15/07/2017

Brian Wilson

Umbria Jazz, Perugia


di Massimiliano Speri
Brian Wilson

Piaccia o meno, l’ormai ultraquarantenne festival di punta dell’estate perugina ha da tempo dismesso le iniziali prerogative jazzistiche, ma non la volontà di ospitare artisti che hanno fatto la storia della musica: lo testimonia l’edizione di quest’anno, il cui piatto forte è uno dei più gloriosi dinosauri del pop-rock. Sull’onda della nuova giovinezza delle canzoni dei Beach Boys presso la Primavera-generation, del successo del riuscito biopic “Love And Mercy” e delle trionfali celebrazioni per il cinquantenario di “Pet Sounds”, Brian Wilson si sta godendo una terza età di lusso, proseguendo la riemersione dalle tenebre inaugurata a inizio millennio dalla pubblicazione del chimerico “Smile”, con cui ha congedato i propri fantasmi una volte per tutte. Ciò non toglie che la precaria salute psicofisica del genio californiano (che tanto ruolo ha avuto nel trasformarlo, suo malgrado, in un improbabile eroe della cultura popolare, tra i pochi padri nobili rispettati addirittura dai punk grazie al suo status di freak involontario) rimanga un’incognita, ed è una delle ragioni che rende unica e preziosa ogni sua esibizione, inclusa quella che sto per raccontarvi: Brian Wilson è il tipo di artista che vai a vedere dal vivo anche e soprattutto per sapere come sta.

Con un ritardo giustificato dal tempo incerto e dalla lentezza con cui il pubblico si dispone in platea, il sipario si solleva davanti ad una piccola orchestra già schierata, in cui spiccano almeno tre ospiti di prestigio: l’original Beach Boy Al Jardine, suo figlio Matt e lo storico collaboratore Blondie Chaplin. Al centro non può che esserci Lui, appesantito sultano appollaiato dietro al pianoforte come un santone; ed è proprio Brian ad introdurre la serata salutando il pubblico e annunciando la prima canzone, il programmatico anthem “California Girls” (minata da alcuni problemi tecnici risolti un paio di brani dopo), a cui seguiranno una sfilza di evergreen pescati sopratutto dalla prima stagione surf, da “I Get Around” a “Don’t Worry Baby” passando per “Surfer Girl”. Il clima è informale e molto americano, con il Nostro che introduce ogni canzone e presenta i membri della band manco fosse un intrattenitore da casinò. Da subito, però, sia l’artista che l’uomo appaiono tanto rilassati nei siparietti quanto in difficoltà durante le esecuzioni, con la voce stremata che va e viene disorientando i fonici e richiedendo spesso il supporto di Jardine e Chaplin, che cantano intere canzoni per non provare troppo lo stoico leader: a tratti sembra di trovarsi di fronte ad una sorta di Daniel Johnston impomatato, che pare aggrapparsi con tutte le sue forze alla tastiera per non perdere un equilibrio che non gli è mai appartenuto, martire del rock votato ad una sofferenza tanto eroica quanto tenera. La contrapposizione tra la tragica fatica di Wilson e l’ineccepibile perizia dei musicisti che lo accompagnano crea un contrasto di grande intensità, come se dei soldati fedeli facessero quadrato intorno al loro comandante ferito: una scena madre quasi cristiana, curiosamente contrappuntata da canzoni che parlano di sole, mare, motori & belle ragazze. 

Dopo una decina di brani, si arriva finalmente alla pietanza più attesa: “And now, we’re going to play the ‘Pet Sounds’ album!”, gracchia Wilson tra il giubilo del pubblico, ed ecco arrivare l’intro soprannaturale di “Wouldn’t It Be Nice” a schiuderci copiosamente i dotti lacrimali. L’album che ha cambiato per sempre forma & sostanza del pop d’autore ci viene dispiegato davanti con un’abile combinazione di timbri d’annata e tecnologia contemporanea, riuscendo nell’ardua missione di non far sfigurare uno dei suoni più inafferrabili mai ottenuti e riportando a casa un’architettura di armonie vocali che regge il confronto con il caleidoscopio originale. Le performance di Brian continuano a barcollare, ma ancora una volta il suo strazio contribuisce a rendere mostruosamente coinvolgente ogni nota, ogni verso, ogni gesto, che sembra sempre poter essere l’ultimo. Apprezziamo, inoltre, un regalo che testimonia quanto l’autore voglia bene al suo pubblico: laddove chiunque altro avrebbe limato melodie così complesse per venire incontro a delle possibilità vocali ormai limitate, Wilson sceglie di riproporre i brani senza alcun tipo di manipolazione, fregandosene delle imperfezioni e ottenendo un effetto quantomai toccante. Calcolando che stiamo parlando di un settantacinquenne che ne ha passare di cotte e di crude, che potrebbe vivere di bolsa rendita e invece ancora gironzola per il mondo a deliziare i suoi tanti fan, la dedizione alla causa è a dir poco ammirevole. E poi, diciamocela tutta: le canzoni dei Beach Boys sono così perfette che rovinarle è un’impresa al di là delle possibilità umane, e ascoltare dal vivo questo album leggendario è un’esperienza talmente emozionante da alzare la soglia d’indulgenza, anche solo per la sottile autoironia con cui Brian bofonchia frasi come “I feel so broke up, I wanna go home” o “I guess I just wasn’t made for these times”…

Allo sfumare di “Caroline, No” la commozione si mescola con lo stordimento, al punto che si fatica a capire se si è ascoltato dello scalmanato rock’n’roll o una suite di musica barocca, tanto è denso e tridimensionale lo spectoriano muro di suono eretto nell’ultima, perlacea mezzora. E se gli stati confusionali sono i momenti migliori per assestare un colpo di grazia, Brian non se lo fa ripetere due volte e tira fuori dal cilindro il brano che più di ogni altro lo ha consegnato all’immortalità: “Good Vibrations” tiene fede al titolo ed è subito una frizzante festa psichedelica, che elettrizza gli stessi musicisti e ne esalta la bravura. In un climax sempre più contagioso si chiude il cerchio con un’altra vagonata di classiconi della prima ora: “Help Me, Rhonda”, “Barbara-Ann”, “Surfin’ USA” e “Fun Fun Fun” rinascono a nuova vita pur preservando il loro sapore inequivocabilmente sixties. Tutti scendono dalle gradinate e si buttano sotto il palco a ballare come davanti ad un gigantesco jukebox vivente, in un coloratissimo limbo che stravolge la storia e la geografia. L’estate, però, non dura per sempre, e anche questa serata si avvia alla conclusione: il congedo non può che avvenire con una “Love and Mercy” dolce come una buonanotte. Il brano non è ancora terminato che Brian si è già alzato, malfermo e visibilmente stanco, ma sorridente. Un formale inchino collettivo, e il sipario si abbassa di nuovo. Niente bis o pagliacciate ruffiane: al cospetto della Storia le convenzioni dello spettacolo dal vivo sono destituibili senza traumi.

Tirando le somme, un’esibizione buona per tutti i gusti, corretta ma non ingessata, apertamente nostalgica ma tutt’altro che impregnata di naftalina, anzi energica dall’inizio alla fine, con le canzoni sparate una di fila all’altra in un potente atto unico e la band a macinare a pieno regime. E Brian, titano visionario fragile come un bambino in una stanza buia, rimane un essere umano che è difficile non adorare.

Setlist

California Girls
Dance, Dance, Dance
I Get Around
Salt Lake City
Surfer Girl
California Saga: California
Don’t Worry Baby
Darlin’
Feel Flows
Sail On, Sailor

Wouldn’t It Be Nice
You Still Believe In me
That’s Not Me
Don’t Talk (Put Your Head On My Shoulder)
I’m Waiting For The Day
Let’s Go Away For Awhile
Sloop John B
God Only Knows
I Know There’s An Answer
Here Today
I Just Wasn’t Made For These Times
Pet Sounds
Caroline, No

Good Vibrations
Help Me, Rhonda
Barbara-Ann
Surfin’ USA
Fun Fun Fun
Love and Mercy

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