25/07/2017

Marilyn Manson

Postepay Sound Rock In Roma, Roma


di Claudio Lancia
Marilyn Manson

Marilyn Manson esiste davvero, non è un personaggio di fantasia, quel tizio esageratamente gotico che metteva tanta paura ai bacchettoni e che ancora fa drizzare le antenne a chi lo teme, basti chiedere a chi ha organizzato le veglie di preghiera a Villafranca, dove è prevista la seconda data italiana di questo tour estivo. O meglio, quel che resta di Marilyn Manson, perché oggi davanti a noi ritroviamo un performer che conserva poco o nulla della trasgressione sanguinolenta di un tempo, più nulla di oscenamente orrorifico, più nulla del trionfo iper-trash che sapeva stupire intere platee.

Ma andiamo con ordine: l’apertura di questa serata di fine luglio è affidata alla metal band olandese The Charm The Fury: suoni possenti, alternanza fra parti dure e melodiche, la scena completamente nelle mani di chitarroni schiacciasassi e della biondissima cantante Caroline Westendorp. Gli adepti seguono con attenzione e non lesinano applausi.
Mezz'ora di canonico cambio palco, con gli addetti a nascondere la visuale attraverso un grande sipario rosso che impedisce di capire cosa stia accadendo là sopra: non che ci sia chissà cosa da celare per la verità, ma questo lo scopriremo soltanto dopo qualche minuto.

Quando la selezione musicale in sottofondo propone “The End” dei Doors, il pubblico percepisce che il momento è arrivato, finalmente sarà possibile scoprire dal vivo il volto di Brian Hugh Warner, 48 anni, l’Anticristo (viene da sorridere oggi solo a pensarlo): il sipario viene lasciato cadere all’improvviso, la band parte con l’inedita “Revelation # 12”, il Reverendo ne canta buona parte seduto su un grande trono che sovrasta il palco. L’emozione è palpabile.
Manson tiene discretamente la scena fino a metà concerto, rispetto al passato ci troviamo davanti un uomo che sembra voler essere semplicemente il leader di una band, ma gli anni trascorsi ce lo presentano appesantito, con la voce non di rado in palese difficoltà, che non gli consente più di strillare o andare in falsetto. Ma fino al giro di boa (che in questo caso è quantificabile in mezz'oretta scarsa…) tutto gira non male, anche se – penseremo poi – forse più per un misto di curiosità ed affetto (è stato sempre uno degli eroi dei nostri anni 90 musicali) che per reali meriti artistici.

Con tutti i telefonini puntati contro, Manson viaggia spedito sui celebri cavalli di battaglia, “This Is The New Shit” e “The Dope Show”, ma quando dovrebbe spaccare di brutto sulla memorabile epicità di “Great Big White World”, il suono non decolla, la voce inizia a far fatica a inerpicarsi su sentieri ormai irraggiungibili e si scorgono così le prime evidenti difficoltà.
Da lì in poi sarà un susseguirsi di canzoni e pause, tanto da far temere a tratti l’ingiustificata interruzione dello show. Fra una canzone e l’altra il palco resta buio e silenzioso anche per qualche minuto, persino durante lo strumentale che prelude a “Sweet Dreams” (break utilizzato da Brian per indossare i trampoli sui quali la canterà) la sceneggiatura non prevede la possibilità di guardare il chitarrista, il quale non viene illuminato neppure da un faretto.

I maxischermi restano inutilizzati per l’intera serata, sempre spenti, con poco rispetto per il pubblico rimasto più distante, che non riuscirà così a vivere lo spettacolo. Da un certo punto in poi, alle spalle della band, campeggerà una grande immagine del Manson di oggi, senza trucco, in borghese, autocitazione di difficile interpretazione. Potrebbe voler dire: “Io oggi sono questo qua, sono cresciuto, non chiedetemi di ripetere i colpi di teatro di un tempo”.
Ma il forte colore rosso delle luci, unito al ghiaccio secco mandato sul palco in grande quantità per tutta la durata del concerto, rendono il set praticamente infotografabile: con tutta probabilità uno stratagemma calcolato per non mostrare con evidenza le condizioni attuali di Manson, che in troppi tratti assume le sembianze di una spenta caricatura di sé stesso.

Dicevamo “Sweet Dreams”, eseguita pateticamente su quei trampoli, muovendosi con palese difficoltà. Dicevamo che da lì il concerto pare doversi interrompere da un momento all’altro, e invece continuerà, fra canzoni e pause, attraverso “Disposable Teens”, la nuove “We Know Where You Fucking Live” (ma dai, ancora a intitolare le canzoni in questo modo!) e “SAY10” (saranno incluse nel prossimo “Heaven Upside Down”, assieme all’iniziale “Revelation # 12”) e l’acclamatissimo anthem “The Beautiful People”.
Poi arriva una “The Reflecting God” decisamente scarica rispetto ai suoni duri e urticanti che caratterizzarono “Antichrist Superstar”, e in chiusura “Coma White” che per pochi minuti ripropone il Reverendo in una dimensione accettabile, finalmente con il raddoppio della voce eseguito dal chitarrista alla sua sinistra (Manson ne avrebbe avuto molto bisogno anche prima) e una tunica rossa indossata a voler richiamare i fasti kitsch di una volta.

Prigioniero di un personaggio che non è riuscito a uccidere (senza così potersi rigenerare in qualcosa di nuovo e più adatto al secondo atto della propria carriera, come ad esempio Bowie fece più a volte, ma lì siamo al cospetto di tutt’altro spessore, siamo d’accordo), Manson oggi resta a metà del guado, fra citazioni del passato e un presente che si ritrova impossibilitato a interpretare in maniera credibile.
La band suona discretamente, ma resta completamente anonima, l’Anticristo non si degnerà neppure di presentare i propri musicisti, come a voler dire: “Qui il protagonista unico e assoluto devo restare sempre e solo io”. Finisce “Coma White”, dopo poco più di un’ora effettiva di concerto, in fretta e furia parte la selezione musicale, e questa volta serve più del solito a far capire ai presenti che non si tratta di una pausa, bensì davvero della fine dell'esibizione.
E’ stato bello vederlo e, in qualche modo, rendergli omaggio, ma dopo questa serata resto sempre più convinto che i musicisti, anche i più grandi, vadano visti – se possibile - quando si trovano al massimo della forma (che quasi sempre si manifesta entro i trent’anni di età). Manson oggi dimostra - purtroppo - di non avere più granché da dire, nemmeno ai fan più fedeli e oltranzisti. E la cosa non ci fa certo piacere.

(Foto di Pier Paolo Campo)

Setlist

Revelation # 12

This Is The New Shit

mOBSCENE

The Dope Show

Great Big White World

No Reflection

- instrumental -

Sweet Dreams (Are Made Of This)

Disposable Teens

We Know Where You Fucking Live

Deep Six

The Beautiful People

SAY10

The Reflecting God

Coma White
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