02/12/2017

Julia Holter

Locomotiv Club, Bologna


di Michele Bordi
Julia Holter
Emozioni contrastanti dopo questa fredda serata al Locomotiv Club di Bologna. Quantità è sempre sintomo di qualità? Meglio uscire dagli schemi o rifugiarsi nei classici? Sono queste alcune delle domande che frulleranno in testa a chi ha finalmente assistito allo spettacolo di uno dei talenti più freschi e vulcanici d’oltreoceano.

Julia Holter, estrosa cantautrice che ha saputo viaggiare con impressionante naturalezza dall’avanguardia alle recenti fascinazioni pop, arriva nel nostro paese con alle spalle quattro album (più un live) uno più interessante dell’altro, forte di un successo di critica praticamente unanime. E lei che fa? Sale sul palco, timida e impacciata come a un saggio di fine anno, introduce la serata con un paio di brani sconosciuti e, una volta raccolto il primo applauso, dichiara: “Questi erano pezzi nuovi, stasera ce ne saranno molti altri su cui sto lavorando… ma poi farò un po’ di cose vecchie!”.
Del resto, l’estro di chi vive fuori dagli schemi porta anche questo. Anche la scelta di un partner, Tashi Wada, che più che un comprimario alla fine sembrerà un accompagnatore con lo scopo primario di non far sentir sola l’artista californiana nelle sue scorrazzate in giro per il mondo. I synth del giapponese sono discreti, talmente discreti che ci accorgiamo appena della sua presenza in scena, monopolizzata dalla mora chanteuse al pianoforte.

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L’esecuzione è intensa, potente, come la voce di Julia, che dal vivo si mostra ben più potente e controllata rispetto ai dischi, i quali i presenti dovranno acquistare nel negozio di fiducia - virtuale o fisico che sia - data la bizzarra assenza dell’immancabile banchetto del merchandise nelle retrovie del piccolo locale bolognese.
A proposito della produzione in studio dell’americana: lo stile scarno ed essenziale della proposta live - seppur potente - va di certo in forte contrasto con il linguaggio esoterico a cui ci aveva abituati. L’impressione è che il solo pianoforte non renda del tutto giustizia alle capacità di Julia, privata della ricchezza timbrica e della equilibrata complessità a cui è normalmente avvezza.
Julia non se ne cura e va avanti cocciuta per la sua strada, portando avanti lo spettacolo, suo e di nessun altro, concedendo alle circa 200 persone accorse un paio di vecchie perle rimaneggiate ad arte (“Marienbed” e “Horns Surrounding Me”) e folgorando tutti mentre inizia a modulare la voce - peraltro con ottimi risultati - sul vocabolario italiano: riconosciamo “Chiamami Adesso” di un certo Paolo Conte e otteniamo la conferma definitiva che non siamo qui per uno spettacolo convenzionale.
Con il solito garbo, “Sea Calls Me Home” arriva finalmente alle nostre orecchie e, dopo la consueta uscita e rientro sul palco per il bis (almeno su questo rispettiamo la tradizione!), Julia chiude la baracca con la splendida “Betsy On The Roof”, lasciandoci con un palmo di naso mentre frettolosamente se la fila. 59 minuti secchi di esecuzione.

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Difficile dare un giudizio netto sulla serata: da un lato, il risicatissimo minutaggio ha garantito una performance compatta, senza tante smancerie, come bere un dito di whisky, quello buono. Dall’altro, dopo il veloce passaggio di questo sapore insolito sul palato, sale il retrogusto amaro dell’aspettativa non del tutto attesa. Perché “Have You In My Wilderness” e “Loud City Song” sono così belli che un po’ è seccante doversi accontentare di qualche briciola, anche alla luce - perché non dirlo? - di un biglietto d’ingresso non esattamente simbolico.
Che non sia proprio l’aspettativa la chiave che risolve l’enigma di questa serata con Julia Holter? Di certo, il giorno in cui diventerà prevedibile probabilmente ci saremo già stancati di lei.

Contributi fotografici su gentile concessione di Marianna Fornaro

Setlist
  1. Turn The Light On
  2. Ship Is Gone
  3. Marienbad
  4. Horns Surrounding Me
  5. Voce Simul
  6. I Can’t Turn Away
  7. Colligerg
  8. Hejinan
  9. Chiamami Adesso (Paolo Conte cover)
  10. Why Sad Song?
  11. Sea Calls Me Home
  12. Betsy On The Roof
Julia Holter su OndaRock
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