26/02/2017

Andy Shauf

Circolo Magnolia, Milano


di Michele Palozzo
Andy Shauf

Mi sono detto sulla strada verso il Magnolia, in tangenziale con un amico: “Quello di Andy Shauf potrebbe essere il concerto perfetto per una domenica sera”, mentre nella testa già mi risuonavano le delicate strofe di “The Party”, gioiello di poesia “ordinaria” del quale, ahimè, non molti si sono ricordati nelle classifiche dello scorso anno. Restava solo un dubbio da fugare: come avrebbe fatto il timido songwriter del Saskatchewan a riproporre dal vivo la ricchezza di sfumature cameristiche del suo ultimo album?

È presto detto: dopo il set d’apertura di Old Fashioned Lover Boy, cantautore folk nostrano, al sèguito di Shauf si presenta sul palco la classica sezione ritmica di basso e batteria e ben due clarinettisti, ai quali viene affidato l’esclusivo ruolo di coloritura melodica prevista per ciascun brano. La scelta è tanto curiosa quanto efficace: posizionati sull’estremo lato destro del palco interno, i fiatisti attendono pazientemente i passaggi strumentali e sopperiscono all’assenza obbligata di archi e tastiere; si tratta già di una line-up piuttosto nutrita, se consideriamo che di norma il polistrumentista canadese si destreggia in quasi assoluto isolamento tra le parti registrate in studio.

Aprono la scaletta di questa data milanese (la seconda italiana, dopo il "Mattatoio" di Carpi) tre canzoni dal repertorio passato: per me più che altro una piacevole scoperta, attualizzata al sound di “The Party” in virtù dell’inusuale formazione in tour di quest’anno. È poi la volta di “Quite Like You”, tra i pezzi più ritmati e orecchiabili del concept assieme a “Eyes Of Them All”. Se il tono della voce di Shauf risulta assolutamente impeccabile e bilanciato, lo stesso non può dirsi della chitarra appena sfiorata, in certi casi a tal punto da disperdere la tonalità dominante del brano, altrimenti retta da un basso fin troppo accentuato sulle levette del mixer (e le dimensioni della venue invernale di certo non aiutano).
All’appello della recente tracklist, se non erro, manca soltanto il lento sincopato di “Begin Again”, che in effetti deve il suo fascino alla centralità del pianoforte, mentre i restanti brani vengono adattati egregiamente senza sminuirsi nella riduzione dell’organico.

Una quieta commozione avvolge momenti più intimisti come “Early To The Party” e la ballata della festa già finita, “Martha Sways”, finché si giunge all’atteso singolo di lancio “The Magician”, sul quale in pochi si trattengono dal canticchiare il tema centrale. C’è però voglia e spazio per un ultimo bis altrettanto accorato: “Wendell Walker”, ricordo di un’amicizia coltivata lungo gli anni nella piccola periferia canadese, conferma l’innata vocazione di Shauf a uno storytelling umile e sensibile, capace di tratteggiare con poche note e parole i sentimenti di una vita da malinconico outsider, di interpretare con lucidità ciò che di bello e di tragicomico attraversa le nostre relazioni quotidiane. Di certo non restano tracce di amarezza dopo un concerto così sincero e di rara eleganza, e in effetti la settimana sembra cominciare con tutt'altro spirito.

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