15/07/2017

Of Montreal

A Night Like This Festival, Chiaverano (To)


di Stefano Ferreri
Of Montreal

Lo inseguivamo da tanto, troppo tempo, forse, ma adesso possiamo stivarne le bizzarre maschere assieme a tante altre figurine nella nostra personale collezione di ricordi musicali. Certo, agganciare finalmente il variopinto carrozzone live di Kevin Barnes e dei suoi Of Montreal non è stata impresa delle più agevoli, complice una pigrizia da Olimpiadi da parte nostra, quando si tratta di darsi una mossa e regalarsi una trasferta per concerti degna di questo nome. Al di là della sfrigolante curiosità e di una innegabile simpatia, in chi vi affida questo resoconto non è mai scattato nei loro confronti il colpo di fulmine travolgente e definitivo, neanche ai tempi del pur prodigioso “Hissing Fauna Are You The Destroyer?”, così ci siamo abituati a rimandare occasione dopo occasione, un album (sempre un po’ meno convincente) dopo l’altro, finché non ce li siamo ritrovati per l’ennesima volta in calendario e mai così a un tiro di sputo come ora, per giunta in un contesto placido e bucolico – là tra le colline e i laghetti dell’Alto Canavese – che ci è non solo congeniale, ma anche familiare. Se è vero tuttavia che non tutte le ciambelle riescono col buco, per mettere finalmente la spunta al loro nome su una wishlist ormai ingiallita ci è toccato scendere a compromessi con una formula per la quale non andiamo proprio pazzi, quella dei festival estivi con tutte le relative limitazioni, evidentemente non bypassabile considerando che il gruppo di Athens sembra aver consacrato per intero il suo nuovo tour europeo a questa realtà, diciamo così, affollata, e l’imminente data etnea dello Zanne non fa eccezione.

220x270_03_10All'“A Night Like This Festival”, nel piccolo comune di Chiaverano, abbiamo già presenziato in passato, più di una volta, trovandoci sempre a nostro agio. Molto ben organizzato, per nulla caotico, impreziosito da una cornice campestre persino rilassante, orde di zanzare a parte. Per l’edizione in corso avremmo anche accantonato le rimostranze della vigilia legate al timore di un set ridotto, se solo il discreto programma avesse offerto maggiori spunti di interesse accanto agli impliciti headliner, anziché risultare così sbilanciato: i britannici KVP, Wave Pictures e Syd Arthur, il giapponese Grimm Grimm, le statunitensi Deap Vally e Miles Cooper Seaton degli Akron Family, tutti piazzati in cartellone il venerdì sera a fronte di un sabato con soli nomi italiani e non esattamente di grido, se si hanno più di diciotto anni. Insomma, da inguaribili polemici un po’ il naso l’abbiamo storto, e certo non ci ha fatto piacere venire a conoscenza degli ottimi numeri sulle prevendite della serata più attesa (rispetto a quelli molto deludenti della prima, “più internazionale”) quando ci è stato spiegato che andavano imputati ai francamente sconfortanti Gazzelle e Carl Brave x Franco 126 (o al modesto Giorgio Poi), più che agli Of Montreal stessi.

220x270_01_09Ma a dirla tutta, motivi per distrarci o consolarci da questa cruda verità il festival ce li ha anche offerti: bancarelle con illustrazioni di grafici emergenti, granite alcoliche (del genere “una parte di granita e due parti di alcol”) e cibarie a buon mercato, oltre all’opportunità di ritrovare dal vivo vecchie glorie dell’indie nostrano come i ravennati Comaneci (bel set intimista il loro) e gli emiliani Julie’s Haircut, le cui rumorose astrazioni ci fanno compagnia sul palco principale subito prima degli artisti americani.
Accanto a noi alla transenna, durante il laborioso riallestimento in scena, un terzetto di rumorosi yankee (che a fine concerto avranno fumato una mezza piantagione di marijuana) sulla sinistra, e a destra un paio di ragazzine tutte in tiro sui vent’anni che, a soli due minuti dal via, ci infliggono un uno-due da knock-out tecnico, prima dandoci del lei, quindi chiedendoci conferma che la ribalta più illuminata spetti proprio ai loro beniamini, i rapper romani Carl coso e vattelapesca di cui si è detto. Se la risposta che esce dalla nostra bocca è garbata e persino benevola, si deve al fatto che ancora ignoriamo che sarà proprio quell’altra deprimente esibizione, su un palco non distante, a causare una significativa sforbiciata allo show di Kevin e compagni.

220x270_10_07Ma intanto le luci si sono spente e gli ululati di un buon pubblico si alzano chiamando all’appello Barnes e la sua ghenga. Li abbiamo già scorti per qualche attimo quando nei minuti precedenti approntavano i loro strumenti, e il cantante era conciato come le foto promozionali ce lo mostrano spesso: look maschile ma molto poco macho, à-la Pierrot diciamo, con in sovrapprezzo un elegante cappellino da donna anni Venti. Con i quattro gregari già posizionati davanti a noi, adesso è proprio la star indiscussa a farsi attendere per poi telecomandare, a strettissimo giro di posta, l’irrinunciabile ovazione. Entra saltellando come un grillo e non impieghiamo mezzo secondo per registrare che, sì, un cambio d’abito è intervenuto nel mentre. Collana in pietre bluastre da matrona, scarpette rosse da novella Dorothy Gale, completino attillato in ciniglia arancione, così corto da lasciare scoperto l’ombelico in balia dei freddi refoli della sera chiaveranese. Nel chiassoso gioco di accostamenti, è però la vistosa parrucca da drag queen che ha sulla zucca a catturare l’attenzione di tutti, una roba stile “Peggy Sue si è sposata”, solo molto più tirata all’eccesso. I quattro bambini sui nove anni appena accomodatisi al nostro fianco, al posto delle ingenue sgallettate di prima, accolgono la sorpresa di quel tizio così strano con la bocca ad “O” maiuscola, qualche colpetto di gomito e la più tipica delle risate chiocce in dotazione a quell’età. E’ segno che non manca proprio più nulla per partire.

220x270_02_08Spetta a uno dei brani nuovi, “Gratuitous Abysses”, l’onore di inaugurare la festa nel segno del funk più danzereccio e di una frivolezza spinta al parossismo. No, un momento, fermi tutti. Negli anni abbiamo letto puntualmente di mascherate collettive, pupazzoni fasulli o cavalli veri buttati in pista, battaglie spaziali degne persino dei Flaming Lips e soprattutto coriandoli, coriandoli a pioggia, come se non ci fosse un domani. E invece no, nulla di tutto questo. L’atmosfera è sì briosa e pimpante, ma il solo a inscenare il carnevale è proprio Kevin, mentre i colleghi ancheggiano divertiti ma sono agghindati in maniera alquanto sobria. Dopo la rivoluzione da lui attuata nel 2013, con il divorzio dalla moglie e il benservito dato ad almeno tre dei membri storici del gruppo, nell’attuale incarnazione gli Of Montreal presentano una line-up relativamente giovane ma già piuttosto affidabile che comprende il veterano (si fa per dire) Davey Pierce al basso (e campionatori), Clayton Rychlik alla batteria, JoJo Glidewell al piano e il rientrante Nicolas Dobbratz, che si barcamena tra sintetizzatore e chitarra. E in linea con l’album destinato stasera al massimo saccheggio, il fresco ma non proprio entusiasmante “Innocence Reaches” (2016), sono proprio i synth pacchiani a dettare legge e ad animare la marionetta impazzita di Barnes. Che, in quanto a consapevolezza gender, si direbbe abbia sgombrato il campo dalle candide esternazioni della sua controfigura live di un tempo, Georgie Fruit, per spingere a tavoletta sul pedale di un travestitismo meno sfuggente ma anche più convenzionale.

220x270_08_07“Innocence Reaches”, si diceva. E’ il disco più prossimo a questo tour che giustamente lo celebra tappa dopo tappa con un quintetto di recuperi, sempre gli stessi come ogni scaletta recente attesta. Non è tuttavia l’ultima uscita, visto che quest’inverno è arrivato nei negozi l’ennesimo Ep di un catalogo sterminato (“Rune Husk”), né quello in qualche modo più di attualità. La ristampa per il decennale del già citato capolavoro, “Hissing Fauna”, in doppio vinile e con l’integrazione del mini di allora (“Icons, Abstract Thee”), rappresenta un’opportunità troppo ghiotta per non essere sfruttata, e non è un caso che i ripescaggi in questo caso arrivino addirittura a sei, limitando il resto del catalogo successivo alle briciole (mentre i primi anni della carriera, quelli “beatlesiani” che valsero invito e onori della Elephant 6, sono di fatto nell’oblio).
Tra una “We Will Commit Wolf Murder” e una “Dour Percentage” che ricorda degli Scissor Sisters un po’ più cervellotici, il concerto entra nel vivo, specie quando il refrain della malinconicissima “Enemy Gene” ci lascia in compagnia del fantasma di Janelle Monáe. Lei ovviamente non c’è, ma gli echi ArchAndroidi sono ovunque e il gaio retro-futurismo al femminile che l’ha resa una star trionfa (“It’s Different For Girls”), anche grazie a un’effettistica che fa largo uso di basi preconfezionate con coretti, fiati, archi e quant’altro.

220x270_04_08Non che ci aspettassimo nulla di diverso ma, mentre Kevin non smette un solo istante di spendersi nella sua frenetica danza attorno al microfono, la discontinuità espressiva esercitata a ogni livello si rivela artificio ubriacante all’ennesima potenza. Non è un male, soprattutto non è nulla di deleterio alle nostre orecchie, pure così critiche nei confronti di tanti album degli ultimi Of Montreal: sembrerà paradossale, ma la dimensione live pure così convulsa sembra offrire una logica al tutto, tirare le fila in un certo senso, fare ordine nella strabordante e contraddittoria natura della compagine statunitense. La cornice teatrale garantisce una prospettiva coerente che nei singoli lavori in studio manca per forza, e con l’impianto spettacolare anche episodi meno convincenti (la plumbea “Ambassador Bridge”, ad esempio, l’electro sfarfallante di “A Sport And A Pastime”) guadagnano diversi punti. Barnes, va da sé, ci mette tanto di suo. Con il pubblico non spiccica parola, a parte i ringraziamenti di rito in un traballante italiano, ma ogni cinque brani lascia i compagni a tergiversare con lunghe code strumentali per poter attuare nuovi cambi d’abito (e personaggio) come nemmeno Terence Stamp in “Priscilla, la regina del deserto”. E dopo tanta inoperosità, canto e danze esclusi, imbraccia finalmente la sua Fender per prodursi in qualche smargiassata delle sue, tra glam e modernismo, o perdersi in un magnifico crepuscolo (“Empyrean Abattoir”).

220x270_07_07Quando lo vediamo ricomparire con un caschetto biondo à-la Carrà e una camicetta sbottonata per intero sul petto, nemmeno fosse Ariel Pink, è chiaro che andrà in scena l’impennata decisiva. Quel che temevamo diventa realtà e mentre alcuni dei titoli attesi semplicemente evaporano come promesse mancate (“Fugitive Air” in rappresentanza dell’ottimo “Lousy With Sylvianbriar”, “Bassem Sabry”, la nuovissima “Stag To The Stable”, persino la cover di “Falling In Love Again” di Marlene Dietrich!), gli Of Montreal si ingegnano con una sorta di prolungato e comunque esaustivo medley di cinque pezzi, una condensazione che serve a salvare il salvabile e conferma una generosità comunque fuori dal comune. Si parte con la combo fantastica “Labyrinthian Pomp”/ “Bunny Ain’t No Kind Of Rider” direttamente dalla loro pietra miliare, e se la prima è un capolavoro di travestitismo nonché l’apoteosi del melò barnesiano, la seconda spinge sull’istrionismo e chiama gli spettatori al singalong su un ritornello che è tutto un “Soul Power!”. I cortocircuiti aulici di una visionaria “Gronlandic Edit” tirano invece la volata alla chiusura liberatoria (e zuccherina oltre ogni dire) della vecchia (addirittura da “The Sunlandic Twins”) “The Party’s Crashing Us”, con il suo mantra perfetto per sfumare in dissolvenza. I saluti non smorzano il nostro entusiasmo, perché nascondono un encore che immaginiamo pieno di ciccia e doppio – perché no? – invece arriva solo la pur gradita overdose catchy di “Heimdalsgate Like A Prometean Curse”.

Inutile attendere il nuovo rientro per la straripante “The Past Is A Grotesque Animal”, suonata sempre e comunque tranne che qui, perché sul “Palco dell’esploratore” i due rapper romani devono attaccare per quell’orda di ragazzine a dir tanto maggiorenni e non ci si può mica pestare i piedi. Lasciamo il campo con un bel po’ di amaro in bocca, con la consapevolezza che sarebbe bastato non piazzare altri eventi a seguire per vederci servita tutta intera la nostra fetta di felicità. Ma intanto la nostra logora wishlist si è accorciata ancora e quindi, dai, bene così.

Setlist

Gratuitous Abysses
We Will Commit Wolf Murder
Let’s Relate
Enemy Gene
Dour Percentage
Ambassador Bridge
Empyrean Abattoir
It’s Different For Girls
A Sport And A Pastime
Labyrinthian Pomp
Bunny Ain’t No Kind Of Rider
Id Engager
Gronlandic Edit
The Party’s Crashing Us
Heimdalsgate Like A Prometean Curse

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