07/07/2017

Alessandro Mannarino

Postepay Sound Rock In Roma, Roma


di Federico Piccioni
Alessandro Mannarino

Alla mia sinistra c'è lui, con la bandana sulla fronte. Non ne conosco il nome, l'età, la storia, ma la provenienza la intuisco in meno di venti secondi. Se gli artisti avessero il loro "tifo organizzato", lui sarebbe il capo ultras. Sfrega le scarpe sulla terra, saltella, intona cori con gli amici: "O mamma', come se fa? Ce dicono de vive da morti, e poi resuscita'". Ripete la frase dieci-venti-trenta volte, con le braccia al cielo e lo sguardo fiero. Sprigiona energia da tutti i pori, anche se è solo il crepuscolo e il concerto non sembra dover iniziare in pochi istanti.

Alla mia destra c'è Sara, studentessa, bionda e con gli occhiali. Di Roma anche lei, Roma Nord. Faccio una battuta sugli stereotipi: Roma Nord contro Roma Sud, una di quelle battute che fa chi Roma la conosce da poco e vuole fare il simpatico. Mi consiglia di astenermi e io non posso biasimarla. Rispetto al ragazzo ultras lei pare più ortodossa nei modi, ma lo è anche nei gusti. "L'ultimo album mi fa schifo", mi dice. "Neanche l'ho ascoltato". Le faccio notare che le sue due ultime affermazioni sono in aperta contraddizione. Lei rimane interdetta per qualche secondo e poi mi guarda come se stesse guardando uno che in trenta secondi ha già parlato troppo: "Ne ho sentite due e m'è bastato".

Per ultimo album intende "Apriti cielo", uscito a gennaio e, non me ne voglia Sara, disco che dal vivo funziona da morire. "L'arca di Noè" è quella che trascina di più, anche se "Babalù" non è da meno. Inizia tutto con una donna in mezzo al palco, a luci semispente, mentre l'intro del "Bar della Rabbia" (2009) accompagna il movimento della bandiera gigantesca che tiene tra le mani. “Suona, fanfara sgangherata…”. È la bandiera di nessuno o la bandiera di tutti, come vi pare. È la bandiera dell'amore, che per Mannarino è sempre stata l'unica salvezza, l'unica cosa che conta veramente.

Il mio orecchio sinistro soffre il gruppetto di "ultras", mentre la bionda, dopo la doppietta "Apriti cielo" e "La frontiera", mi guarda, storce le labbra e sputa fuori un "inqualificabbile" che non ammette repliche. Tra me e me penso che è il capolinea di un amore, la recriminazione che precede la fine, ma evito di dirglielo, perché mi sembra di aver già parlato troppo. Non mi sono mai sbagliato tanto. È bastato ripescare dal repertorio più stagionato per farmi tornare in mente quel proverbio sul litigare e sul vero amore. A "Scendi giù" Sara impazzisce, urla tutto quello che può urlare e non ha neanche tempo di commentare che parte subito "Osso di seppia". Durante il ritornello perdo il mio timpano sinistro e penso al tizio che la mattina dopo lo ritroverà in mezzo ai bicchieri di birra svuotati e trucidati. Ovviamente non ho idea di come sia fatto un timpano e neanche di come Mannarino abbia potuto scrivere una canzone così intensa, così struggente e così epica, tra tesori, abissi metropolitani, pirati e isole pedonali. Se qualcuno alla mia sinistra, con la bandana sulla fronte, mi sta chiedendo perché ne sono sorpreso, non posso sentirlo.

Tra un pezzo e l'altro Mannarino parla. Dice di quando ha passato un brutto momento e non scende in dettagli, perché per quelli c'è tanta cronaca nazionale. "Voi c'eravate sempre", dice e lui è uno di quelli che dice spesso le parole "noi" e "voi", ma ancora di più la parola "loro". Dice che i confini e le bandiere sono creazioni loro, fatte apposta per fare i soldi e per dividerci. Dice che a volte fa bene farsi sommergere dalla natura, camminare in mezzo ai boschi, rimanere soli in quei luoghi dove loro non possono filmarci, non posso controllarci e dove non ci sono poliziotti. Poi chiede l'attenzione e rivolge un appello al sindaco Raggi: "Chiedo solo questo: meno preti e più prati". Con l'orecchio destro avverto un boato di approvazione che proviene dall’altro lato e che il sinistro non coglie semplicemente perché non può, poi parte "Tevere Grand Hotel". Mentre la musica scorre, chiedo al fan sfegatato chi fossero questi loro di cui parlava, ma lui si limita a guardarmi male e a fare spallucce. In fin dei conti il seguace di Mannarino non può che seguire la filosofia di Mannarino e come canta in "Vivo" ("vivendo la vita, riga su riga l'ho scritta, me ne andrò senza averla capita") l'esistenza non va capita, va vissuta attraverso le piccole cose, perché solo in queste esiste vita.
"Cerco di notte una donna smarrita, m'aggrappo ai suoi fianchi, m'aggrappo alla vita". È tutta lì la vita per Mannarino, nei fianchi di una donna o in una bottiglia di vino, un concetto che in prima battuta mi affascina, ma che a rifletterci un secondo in più mi mortifica, perché mi disegna in testa l’immagine di qualcuno che inizia a scavare per trovare un tesoro e che si ferma dopo aver trovato un centesimo con due colpi di pala. Durante i bis (che usa per omaggiare le sue donne, "Maddalena" e "Mary Lou") mi rendo conto di quanto le parole di Mananrino si trasformino e cambino di spessore, a seconda che siano accompagnate dalla musica o che rimbombino nel silenzio più assoluto. Nel primo caso, hanno motivo di esistere; nel secondo lo perdono.

Il miscuglio di Sudamerica e Roma tiene bene. Lui sul palco sembra estasiato e a tratti spaesato. Gli artisti che lo circondano lo reggono come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, soprattutto le figure femminili: precise, potenti e sceniche. Quando Mannarino chiude il conto con "Apriti cielo", tutta la seconda parte del concerto è per i vecchi successi e anche lui sembra divertirsi di più. Sara è praticamente in lacrime. "Inqualificabbile" sembra una parola che è uscita senza volerlo, una di quelle che vengono dette solo perché dopo un litigio fatto per bene è sempre più bello fare pace.



Setlist

Roma
L’impero
Apriti cielo
La frontiera
Gli animali
Babalù
Vivo
Arca di Noé
Quando l’amore se ne va
Fatte bacia’
Statte zitta
Un’estate
Scendi giù
Osso di seppia
Tevere Grand Hotel
Serenata lacrimosa
Scetate vajo’
Me so mbriacato

Encore

Bar della rabbia
Maddalena
Mary Lou
Vivere la vita

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