20/07/2017

Kamasi Washington

Viteculture Festival, Ex Dogana - San Lorenzo, Roma


di Claudio Lancia
Kamasi Washington

Stiamo entrando nello spazio dell’Ex Dogana, area di recente recupero sita nel quartiere romano di San Lorenzo, proprio sotto la tangenziale, scenario decisamente metropolitano oggi assicurato all’arte, dove quest’estate viene ospitata la rassegna Viteculture Festival. Proprio entrando apprendiamo della morte di Chester Bennington, il cantante dei Linkin Park. La serata non potrà prescindere da questo triste evento che catalizzerà le incredule conversazioni del pubblico, nell’attesa dell’esibizione del nuovo guru del jazz mondiale: Kamasi Washington.
Anche stasera la concorrenza a Roma è non indifferente, giusto per citare un nome ci sono i Red Hot Chili Peppers in un’altra location, ma non poche persone hanno optato per la situazione meno stressante, perché è intrigante aver la possibilità di ammirare un artista quando si trova esattamente al massimo della forma.

Sassofonista, ma durante il concerto dirà che il suo primo strumento, a tre anni, fu la batteria (forse non è un caso che alle sue spalle ce ne siano due...), 35 anni, protagonista dell’attuale vivace scena losangelina, Kamasi ha stupito il mondo due anni fa con un coraggioso esordio, il monumentale triplo “The Epic”: da tempo un album di classic jazz non raccoglieva consensi tanto ampi e trasversali, mescolando la spiritualità di John Coltrane e la psichedelia di Sun Ra in un flusso musicale fortemente ancorato alla contemporaneità, pur senza dimenticare le radici.
La trasposizione live si dimostra molto più “contaminata” rispetto a quanto sia possibile ascoltare su disco, l’approccio è meno standard, cosa che fa guadagnare ulteriori punti a questo gigante del sax, e si fanno da subito strada venature funk e forti connotazioni ritmiche, per un set indiscutibilmente trascinante. “Cherokee” e “The Rhythm Changes” fra le otto lunghe tracce che vengono proposte al pubblico questa sera.

Le strutture sono quelle canoniche: ogni brano si apre con un tema, spesso condotto da sax e trombone, al quale fa seguito una lunga parte centrale, nella quale i membri della band si alternano nel prendere il centro della scena, puntando sull’improvvisazione, con tanto di assoli a sottolineare l’elevatissimo tasso tecnico presente, poi in chiusura torna il tema principale. Kamasi lascia anche il giusto spazio a una “drums conversation” durante la quale i due batteristi vengono lasciati in perfetta solitudine a dialogare con i propri set, una cosa molto anni 70, ma sempre di grandissimo effetto.
Inutile sottolineare la bravura dei singoli musicisti: parliamo di jazzisti preparatissimi, un ensemble comprendente sax, trombone, clarinetto/flauto, tastiere, vocalist femminile, basso/contrabbasso e due batterie.

Washington raccoglie i meritati applausi, confermandosi un grandissimo talento naturale, non solo per le capacità tecniche e interpretative, ma anche perché, a differenza di tantissimi colleghi altrettanto bravi e preparati, dimostra di avere una scrittura superiore alla media, e di saper modellare le proprie composizioni, rendendole – a seconda delle esigenze - convenzionali o più aperte a mille influenze.
In apertura di serata l’eclettica cantautrice LNDFK, classe 1990, tunisina ma cresciuta a Napoli e residente a Parigi, di madre italiana e padre arabo, figlia di quelle diverse culture che si impegna a fondere nella propria musica, miscelando elettronica, neo-soul, istinti jazzy e modalità hip-hop. Parlavamo di contaminazioni, e anche qui se ne scorgono parecchie, in un mix che si approssima alle proposte dell’attuale Solange e della Erykah Badu di qualche anno fa.

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