10/02/2017

Fates Warning

Zona Roveri, Bologna


di Michele Bordi
Fates Warning
A volte ti rendi conto di essere nel posto giusto con la gente giusta. Forse dalle facce acerbe con magliette inequivocabili: Ulver, Dream Theater, Pain of Salvation. Addirittura una degli italiani RanestRane. O magari dai tipi corpulenti con barbe irsute, fino ai defender ultra-quarantenni dai capelli lunghissimi, quasi come le storie che potrebbero raccontare delle venue metal più calde del paese. Ma capisci che l'occasione è di quelle buone quando, finito il set degli opener "Rein" e "A New Tomorrow", parte la musica che inganna l'attesa per gli headliner: una piccola folla composta dai sopracitati molla di colpo birre, banchi del merchandise, chiacchiere su festival vari per infervorarsi al coro di "I Don't Believe In Love" dei Queensryche.

Chi stiamo aspettando? I Fates Warning, tra i padri del progressive-metaluna delle band che più aveva fatto sentire la sua assenza in Italia fino al ritorno in grande stile di "Darkness In A Different Light". Di certo, se la forma di Ray Alder è questa, è più che benvenuto da queste parti: non è più lo stesso che sbraitava in “No Exit” ma l’invecchiamento del texano (di origini colombiane) non poteva essere più felice. Il timbro è più caldo che mai, ma la potenza sembra addirittura rigenerata se confrontata alle buone performance dei due ultimi tour italiani.
Sarà che lo Zona Roveri sembra proprio un posto finalmente all’altezza del tasso tecnico proposto dalla band, ma l’impressione di buona salute è subito estendibile a tutti componenti della band. Escluso un avvio incerto, dovuto a qualche evidente quanto poco comprensibile pasticcio al banco del mixer che ha sballato i livelli degli strumenti per almeno tre brani, il muro di suono è solido e ben definito. Joey Vera è il solito diavolo al basso e Jarzombek pesta le pelli come un dannato. Quando poi i riff di sua altezza Matheos e del giovane rampante Michael Abdow si incrociano, in una parata che fa tanto anni 80, la pressione sonora è di quelle da amarcord.

La scaletta è varia e intelligente: classico e nuovo vengono alternati con equilibrio e il nuovissimo “Theories Of Flight”, un disco decoroso ma di certo non all’altezza del suo predecessore, acquista dal vivo la scintilla che mancava in studio, complice anche l’ottima scelta dei brani: “From The Rooftops” si conferma un'ottima apertura e  “Seven Stars” e “The Light And Shade Of Things” fanno cantare tutti con i loro ritornelli catchy.
Ma, com'è giusto che sia, la scena viene rubata dai grandi classici presenti in “A Pleasant Shade Of Gray”. Oltre alla solita “Part III”, sorprende la presenza della toccante ballata “Part IX”. Un po’ di amaro in bocca rimane per l’esiguo spazio concesso a quello che probabilmente è il disco più innovativo e riuscito della band, “Disconnected”, ma ci si può più che consolare con l’estratto più coinvolgente della mastodontica “The Ivory Gates Of Dreams”, quella “Acquiescence” dove Ray dà fondo a ogni riserva.
Chiude due ore di spettacolo il poker di nostalgia “The Eleventh Hour”, “Point Of View”, “Through Different Eyes” e “Monument”.

Qui a Bologna c'era una gran fame di loro, lo si vede dai tanti presenti accorsi nell'ottimo Zona Roveri. Vista la presenza nel suolo italico sempre più confermata negli ultimi anni, unita all'arrivederci a quest'estate che si è fatto sfuggire il buon Ray, è realistico sperare che non dovranno passare altri lunghi periodi di astinenza. Per fortuna.

Setlist
  1. From the Rooftops
  2. Life in Still Water
  3. One
  4. A Pleasant Shade of Gray, Part III
  5. Seven Stars
  6. One Thousand Fires
  7. A Handful of Doubt
  8. Firefly
  9. The Light and Shade of Things
  10. A Pleasant Shade of Gray, Part IX
  11. A Pleasant Shade of Gray, Part XI
  12. The Ivory Gate of Dreams: VII. Acquiescence
  13. The Eleventh Hour
  14. Point of View
  15. Through Different Eyes
  16. Monument
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