27/11/2016

Tuxedomoon

Duel Beat, Napoli


di Salvatore Setola
Tuxedomoon
Dieci minuti passate le ventidue. Sale un uomo sul palco. Costituzione corpulenta, profilo aquilino, capelli bianchi, completo nero, occhiali da medico della mutua. Si fa strada tra i cavi dell'amplificazione con passo caracollante. A vederlo così, sembra un impiegato del catasto in prepensionamento. Non gli daresti dieci centesimi. Non diresti mai che quel signore - all'anagrafe Blaine L. Reininger - ha fatto la storia della new wave più ardita e oscura, in combutta coi concittadini Residents e quell'apolide genialoide di Snakefinger. Non te lo immagini nemmeno lontanamente, venti minuti dopo, accanirsi con erotismo hendrixiano su uno dei suoi strumenti - quello preferito, il violino - mentre suona il valzer diabolico di "Tritone" in una colata lavica di stridori e rapidi fruscii con l’archetto. È uno dei pezzi forti - nonché il brano più esoterico - del repertorio dei Tuxedomoon, costruito in omaggio al tritono, ossia l’intervallo di quinta diminuita che a causa del suo carattere dissonante fu bandito per secoli dalle composizioni di musica sacra e derubricato a intervallo del diavolo.
 
Stasera Reininger e i suoi compagni, anche loro dei normalissimi signori dall’aria attempata, sono al Duel Beat – un ex-cinema di Pozzuoli riconvertito in discoteca e sala concerti – per suonare l’intera tracklist del disco da cui “Tritone” è tratta. Sono trascorsi esattamente trentasei anni da "Half-Mute", visionario esordio su album dei Tuxedomoon e, a giudicare dalla folgorante performance del quartetto, non un grammo di eversione estetica è andato disperso. Certo, i colpi del tempo non risparmiano nessuno, nemmeno gli eroi del cabaret occulto di San Francisco. Risale allo scorso marzo, infatti, la defezione dolorosa di Bruce Geduldig, arresosi a una lunga malattia. Alla sua amata memoria è dedicato lo show della serata, come recita lo schermo per le proiezioni allestito dietro la band, completata dagli altri tre membri storici: Steven Brown (che fa la spola tra i sassofoni e una Roland VK-7), Peter “Principle” Dachert (basso) e Luc Van Lieshout (tromba e armonica).
 
Suonare dal vivo un album fatto non soltanto di avventurose composizioni, ma anche di originali trovate sonore e timbriche, nonché di ambientazioni filmiche, rischia di diventare un’arma a doppio taglio che può minare l’identità dei brani, soprattutto se riproposti a distanza di oltre tre decenni,  con la tecnologia applicata alla musica che nel frattempo ha subito trasformazioni asimoviane. Un rischio lungo la cui lama i Tuxedomoon – complice una perizia tecnica raffinata dall’esperienza e una poliedricità congenita – scivolano con naturalezza, tanto che l’effettistica originaria ne risulta addirittura esaltata.
Insomma, nel riproporre in chiave live brani incisi quasi quarant’anni fa, la band californiana ha scelto la via della fedeltà piuttosto che quella del rimescolare le carte in tavola. Ricorrendo ai servigi di un laptop, il brusio di sottofondo di “Nazca” e il travolgente ritmo sintetico di “What Use” restano immacolati, al pari della resa di “Loneliness”, “Fifth Column” e “Volo Vivace”. L'aderenza alla fonte, tuttavia, non diventa mai rigore manicheo, così i piccoli inserti improvvisati permettono di cogliere in modo più nitido che su disco le influenze free-jazz nei viaggi fantasiosi di Brown al sax soprano e quelle fusion nelle distorsioni wah wah della chitarra in “59 To 1”. 
 
Al termine di "Half-Mute" c’è ovviamente spazio per una carrellata di brani sparsi dal loro repertorio: il tango alla luna in smoking di “East/Jinx” dall’altro loro capolavoro "Desire", “This Beast” e “Time To Lose” ancora dal materiale inciso nei primi anni Ottanta, per concludere con un salto in "Vapour Trails" del 2007 (“Muchos Colores”).
Personalmente, dissipati i timori di qualche patetica operazione-nostalgia, mi resterà il ricordo di quattro musicisti sopraffini e poliedrici, rivoluzionari senza pose da rivoluzionari. Antirockstar che tengono il palco con sobrietà, come fossero il panettiere sotto casa mentre impasta il pane o un avvocato che consulta il codice civile il giorno prima di una causa in tribunale. Quanto li avrebbe amati Gustave Flaubert! Lui che raccomandò all’artista: "Nella vita sii regolare e metodico, come un borghese, così potrai essere originale e sfrenato nella tua opera".
 
Per il bis Reininger risale sul palco e annuncia in un buon italiano: “Questi sono i nostri ultimi due pezzi”.  Dal pubblico parte qualche rimostranza, di bellezza non sono mai sazi i nostri sensi. Al che, con gran classe replica: “Ragazzi, dobbiamo andare via. Mia mamma mi sta chiamando”. Poi, ghignando, aggiunge: “Mia mamma è morta da tempo, mi sta chiamando di molto lontano” (sic). Anche la vostra musica, vecchio Blaine, ci chiama di molto lontano. Per questo, in quell’attimo che l’abbiamo vicina, talmente vicina da sentirla come se la stessimo suonando noi, non vorremmo mai distaccarcene. Quasi fosse una persona cara che, a distanza di quarant’anni, è venuta a trovarci da un altro mondo.  

In loving memory of Bruce Geduldig 
Tuxedomoon su OndaRock
Recensioni

TUXEDOMOON

Pink Narcissus

(2014 - Crammed Discs)
Gli alfieri della sperimentazione new wave tornano con un nuovo omaggio al cinema d'autore underground ..

TUXEDOMOON

Cabin In The Sky

(2004 - Crammed Disc)

TUXEDOMOON

Half-Mute

(1980 - Ralph)
Il diabolico teatro avant-wave della formazione americana

News
Speciali

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.