate. La tiepida luce del sole calante ben si sposa con l'elegante e consunta facciata che simboleggia un'altra epoca, il declino a testa alta di un monumento nobiliare che tuttavia sopravvive alla divorante urbanizzazione della periferia milanese. È qui che da tre anni, per tre giorni, prende dimora un festival inconsueto, per certi aspetti addirittura desueto, dove a guardare avanti ci pensa la musica.
Sarebbe azzardato e fuorviante suggerire un paragone con Woodstock, ma certo è che, osservando i primi avventori passeggiare tra i giardini di questa Versailles in miniatura, la prima impressione è quella di una pacifica colonia che da tante direzioni confluisce verso un porto franco, lasciando da parte l'immagine, il pensiero, i ritmi e le convenzioni della città. Siamo a Terraforma 2016.

Dall'ingresso principale il sentiero di ghiaia ci invita a seguire virtualmente tre tappe di un graduale addentrarsi nella vegetazione, la prima delle quali non è altro che un prato al centro del quale, come un monolite orizzontale, è posto un pianoforte a coda. Il legno nero e lucido della tradizione è però addobbato con foulard variopinti, mentre sul lato destro sta appoggiata una cesta piena di peluches. Da sempre l'approccio di Charlemagne Palestine, alla vita come alla musica, è talmente naif da non aver mai incontrato ostacoli né svolte, perpetuando una pratica di "intonazione del mondo" che si ripete senza sosta sin dagli anni 70.
Il sole sta calando, la gente si raccoglie ordinatamente in un cerchio attorno a Palestine. Senza proferire parola, l'anziano "hippie" avvicina e allontana ripetutamente due calici che risuonano brillanti, attirando l'attenzione e assieme celebrando idealmente l'inizio del festival. Sedutosi sul panchetto, Palestine comincia a posare le dita sulle ottave della stessa nota, lasciandole risuonare come i bicchieri di poc'anzi e mimando la dispersione del suono nell'aria. L'essenza stessa del minimalismo primigenio ha inizio da una sola nota che attraversa da cima a fondo la tastiera, richiamando se stessa in un'eco ossessiva. Il sustain pedal rimane premuto per un'ora intera, nessuna percussione si spegne all'improvviso: l'incanto della strumming music torna a manifestarsi nel miglior contesto immaginabile, laddove non può contringersi nello spazio limitato di una stanza.
Sospetto che il fine ultimo sia quello di non avvertire più quella nota, lasciare che a un certo punto, dall'iniziale percezione distinta, essa equivalga la percezione sensoriale che non ci raggiunge durante il sonno. Ben dopo l'induzione in questo stato di trance il performer si concede qualche progressione tonale, percorrendo gli stessi intervalli che solitamente guidano l'accordatura di un'orchestra; ma come è facile intuire, qui l'unica orchestra è formata da coloro che si sono fermati ad ascoltare, oramai rapiti dalla quieta semplicità di Palestine, mentre tutt'attorno si erge il frinire di cicale che prenderà il posto del silenzio, una volta sfiorata la più acuta sommità dei tasti.

Seconda tappa poco dopo e poco oltre, ma già circondati da spesse fronde a fianco delle quali sorge un alto teepee indiano. È stato predisposto uno schermo per proiettare il video di Vincent Moon che costituirà l'elemento fondante, sia visivo che sonoro, per l'esibizione di Rabih Beaini (fka Morphosis), tra gli act di maggior rilievo in questa edizione. Il duo ci regala quello che è indubbiamente il momento più sperimentale della serata, laddove le increspature elettroniche di Beaini si confrontano in maniera sempre diversa con i canti e le danze ritualistiche del filmato; un altro simbolo di quel carattere meticcio che contraddistingue molta elettronica degli ultimi anni, contaminata tanto dalle culture profane e dal tribalismo quanto dal sacro e dal trascendente.
Su questo stesso tracciato esperienziale prosegue la mia esplorazione tra i giardini della villa. A lato di un lungo tunnel scandito da sovrastanti triangoli luminosi ci attende "Erratic", installazione a cura di BUKA: una ventina di steli/led che si attivano a intermittenza, creando ipnotici pattern bluastri nel mezzo di bordoni elettronici profondissimi. Uno spettacolo che avrei ammirato a lungo, se non fosse stato per l'imminenza del set di Biosphere, col quale si entra davvero nel clou della lunga serata.

Siamo ai piedi del main stage di Terraforma: ma guardando qualche foto è chiaro che per stile e conformazione esso pare più verosimilmente un altare futuristico, sul quale Geir Jenssen spalanca i cancelli delle sue visioni ambient-drone. Un intervento piuttosto breve e in parte penalizzato da volumi non adeguatamente elevati, inizialmente fisso su un accumulo di frequenze alte che daranno ancor maggiore risalto al tonfo sordo della seconda parte, più equilibrata ma anche più invasiva, al punto da sopprimere qualunque suono autoctono dalla natura circostante. Un contributo che non si sposta di molto dalle coordinate dominanti nel suo genere, ma che proprio per questo è stato accolto con l'entusiasmo che si riserva ai "classici".

Non c'è, non può esserci un attimo di tregua in una timetable così ambiziosa, così che il pubblico sa già di doversi avvicinare - e adesso lo spazio vitale va davvero restringendosi - per l'arrivo della star Helena Hauff, sfrontata dj e producer tedesca che sembra mettere d'accordo proprio tutti. E a ragione: la selezione di vinili che scatena la folla è un concentrato di beat retrò alla Kraftwerk riletti attraverso la contemporaneità dei maggiori protagonisti da dancefloor (post-)techno come Samuel Kerridge e Abdulla Rashim. Un'ora e mezza di sudore, fumo artificiale e polvere sollevata da piedi che non possono fermarsi, sorpresi senza soluzione di continuità da un drop via l'altro. Hauff conferma la sua veste migliore e a suo modo più creativa, offrendo un intrattenimento variegato e dai toni luminosi benché mai sotto gli standard della cultura elettronica che un pubblico come quello di Terraforma dimostra e ha motivo di esigere.

La lunga chiusura di serata spetta poi a Donato Dozzy, altra faccia della medaglia rispetto all'ambito del "ballabile": l'approccio e il materiale sono distaccati, asettici, da subito impattanti ma che si prendono ragionevolmente tutto il tempo per decollare davvero e prolungare la permanenza dei "terraformers" duri e puri ben oltre l'ora tarda. Le luci, i profumi degli stand gastronomici e l'atmosfera di assoluta eccitazione invitano a rimanere ancora un po', a respirare l'aria estiva di un festival che Milano ha aspettato a lungo, e che conta ancora due giornate di full immersion prima del ritorno alla norma. Occasioni uniche di cui è davvero difficile ritrovarsi insoddisfatti, al di là delle varie preferenze personali.
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