10/07/2017

John Scofield

La Casa del Jazz, Roma


di Federico Piccioni
John Scofield
C'è John Scofield alla Casa del Jazz di Roma. Con lui Avi Bortnick alla chitarra (stupenda scoperta di Scofield), Andy Hess al basso (Steve Kimock, ma anche Tina Turner e David Byrne) e Dennis Chambers alla batteria (Santana, John McLaughlin, Victor Wooten e Greg Howe tra i tanti), ovverosia "la superfluità delle presentazioni".

In uno show che è un pout-pourri di generi musicali, Bortnick lavora duro. Il secondo chitarrista ha l'onere (nonché l'onore) di riempire gli interstizi sonori che, nonostante il groove trascinante di Hess e Chambers, fisiologicamente, con una formazione così essenziale, esistono. Il punto è che Überjam è un progetto che questi piccoli spazi li vuole riempire e possibilmente con uno sguardo che mira avanti più che indietro. I tessuti elettronici, ammansiti con mestizia da Bortnick, sono incursioni che si insinuano nelle pieghe del sound targato Überjam. In alternativa, sono meri tappeti su cui stendere le improvvisazioni di Scofield, sempre così ancorate al blues, eppure così imprevedibili e complete, testimonianza di un background musicale di un artista che, ad oggi, merita il posto nell'olimpo dei migliori chitarristi del globo.

Ci sono momenti in cui Scofield sembra parlare un linguaggio diverso, unico, per certi versi alieno; è il linguaggio di chi ha capacità superiori e superiori non tanto alla media, quanto a chi sopra la media già ci si trova. La band si ferma, ascolta, quasi ammira. In certe circostanze Scofield sembra perdersi, ingarbugliarsi in borborigmi che paiono elugubrazioni onanistiche, salvo poi riprendere il bandolo della matassa, che in realtà non aveva mai perso, se non all'apparenza, tra controtempi, pentatoniche, lunghe frasi legate e accordi in grappoli di intervalli vicini.

Scofield è abilissimo nel giocare con la musica "alta" e con quella più "bassa", più popolare, riducendo la distanza che intercorre tra queste fino a farla scomparire. Scompare quando il pubblico, dopo una prima mezz'ora di inusitata freddezza, inizia a muoversi con ardore tra le sedie del Parco di Villa Osio; scompare quando una fetta di pubblico preferisce alzarsi e mettersi ai lati della platea, piuttosto che rimanere in atteggiamento composto; scompare, infine, quando per l'encore una parte dei presenti si stanzia sotto il palco, sciogliendo ogni briglia. È in questo momento che qualcuno della rimanente fetta di pubblico difetta. È quella che rimane seduta e impreca, che vanta membri che invitano calorosamente i "ribelli" ad andarsi a vedere Baglioni, confessione involontaria di una poetica non capita, di una musica (quella di Scofield) che non è stata assimilata a dovere. Servirebbe, probabilmente, un ripasso delle origini del jazz, una riflessione sui luoghi in cui veniva performato, anche per scandagliare le (fantomatiche) barriere che dividono un genere musicale dall'altro.

Mancano le luci stroboscopiche quando in "Endless Summer" - che chiude il concerto prima del bis - Bortnick gioca con chitarra e Mac, pompando le casse. Reggae, funk, rock, fusion, jazz, la Telecaster di Scofield barriere non ne conosce, motivo per cui, alla fine della serata, ha visto sorridere chi la tocca in maniera indistinta. Verso chi, per la sola durata di "Boogie Stupid", ha deciso di mettersi in piedi sotto al palco e verso chi, altrettanto rispettabilmente, ha deciso di rimanersene seduto. Senza giudicare.


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