16-20/8/2017

Berlin Atonal

Kraftwerk Berlin, Berlino


di Marco De Baptistis
Berlin Atonal

Anche quest’anno il festival Berlin Atonal si è rivelato un appuntamento fondamentale per tutti gli amanti dell'elettronica e della musica di ricerca elettroacustica contemporanea: dalla techno al noise, passando per le ultime evoluzioni della musica elettronica post-industriale.
Dal 16 al 20 agosto i locali della Kraftwerk Berlin, un’enorme centrale elettrica in disuso nel quartiere Mitte, e gli spazi contigui del club Tresor hanno ospitato uno spaccato abbastanza variegato delle ricerche in corso, unendo passato, presente e futuro con performance audio/video realizzate ad hoc, premiere e presentazioni di nuove uscite.
Abbiamo seguito per voi i cinque intensissimi giorni del festival berlinese. Tutte le foto sono di Helge Mundt e Camille Blake, per gentile concessione del Berlin Atonal.

Mercoledì 16 agosto

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Il festival di quest’anno è stato aperto magistralmente dal pianista Reinhold Friedl che, assieme al compositore Iancu Dumitrescu, ha organizzato un concerto in memoria del compositore rumeno Ana-Maria Avram, una figura-chiave dello spettralismo, tragicamente scomparso quest’anno. Due sono state le composizioni suonate da Friedl sul palco dello Stage Null: “Piano High Energy” di Dumitrescu e “Klavierutopie” di Avram.
In seguito, sul palco principale, Kathinka Pasveer eseguiva "Oktophonie" di Karlheinz Stockhausen. Gli spazi della Kraftwerk, moderna cattedrale post-industriale, sono stati uno scenario spaziale affascinante per la composizione del maestro tedesco: otto gruppi di altoparlanti diffondevano la composizione di Stockhausen avvolgendo letteralmente gli ascoltatori.
Collaborazione degna di nota, quella tra il produttore giapponese ENA e il sound artist tedesco Rashad Becker, tra minimali geometrie sonore e riverberi che anche qui creavano un’atmosfera quasi zen, echeggiando ovviamente anche il recente “Traditional Music of Notional Species Vol. II” di Becker.

Valido è stato anche il concerto di PYUR, alias di Sophie Schnell, reduce dall’ottimo album di debutto “Epoch Sinus”, realizzato l’anno scorso. Qui la Schnell presentava una performance intitolata “Oratorio For The Underworld”.
Per la felicità di tutti gli appassionati di library music, la Bbc Radiophonic Workshop ha chiuso la serata del Main Stage con un excursus nella loro lunga carriera (iniziata nel lontano 1958) di pionieri indiscussi di una certa sperimentazione elettroacustica, ancora oggi alla base di molta musica contemporanea. Molti sono stati i video d’epoca proiettati durante la lunga esibizione dell’ensemble.
Negli spazi un po’ angusti dell’OHM, il musicista svedese Mats Erlandsson realizzava nel frattempo un ottimo set a base di drone music. Degno di nota, anche il dj set DnB presentato dai Demdike Stare, un buon antipasto della loro performance di giovedì nel Main Stage.
Punto forte della seconda parte della serata sono stati i concerti di Carla dal Forno e dei Wolf Eyes nello Stage Null.
La giovane promessa scoperta dalla Blackest Ever Black non delude in sede live, anzi stupisce per la capacità di coniugare in maniera originale melodie raffinate, tra synth-pop e reminiscenze wave, con delle leggere oscurità drone-ambient sullo sfondo.
L’esibizione dei Wolf Eyes è stata uno dei punti più alti del festival, tra noise e psycho-jazz, un’acidissima versione post-industriale di melodie sixties trasfigurate che ricordava un po’ le sperimentazioni no wave di gruppi come The Contortions, Mars e Teenage Jesus and the Jerks.
Non mancava ovviamente un afterparty nell’attiguo Tresor con Moritz von Oswald, Sigha e CEM, per chi aveva voglia di ballare.

Giovedì 17 agosto

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Anche la giornata di giovedì si è aperta con un concerto dedicato alla memoria di un artista scomparso: Mika Vaino. Lucio Capece, Mattin e Morten Olsen hanno realizzato per l’occasione la performance inedita “Trahnie Farewell”.
Sono da segnalare, nella prima parte della serata all’interno degli spazi del Main Stage, il concerto delle LCC, efficacemente supportate dai video realizzati da Pedro Maia, e il bellissimo live-set di Abul Mogard, un’esperienza ambient-drone immersiva, letteralmente post-industriale, realizzata dall’anziano ex-operaio siderurgico e artista serbo.
Il live-set dei Demdike Stare si avvaleva di un’ottima parte video a cura di Michael England; memorabile soprattutto per merito di quest’ultima. Dal duo inglese forse ci sia aspettava qualcosina di più e, sinceramente, abbiamo preferito il loro dj-set della sera prima nell’OHM.
Il culmine della serata però è stata la performance dei Damien Dubrovnik che qui presentavano il loro ottimo disco “Great Many Arrows”, uscito proprio quest’estate per Posh Isolation. Tra deviato romanticismo e harsh noise, i danesi Loke Rahbek e Christian Stadsgaard hanno messo in scena un "teatro della crudeltà" capace di evocare melodie di struggente bellezza, tra i picchi delle urla distorte di Rahbek.

La seconda parte dello Stage Null è stata anch’essa ottima, anche grazie al live ispirato di JASSS, giovane artista da tenere d’occhio. Dopo un paio di buoni Ep per Mannequin Records, lei è ormai prossima al suo debutto su lunga distanza per la svedese Ideal Records. Da quello che abbiamo sentito nel live-set, si annuncia un album notevole.
Mick Harris non dovrebbe aver bisogno di presentazioni: batterista dei Napalm Death, responsabile di progetti storici come Scorn e Lull, nonché membro dei Painkiller, gruppo free-jazz/grindcore con John Zorn e Bill Laswell. All’Atonal presentava “Fret” progetto solista improntato a un ritmato e noiseggiante dub industrial che non ha fatto prigionieri. Difficile rimanere fermi di fronte alle scariche ritmiche e ai bassi che uscivano dal potente impianto dello Stage Null. È stato sicuramente il culmine della seconda parte della serata.
Dopo il coinvolgente live di Nene Hatun, artista nata a Istanbul, ora residente a Berlino che incide attualmente per Bedouin Records (label che ha sede negli Emirati Arabi Uniti), è stata la volta del dj set del producer inglese Pessimist che, forse anche complice l’ora tarda, ci è apparso leggermente sottotono. Peccato, viste le buone produzioni del Nostro, ma ci riserveremo un giudizio più compiuto su di lui dopo aver ascoltato il suo recente album uscito per Blackest Ever Black. 

Venerdì 18 agosto

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Molti gli spettatori accorsi, in particolare, per la serata del venerdì. L’Atonal era strapieno per quello che da molti era considerato il clou del Festival. In effetti, con un programma che annoverava, tra i tanti, Main in coppia con Regis e Roly Porter assieme a Paul Jebanasam, nonché la noiser danese Puce Mary, non si poteva proprio mancare.
La serata si apre subito benissimo con Yair Elazar Glotman che presenta “Blessed Initiative”, album uscito l’anno scorso in cui nastri manipolati e field recording venivano rielaborati e ricomposti con un KYMA, un’innovativa sound design workstation. La performance audio/video è stata molto coinvolgente, con Glotman che nel finale suonava uno shofar, un corno rituale ebraico, dal vivo.
Si continuava con l’atteso debutto live di un nuovo progetto in uscita per Raster, il misterioso duo Belief Defect, tra serrate e scurissime ritmiche elettro-industrial a base di visioni distopiche. È stato un live-set intenso e ansiogeno, per uno degli esordi più interessanti dell’anno. Il duo presentava il suo primissimo album “Decadent Yet Depraved”, un ottimo lavoro capace di ridisegnare i confini della label di Olaf Bender aka Byetone (un disco così non sfigurerebbe nel catalogo di etichette come Hands o Ant-Zen).
Puce Mary presentava una performance intitolata “A Feast Before The Drought”, sulla scia del suo ultimo Lp “The Spiral” che ha confermato, se ancora ve ne fosse bisogno, il suo ruolo di regina indiscussa del power electronics, ovviamente in una sua versione personale e viscerale, capace di mettere al centro il corpo e le sue pulsioni. È stato uno dei live-set più intensi e potenti del festival, denso di urla e clangori industriali, al pari di quello dei compagni d’armi Damien Dubrovnik. La noiser danese non si è risparmiata ed è riuscita nell’impresa di affascinare il vasto pubblico dell’Atonal che le ha tributato un lungo applauso.
Anche la collaborazione tra Main aka Robert Hampson (Loop) e la leggenda della techno Regis non ha deluso le attese con un set tra noise, drone e techno scurissima. È stato un live che ha visto un crescendo nel finale, forse più per merito di Regis che di Hampson.

Su Roly Porter e Paul Jebanasam che dire? Un’esperienza veramente sconvolgente, tra nebbie e luci infernali, capace di assalti al rumore bianco, brusche accelerazioni e sghembe traiettorie post-dark ambient che divenivano qualcosa di alieno. La performance s’intitolava “Altar” e c’è da augurarsi che il sodalizio tra i due si traduca in qualche uscita discografica futura.
Ricchissimo anche il programma nello Stage Null con l’artista italiano Marco Shuttle che presentava il suo nuovo album “Systhema”, uscito quest’anno per la label di Donato Dozzi, “Spazio disponibile”.
Nel Tresor, oltre ad Anastasia Kristensen, Shed e Pinch, suonava anche Richard Fearless e si è andati avanti ben oltre l’alba.

Sabato 19 agosto

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Sabato abbiamo seguito il live-set di Anthony Linell che si avvaleva dei video realizzati da Kimberly Ihre. La performance virava su lidi più ambient rispetto ai lavori che il musicista svedese ha realizzato con lo pseudonimo di Abdulla Rashim: tra Donato Dozzy e una certa tradizione dark-ambient scandinava, il tutto accompagnato da un immaginario acquatico proiettato sullo schermo.
Subito dopo c’è stata l’esibizione di Fis e Renick Bell, duo che ha lavorato su algoritmi compositivi generati al computer usando software open source, il cui risultato ricordava un po’ alcune astrazioni degli Autechre.

L’esibizione di Shackleton assieme ad Annika Henderson, coadiuvati da Strawalde e Pedro Maia per la parte video, è stata indubbiamente una delle performance migliori di sabato. Era la presentazione del loro album “Behind The Glass”, sorta di viaggio rituale tra percussioni e derive avant-trance, molto debitrice degli ultimi Coil. Molto più coinvolgente in sede live che su disco, la prestazione includeva Takumi Motokawa alle tastiere e un ottimo Raphael Meinhart alle percussioni. La voce di Anika ben si sposava con la musica realizzata da Shackleton, narrando storie di amore, sottomissioni, desiderio e destino come fossero delle favole surreali.
Siamo rimasti favorevolmente colpiti anche dalla performance degli svedesi Roll The Dice, intensa e oscura downtempo dalle venature industrial. L'esecuzione era ispirata al loro ultimo ottimo album “Born To Ruin”.

Estremamente deludente, invece, il sodalizio tra Powell e l’artista Wolfgang Tillmans. Il producer inglese è stato di una banalità disarmante, mentre il fotografo tedesco Tillmans ha avuto la cattivissima idea di improvvisarsi vocalist sulla techno di Powell: stile cover-band ubriaca degli Underworld. Sicuramente è stata da dimenticare la parte sonora, da pseudo-situazionismo involontario. Un discorso a parte meriterebbero le immagini realizzate da Tillmans, proiettate durante l’esibizione.
Molto meglio seguire Daniel Araya negli spazi dell’OHM. L’artista svedese ha fatto un ottimo live-set acid-techno a base di Roland TB-303 e TR-606.
Nello Stage Null abbiamo visto Hypnobeat, storico progetto degli anni Ottanta, ovvero James Dean Brown, qui coadiuvato dalla giovane producer e dj tedesca Helena Hauff. Un crescendo incredibile di techno oldschool a base di ritmiche ottenute con una Roland TR-808 che, utilizzata in quel modo, creava realmente uno stato di ipnosi.

Altro ottimo live è stato quello del producer Broken English Club (ora su L.I.E.S.), elettro-techno industrial Ebm di nuovo corso, capace di far muovere persino i morti. Deludente e piatto, invece, quello della russa Inga Mauer.
Spostandoci negli spazi affollatissimi del Tresor, abbiamo seguito il buon live-set degli Ulwhednar, sodalizio tra Abdulla Rashim e Varg: pura techno-ambient scandinava con schegge di rumor bianco post-industriale per un’esperienza immersiva e avvolgente, anche se la sala era veramente troppo affollata.
Degna di nota anche la chiusura allo Stage Null con il dj-set techno Ebm degli Schwefelgelb.

Domenica 20 agosto

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Domenica lo svedese Varg ha presentato una serie di giovani artisti sotto la sigla Nordic Flora. Una prima parte di concerti era organizzata nello Stage Null, la seconda nel Main Stage. Ecco il verdetto: l’inizio è stato abbastanza interessante, con la giovane SKY H1 (che esce su Pan), tra ambient, grime e contaminazioni varie (a un certo punto del set è comparso anche un frammento sonoro che ricordava un pezzo di The Orb).
Seguiva una performance di Varg con uno spoken word dell’artista americana Chloe Wise, con annessi video, tra situazionismo ed estetiche volutamente kitsch estrapolati in parte dal mondo della rete e in parte da quello dell’alta moda. Tutto sommato, sarebbe stato divertente se fosse durato meno.
L’americana Swan Meat ci è apparsa abbastanza interessante nella sua commistione tra post-grime e urla harsh-noise in falsetto, anche se ancora un po’ acerba. Inoltre, sembrava avere dei problemi con il microfono all’inizio della sua esibizione.
Oil Xl, anche lui giovanissima promessa che ha pubblicato un brano sulla compilation “Mono No Aware” (uscita sempre per Pan) è stato abbastanza evanescente, proponendo un’ambient innocua e insipida.

Trasferendoci al piano di sopra abbiamo ascoltato e visto ECCO2K, rapper, designer e producer svedese che si muoveva tra cloud rap e trap rallentata a base di auto-tune, un po’ ispirata a quella di Yung Lean ma senza averne il carisma: un’esibizione anch’essa piuttosto noiosa e scontata.
Per fortuna, a salvare il tutto ci pensa prima Matty Bye alle tastiere (compositore di moderne colonne sonore per film muti) che duetta con Varg. Successivamente è la volta del sodalizio tra l’onnipresente Varg e la cantante svedese AnnaMelina che ha raggiunto intensi picchi emozionali con una sorta di cloud pop-downtempo diafano che, complice anche la buona scenografia, ha salvato un po’ lo stage del Nordic Flora. Apprezziamo il coraggio di proporre qualcosa che esulava un po’ da certi stereotipi techno per gente nerovestita (tra cui ci siamo anche noi, ovviamente) ma la cosa poteva essere proposta e dosata un po’ meglio.

La serata viene tirata un po’ su dai Pact Infernal, misteriosa entità dark, sospesa tra techno drone e dark-ambient ben amalgamata nelle sue componenti. Tra loro e i Belief Defect il nostro lato oscuro è pienamente appagato.
L’esibizione della cinese, ora residente a Berlino, Pan Daijing (anch’essa della scuderia Pan), è stata meravigliosa, il picco della serata, tra esplosioni catartiche di rumore e tensioni drammatiche che coinvolgevano il corpo e la corporalità: danza, video e sperimentazione sonore come ci piacerebbe sempre vedere qui all’Atonal. “Fist Piece” questo è il nome della performance, che si è avvalsa anche della collaborazione della cantante soprano Yanwen Xiong.
Molto interessante anche il live degli Emptyset, che hanno beneficiato di un ottimo impianto e un buon gioco di luci che ben accompagnava i loro deflagranti beat techno-noise industrial.

A questo punto, possiamo ritenerci soddisfatti, anche se un po’ stanchi per avere seguito tutti e cinque i giorni di un festival che sicuramente fa parlare di sé: un evento con un respiro internazionale capace di attirare presenze straniere, non solo berlinesi, e soprattutto non solo amanti della techno (pur ben rappresentata, forse anche troppo).
Diversificare, evolversi, dialogare con le Arti (con la maiuscola) è necessario se non si vuole rimanere ancorati al passato, tra piagnistei sulla gentrificazione e i rimpianti sulle piccole nicchie sottoculturali oramai moribonde. Chi si lamenta che non c’è musica nuova, che non rischia e non si mette in gioco, non viene a festival come questo.
Oltre all'innovazione, c'è stato anche spazio per un passato glorioso, qui ben rappresentato: dalla musica elettroacustica contemporanea (con performance di brani di Stockhausen e Avram) sino alla library music (la storica Bbc Radiophonic Workshop), non dimenticando le sperimentazioni post-industriali di maestri come Hypnobeat e Mick Harris. Certo, ci sono state anche delle cadute di tono, come l’accoppiata Powell e Tillmans o come alcune parti dello stage di Nordic Flora, ma sono state bilanciate da molte esibizioni a fuoco, in cui anche lo scenario, le luci, le videoproiezioni della Kraftwerk Berlin hanno avuto il loro ruolo fondamentale. 



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